Pensioni:  Al via la riforma di quota 100 si rischia un altro “scalone”

 

 Lo scorso mese di gennaio ha segnato ufficialmente l’inizio delle trattative Governo-Sindacati sulla riforma del sistema pensionistico. Al centro della discussione, la flessibilità in uscita e il superamento di ”quota 100” che la Lega vorrebbe, invece, mantenere. Quota 100 (che consente di andare in quiescenza con 62 anni di eta’ e 38 di contributi), come risaputo, scade a fine 2021 ed il rischio e’ che nel 2022, quando dovrebbe tornare in vigore la legge Fornero (che prevede sostanzialmente il pensionamento di vecchiaia a 67 anni o con 41 anni e 10 mesi di contributi) si verifichi il cosiddetto ”scalone”, ossia con un salto di cinque anni per andare in pensione. Si tratta di un meccanismo piuttostro penalizzante per lavoratori di eta’ e contribuzioni simili. Come ha spiegato il senatore ed economista Tommaso Nannicini (Pd): ”Mario e Alessandro hanno lavorato per gli stessi anni ed entrambi raggiungeranno 38 anni di contributi nel 2021. Mario compira’ 62 anni nel dicembre 2021, Alessandro nel gennaio 2022. Sono praticamente identici. Con Quota 100, avranno lo stesso trattamento? No, – ha osservato – perché il primo andrà in pensione a 62 anni, il secondo a 67”. A sostituire Quota 100 potrebbe essere la ”Quota 102”, una proposta avanzata da Alberto Brambilla, esperto di previdenza e consulente nei tavoli che l’esecutivo terra’ sulla delicata tematica. L’obiettivo è quello di garantire la flessibilita’ in uscita anche in futuro. E la sua prima proposta è quella di farlo per tutti i lavoratori, per l’appunto con quota 102: ovvero la pensione a 64 anni di età e almeno 38 di contributi, da adeguare poi alla speranza di vita. La coperta delle risorse disponibili e’ molto corta, senza contare che la questione si pone all’interno di un quadro tecnico-economico particolarmente complesso, che vede incrociarsi diverse istanze di riforma non solo del settore previdenziale. Il Governo, infatti, ha anticipato un doppio intervento su Irpef e previdenza, che secondo le prime ipotesi, potrebbe costare non meno di 12-15 miliardi di euro e nella prossima manovra  dovrebbe inserire nero su bianco un’indicazione del meccanismo da attivare per evitare che si materializzi il rischio ”scalone”.   Tra le richieste che i sindacati presenteranno al governo ci sara’, invece, il pensionamento flessibile a partire dai 62 anni. Secondo la Cgil dovrebbero essere sufficienti 20 anni di contributi a fronte di 62 anni di eta’ e sottolinea anche in virtu’ del fatto che l’anno prossimo si esaurirà gran parte della platea che gode del metodo retributivo fino al 2011 ragione per cui che il costo per lo Stato sarebbe inferiore rispetto alle stime circolate. Per la Cgil e’ inoltre  particolarmente importante mantenere a 20 anni il numero dei contributi perché consentirebbe l’uscita anche alle donne ma sarà importante anche portare il limite per l’uscita anticipata rispetto alla vecchiaia dalle 2,8 volte l’assegno sociale a 1,2 volte (quindi a circa 550 euro al mese).

Cgil, Cisl e Uil riproporranno, poi, la richiesta di uscita con 41 anni di contributi a qualsiasi eta’ ma anche lo stop all’automatismo dell’aumento dell’eta’ di vecchiaia legato alla speranza di vita (al momento dovrebbe scattare nel 2023 essendo stato congelato per il 2021). I sindacati chiederanno inoltre misure sui lavori gravosi e vantaggi in termini contributivi per chi ha fatto lavoro di cura (ad esempio un anno di anticipo per le donne per ogni figlio), ma anche di mantenere le tutele previste per le categorie protette con l’Ape sociale come i disoccupati e coloro che sono stati a lungo impegnati in attività gravose. Nessuno scambio, comunque, tra anticipo pensionistico e calcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo come accade con ”Opzione donna” in quanto la perdita per il lavoratore potrebbe arrivare al 30% dell’assegno. Per La Cisl dovrebbe essere  possibile andare in pensione a partire dai 62 anni di eta’ senza condizionare l’accesso al trattamento di quiescenza al ricalcolo dell’assegno in senso totalmente contributivo perché vorrebbe dire penalizzare ancora una volta la generazione che ha già sopportato il peso delle precedenti riforme. Quota 100 non è un stato un privilegio, per la Cisl, ma ha rappresentato una opportunità importante. Ora si tratta di strutturare una misura stabile che guardi al futuro. A parere della Uil, infine,  per fare una riforma strutturale del sistema previdenziale il governo deve postare risorse adeguate. La legge Fornero ha risparmiato 80 miliardi in dieci anni, una parte di queste risorse deve tornare nel sistema, e’ una questione di equità». 

 

 Lo scorso mese di gennaio ha segnato ufficialmente l’inizio delle trattative Governo-Sindacati sulla riforma del sistema pensionistico. Al centro della discussione, la flessibilità in uscita e il superamento di ”quota 100” che la Lega vorrebbe, invece, mantenere. Quota 100 (che consente di andare in quiescenza con 62 anni di eta’ e 38 di contributi), come risaputo, scade a fine 2021 ed il rischio e’ che nel 2022, quando dovrebbe tornare in vigore la legge Fornero (che prevede sostanzialmente il pensionamento di vecchiaia a 67 anni o con 41 anni e 10 mesi di contributi) si verifichi il cosiddetto ”scalone”, ossia con un salto di cinque anni per andare in pensione. Si tratta di un meccanismo piuttostro penalizzante per lavoratori di eta’ e contribuzioni simili. Come ha spiegato il senatore ed economista Tommaso Nannicini (Pd): ”Mario e Alessandro hanno lavorato per gli stessi anni ed entrambi raggiungeranno 38 anni di contributi nel 2021. Mario compira’ 62 anni nel dicembre 2021, Alessandro nel gennaio 2022. Sono praticamente identici. Con Quota 100, avranno lo stesso trattamento? No, – ha osservato – perché il primo andrà in pensione a 62 anni, il secondo a 67”. A sostituire Quota 100 potrebbe essere la ”Quota 102”, una proposta avanzata da Alberto Brambilla, esperto di previdenza e consulente nei tavoli che l’esecutivo terra’ sulla delicata tematica. L’obiettivo è quello di garantire la flessibilita’ in uscita anche in futuro. E la sua prima proposta è quella di farlo per tutti i lavoratori, per l’appunto con quota 102: ovvero la pensione a 64 anni di età e almeno 38 di contributi, da adeguare poi alla speranza di vita. La coperta delle risorse disponibili e’ molto corta, senza contare che la questione si pone all’interno di un quadro tecnico-economico particolarmente complesso, che vede incrociarsi diverse istanze di riforma non solo del settore previdenziale. Il Governo, infatti, ha anticipato un doppio intervento su Irpef e previdenza, che secondo le prime ipotesi, potrebbe costare non meno di 12-15 miliardi di euro e nella prossima manovra  dovrebbe inserire nero su bianco un’indicazione del meccanismo da attivare per evitare che si materializzi il rischio ”scalone”.   Tra le richieste che i sindacati presenteranno al governo ci sara’, invece, il pensionamento flessibile a partire dai 62 anni. Secondo la Cgil dovrebbero essere sufficienti 20 anni di contributi a fronte di 62 anni di eta’ e sottolinea anche in virtu’ del fatto che l’anno prossimo si esaurirà gran parte della platea che gode del metodo retributivo fino al 2011 ragione per cui che il costo per lo Stato sarebbe inferiore rispetto alle stime circolate. Per la Cgil e’ inoltre  particolarmente importante mantenere a 20 anni il numero dei contributi perché consentirebbe l’uscita anche alle donne ma sarà importante anche portare il limite per l’uscita anticipata rispetto alla vecchiaia dalle 2,8 volte l’assegno sociale a 1,2 volte (quindi a circa 550 euro al mese).

Cgil, Cisl e Uil riproporranno, poi, la richiesta di uscita con 41 anni di contributi a qualsiasi eta’ ma anche lo stop all’automatismo dell’aumento dell’eta’ di vecchiaia legato alla speranza di vita (al momento dovrebbe scattare nel 2023 essendo stato congelato per il 2021). I sindacati chiederanno inoltre misure sui lavori gravosi e vantaggi in termini contributivi per chi ha fatto lavoro di cura (ad esempio un anno di anticipo per le donne per ogni figlio), ma anche di mantenere le tutele previste per le categorie protette con l’Ape sociale come i disoccupati e coloro che sono stati a lungo impegnati in attività gravose. Nessuno scambio, comunque, tra anticipo pensionistico e calcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo come accade con ”Opzione donna” in quanto la perdita per il lavoratore potrebbe arrivare al 30% dell’assegno. Per La Cisl dovrebbe essere  possibile andare in pensione a partire dai 62 anni di eta’ senza condizionare l’accesso al trattamento di quiescenza al ricalcolo dell’assegno in senso totalmente contributivo perché vorrebbe dire penalizzare ancora una volta la generazione che ha già sopportato il peso delle precedenti riforme. Quota 100 non è un stato un privilegio, per la Cisl, ma ha rappresentato una opportunità importante. Ora si tratta di strutturare una misura stabile che guardi al futuro. A parere della Uil, infine,  per fare una riforma strutturale del sistema previdenziale il governo deve postare risorse adeguate. La legge Fornero ha risparmiato 80 miliardi in dieci anni, una parte di queste risorse deve tornare nel sistema, e’ una questione di equità». 

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