Per aver abdicato a Washington, Ue a rischio commissariamento

In questi mesi di guerra in Ucraina, le istituzioni europee sono state colpite da una sindrome dissociativa sempre più acuta: mentre con parossistica frenesia hanno continuato a verticalizzare a loro favore il potere nell’Unione, l’hanno resa sempre più pavida ed irrilevante sul piano internazionale. Hanno completamente disconosciuto l’autonomia geopolitica dimostrata negli anni scorsi, quando l’Unione si era resa protagonista di veri e propri ribaltoni: non solo era stato lasciato affondare il TTIP, la proposta negoziale americana volta a rafforzare le relazioni bilaterali nel settore commerciale e soprattutto in quello dei servizi, ma nel dicembre del 2020 era stato addirittura approvato in via di principio il CAI, un accordo di protezione degli investimenti con la Cina.

Washington ha considerato questi voltafaccia assai più che semplici sportellate: riconfigurando brutalmente i rapporti con la Russia attraverso la Nato, Alleanza di cui ha poteri di direzione e coordinamento, serra le fila. Bruxelles si è perfettamente allineata: non solo non ha adottato l’atteggiamento assai cauteloso e prudente di Francia e Germania nei confronti della Russia, ma ha colto anche questa occasione per cercare di ridurre ulteriormente l’autonomia politica dei singoli Stati. La regola dell’unanimità è stata infatti censurata come un ostacolo al corretto funzionamento dell’Unione, essendo mancata più volte quando si è discusso delle sanzioni alla Russia. Se una tale modifica dovesse mai passare, in caso di dissenso esistenziale rimarrebbe solo il recesso dall’Unione: ma il rodaggio già compiuto con la Brexit, per i Paesi non aderenti all’Eurozona, renderebbe questo passo assai poco disagevole. Non sono casuali, in questo contesto, le iniziative di protezione militare che la stessa Gran Bretagna sta promuovendo per rientrare a pieno titolo nelle dinamiche continentali, senza dover più cercare mediazioni con gli altri partner dell’Unione.

La guerra in Ucraina è il frutto dell’ignavia con cui l’Unione ha lasciato marcire la situazione di tensione con la Russia cui essa stessa aveva dato luogo sin dal 2014 firmando il Patto di associazione che prevedeva le riforme necessarie per procedere alla successiva candidatura per l’adesione. Non solo non si è curata di negoziare a tal fine uno strumento di sicurezza europeo, ma non ha mosso neppure un dito per supportare Francia e Germania nel garantire la piena attuazione agli Accordi di Minsk, di cui si erano Parti garanti, neppure a metà febbraio quando la escalation poteva essere ancora evitata.

Si arriva così alla seconda strumentalizzazione della crisi ucraina: l’Amministrazione Biden, e per il suo tramite la Nato, intende azzerare l’autonomia geopolitica dell’Unione europea costruendo una nuova Cortina di ferro ad oriente della Germania, che cali dal Mar Baltico al Mar Nero, allineando Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia ed Ucraina. Mentre si crea una frattura all’interno dell’Unione, tra i Paesi che temono questa prospettiva e quelli che invece la auspicano e sono per questo entusiasticamente sostenuti dalla Gran Bretagna, la prospettata adesione alla Nato di Finlandia e Svezia apre sul Baltico un nuovo fronte con la Russia per ridurre il ruolo chiave della Turchia che ne presidia l’accesso al Mediterraneo. Ankara, ovviamente, vi si oppone.

Non solo questa tenaglia riporta l’Europa al ’45, ma ne trasforma le istituzioni bruxellesi in deferenti appendici atlantiche: fornendo ogni sostengo all’Ucraina, hanno parallelamente accresciuto le tensioni con la Russia moltiplicando le sanzioni commerciali e scaricando sui singoli Stati l’onere di trovare soluzioni alternative sia per le forniture, non solo energetiche, che per sbocchi di mercato. Davvero troppo facile e troppo comodo.

Condannando la Russia nettamente e senza riserve, non solo l’Unione si è preclusa ogni ruolo di mediazione ma ha reso fin qui impervi gli approcci tentati dai singoli leader europei. Anche le inusitate ruvidità nei rapporti tra i vertici di Ucraina e Germania derivano dalla leva favorevole che è stata improvvidamente offerta da Bruxelles a Kiev, che a suo piacimento chiede aiuti, lamenta ritardi e perfino rimbrotta errori: l’Unione è un palcoscenico, l’ennesimo su cui Kiev proietta la propria strategia.

Non tutto sta andando però secondo i piani decisi nei palazzi di Bruxelles, nelle sedi della Unione europea e della Nato. La visita congiunta a Kiev dei tre leader di Francia, Germania ed Italia, in vista del prossimo G7, è uno strappo, l’ammissione del fallimento istituzionale, politico della strategia di appiattimento seguita finora. Cercheranno di sottrarsi, assai tardivamente, ai continui e strumentali ricatti, dalla sicurezza militare alle crisi umanitarie, energetiche ed alimentari: si sono resi conto anche loro che, nella guerra in Ucraina, l’Europa è finora l’unica, vera, sconfitta.

Guido Salerno Aletta

In questi mesi di guerra in Ucraina, le istituzioni europee sono state colpite da una sindrome dissociativa sempre più acuta: mentre con parossistica frenesia hanno continuato a verticalizzare a loro favore il potere nell’Unione, l’hanno resa sempre più pavida ed irrilevante sul piano internazionale. Hanno completamente disconosciuto l’autonomia geopolitica dimostrata negli anni scorsi, quando l’Unione si era resa protagonista di veri e propri ribaltoni: non solo era stato lasciato affondare il TTIP, la proposta negoziale americana volta a rafforzare le relazioni bilaterali nel settore commerciale e soprattutto in quello dei servizi, ma nel dicembre del 2020 era stato addirittura approvato in via di principio il CAI, un accordo di protezione degli investimenti con la Cina.

Washington ha considerato questi voltafaccia assai più che semplici sportellate: riconfigurando brutalmente i rapporti con la Russia attraverso la Nato, Alleanza di cui ha poteri di direzione e coordinamento, serra le fila. Bruxelles si è perfettamente allineata: non solo non ha adottato l’atteggiamento assai cauteloso e prudente di Francia e Germania nei confronti della Russia, ma ha colto anche questa occasione per cercare di ridurre ulteriormente l’autonomia politica dei singoli Stati. La regola dell’unanimità è stata infatti censurata come un ostacolo al corretto funzionamento dell’Unione, essendo mancata più volte quando si è discusso delle sanzioni alla Russia. Se una tale modifica dovesse mai passare, in caso di dissenso esistenziale rimarrebbe solo il recesso dall’Unione: ma il rodaggio già compiuto con la Brexit, per i Paesi non aderenti all’Eurozona, renderebbe questo passo assai poco disagevole. Non sono casuali, in questo contesto, le iniziative di protezione militare che la stessa Gran Bretagna sta promuovendo per rientrare a pieno titolo nelle dinamiche continentali, senza dover più cercare mediazioni con gli altri partner dell’Unione.

La guerra in Ucraina è il frutto dell’ignavia con cui l’Unione ha lasciato marcire la situazione di tensione con la Russia cui essa stessa aveva dato luogo sin dal 2014 firmando il Patto di associazione che prevedeva le riforme necessarie per procedere alla successiva candidatura per l’adesione. Non solo non si è curata di negoziare a tal fine uno strumento di sicurezza europeo, ma non ha mosso neppure un dito per supportare Francia e Germania nel garantire la piena attuazione agli Accordi di Minsk, di cui si erano Parti garanti, neppure a metà febbraio quando la escalation poteva essere ancora evitata.

Si arriva così alla seconda strumentalizzazione della crisi ucraina: l’Amministrazione Biden, e per il suo tramite la Nato, intende azzerare l’autonomia geopolitica dell’Unione europea costruendo una nuova Cortina di ferro ad oriente della Germania, che cali dal Mar Baltico al Mar Nero, allineando Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia ed Ucraina. Mentre si crea una frattura all’interno dell’Unione, tra i Paesi che temono questa prospettiva e quelli che invece la auspicano e sono per questo entusiasticamente sostenuti dalla Gran Bretagna, la prospettata adesione alla Nato di Finlandia e Svezia apre sul Baltico un nuovo fronte con la Russia per ridurre il ruolo chiave della Turchia che ne presidia l’accesso al Mediterraneo. Ankara, ovviamente, vi si oppone.

Non solo questa tenaglia riporta l’Europa al ’45, ma ne trasforma le istituzioni bruxellesi in deferenti appendici atlantiche: fornendo ogni sostengo all’Ucraina, hanno parallelamente accresciuto le tensioni con la Russia moltiplicando le sanzioni commerciali e scaricando sui singoli Stati l’onere di trovare soluzioni alternative sia per le forniture, non solo energetiche, che per sbocchi di mercato. Davvero troppo facile e troppo comodo.

Condannando la Russia nettamente e senza riserve, non solo l’Unione si è preclusa ogni ruolo di mediazione ma ha reso fin qui impervi gli approcci tentati dai singoli leader europei. Anche le inusitate ruvidità nei rapporti tra i vertici di Ucraina e Germania derivano dalla leva favorevole che è stata improvvidamente offerta da Bruxelles a Kiev, che a suo piacimento chiede aiuti, lamenta ritardi e perfino rimbrotta errori: l’Unione è un palcoscenico, l’ennesimo su cui Kiev proietta la propria strategia.

Non tutto sta andando però secondo i piani decisi nei palazzi di Bruxelles, nelle sedi della Unione europea e della Nato. La visita congiunta a Kiev dei tre leader di Francia, Germania ed Italia, in vista del prossimo G7, è uno strappo, l’ammissione del fallimento istituzionale, politico della strategia di appiattimento seguita finora. Cercheranno di sottrarsi, assai tardivamente, ai continui e strumentali ricatti, dalla sicurezza militare alle crisi umanitarie, energetiche ed alimentari: si sono resi conto anche loro che, nella guerra in Ucraina, l’Europa è finora l’unica, vera, sconfitta.

Guido Salerno Aletta

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli