PERCHÈ È SCOMPARSA LA POLITICA

La politica destabilizzata dal trionfo della tecnica e della finanza. Con quali conseguenze? Come recuperarne il suo valore etico e sociale? La previsione e la ricetta di Carl Schmitt.

 

La politica non c’è più. E’ defunta da tempo. Qualcuno ne ricorda il sentimento, l’essenza, il valore, lo scopo. Ma è troppo in là con gli anni e guarda l’attuale situazione con un pizzico di distacco e molta nostalgia.

Essere orfani della politica non è cosa da poco. E’ un grave danno per la Comunità. E’ il sintomo di una Nazione che ha perso il suo senso, la su anima, la sua missione, il suo destino. 

Sì, perché la politica è lo strumento che indica le mappe da percorrere per migliorare le condizioni dei cittadini, per perfezionare quelle esistenti, per superare difficoltà, imprevisti, per proporre visioni sul futuro e a questo dare realizzazione attraverso provvedimenti e azioni a tal scopo idonei. 

Insomma, avere quelle capacità di ideare un “progetto di Stato” dinamico, analizzato di continuo, calibrato sulla realtà e su quanto possa riverberarsi positivamente sull’avvenire.

 La politica è idealità. E’ vigore intellettuale. E’ magnetica forza capace di coinvolgere milioni e milioni di persone a riconoscersi in essa e a partecipare, perché il progetto che le è in seno si realizzi.

Ma la politica per essere tale ha bisogno di donne e uomini che abbiano in cuore il senso e il valore di un compito così importante, così alto, così responsabile. 

Ha bisogno di gente che la viva non come una professione, un lavoro, ma come una vera e propria missione. Attraverso un senso altruistico del decidere e del fare. Nel quale non deve mancare la capacità di riconoscere ad altri pensieri politici o a segmenti di questi, il valore e il riflesso positivo che possono avere per la Comunità. Una politica che per tutto ciò ha la necessità di servirsi di chi abbia sensibilità, cultura e senso etico, per guidare un popolo verso un destino di benessere civile, sociale ed economico.

Ci manca la politica. Come può mancare qualcuno sul quale poter contare, del quale potersi fidare, cui delegare qualcosa che ci sta a cuore, che può mutare in meglio il corso della nostra vita.

Ma la politica s’è lasciata depauperare e offuscare dalle voracità della tecnica, della finanza e dell’economia, oggi padroni del nostro vissuto, del nostro futuro. Le loro logiche hanno avuto la forza di penetrare nelle nostre menti, condizionandone le decisioni, i comportamenti, la visione del mondo e delle cose.

Hanno impoverito la nostra sensibilità, il nostro senso del bene e delle cose comuni.

Hanno destabilizzato i rapporti tra gli uomini, il senso e l’importanza dell’altro. Hanno messo in primo piano il concetto del possedere, del fare continuo, del profitto, dell’utilitarismo. Hanno fatto trionfare l’individualismo esasperato, l’egoismo, la dinamicità malata e nevrotica, il desiderio del piacere edonistico e quello di sentirsi padroni di un concetto di libertà privo di freni, senza alcun rispetto per la libertà altrui.

Hanno imposto una visione del tutto soggetta a un solo dominante pensiero, al di fuori del quale ogni cosa diventa indicibile, inconcepibile, irrealizzabile. E attraverso esso attribuiscono l’aggettivo civile a provvedimenti, norme e concezioni sociali che di civile e progredito non hanno nulla, e che invece evidenziano un malcelato ritorno di interesse mercantile e commerciale.

Hanno materializzato e mercificato i sentimenti e reso l’amore un sentire condizionato solo al bene e all’interesse individuale. Qualcosa di consumabile, di fungibile, dal quale evadere al primo soffio di crisi. Il filosofo tedesco Carl Schmitt, già dopo il secondo conflitto mondiale, previde la neutralizzazione delle politica a favore di un dominio mondiale delle tecnica e all’avvento di guerre umanitarie che sarebbero risultate più inumane di quelle classiche, perché condotte nel nome del bene assoluto contro il male assoluto. 

Il connubio tra tecnica, economia e sofistici principi umanitari è l’amalgama che guida il mondo di oggi e sconfigge ogni richiamo al bene comune e al valore della natura, anch’essa umiliata e offesa dallo sviluppo e dall’utilizzo indiscriminato della tecnica e dalle logiche insensibili del mercato. 

“Domani”, dice Schmitt, “l’oppressione più terrificante sarà compiuta nel nome della libertà e la disumanità più abietta nel nome dell’umanità. L’imperialismo della tecnica, dell’economia e della finanza per realizzare il loro dominio si servirà dell’alibi etico-umanitario”.

A questo stiamo assistendo, ed è la conseguenza della scomparsa della politica vera.

Come uscirne? E’ sempre Schmitt a suggerire una possibile ricetta: “Rifondare la sovranità della politica, il legame comunitario, il radicamento. E la nascita di un autentico sentimento patriottico europeo”. Perché ciò accada però, occorre ripartire da una visione sociale fondata su una cultura di eticità, che metta al primo posto l’uomo e il suo vero bene, a cui ogni altro principio, ogni altro pensiero, deve sottostare.  Solo formando persone che sin da piccoli abbiamo assunto il concetto di partecipazione individuale al bene di tutti, può aiutare a formare una classe politica destinata a guidare con cognizione, rispetto per la fiducia accordatagli, visione e responsabilità dei propri atti, una Comunità in cui il bene comune è conseguenza di un sentito e vissuto ethos comune.

Romolo Paradiso

 

La politica destabilizzata dal trionfo della tecnica e della finanza. Con quali conseguenze? Come recuperarne il suo valore etico e sociale? La previsione e la ricetta di Carl Schmitt.

 

La politica non c’è più. E’ defunta da tempo. Qualcuno ne ricorda il sentimento, l’essenza, il valore, lo scopo. Ma è troppo in là con gli anni e guarda l’attuale situazione con un pizzico di distacco e molta nostalgia.

Essere orfani della politica non è cosa da poco. E’ un grave danno per la Comunità. E’ il sintomo di una Nazione che ha perso il suo senso, la su anima, la sua missione, il suo destino. 

Sì, perché la politica è lo strumento che indica le mappe da percorrere per migliorare le condizioni dei cittadini, per perfezionare quelle esistenti, per superare difficoltà, imprevisti, per proporre visioni sul futuro e a questo dare realizzazione attraverso provvedimenti e azioni a tal scopo idonei. 

Insomma, avere quelle capacità di ideare un “progetto di Stato” dinamico, analizzato di continuo, calibrato sulla realtà e su quanto possa riverberarsi positivamente sull’avvenire.

 La politica è idealità. E’ vigore intellettuale. E’ magnetica forza capace di coinvolgere milioni e milioni di persone a riconoscersi in essa e a partecipare, perché il progetto che le è in seno si realizzi.

Ma la politica per essere tale ha bisogno di donne e uomini che abbiano in cuore il senso e il valore di un compito così importante, così alto, così responsabile. 

Ha bisogno di gente che la viva non come una professione, un lavoro, ma come una vera e propria missione. Attraverso un senso altruistico del decidere e del fare. Nel quale non deve mancare la capacità di riconoscere ad altri pensieri politici o a segmenti di questi, il valore e il riflesso positivo che possono avere per la Comunità. Una politica che per tutto ciò ha la necessità di servirsi di chi abbia sensibilità, cultura e senso etico, per guidare un popolo verso un destino di benessere civile, sociale ed economico.

Ci manca la politica. Come può mancare qualcuno sul quale poter contare, del quale potersi fidare, cui delegare qualcosa che ci sta a cuore, che può mutare in meglio il corso della nostra vita.

Ma la politica s’è lasciata depauperare e offuscare dalle voracità della tecnica, della finanza e dell’economia, oggi padroni del nostro vissuto, del nostro futuro. Le loro logiche hanno avuto la forza di penetrare nelle nostre menti, condizionandone le decisioni, i comportamenti, la visione del mondo e delle cose.

Hanno impoverito la nostra sensibilità, il nostro senso del bene e delle cose comuni.

Hanno destabilizzato i rapporti tra gli uomini, il senso e l’importanza dell’altro. Hanno messo in primo piano il concetto del possedere, del fare continuo, del profitto, dell’utilitarismo. Hanno fatto trionfare l’individualismo esasperato, l’egoismo, la dinamicità malata e nevrotica, il desiderio del piacere edonistico e quello di sentirsi padroni di un concetto di libertà privo di freni, senza alcun rispetto per la libertà altrui.

Hanno imposto una visione del tutto soggetta a un solo dominante pensiero, al di fuori del quale ogni cosa diventa indicibile, inconcepibile, irrealizzabile. E attraverso esso attribuiscono l’aggettivo civile a provvedimenti, norme e concezioni sociali che di civile e progredito non hanno nulla, e che invece evidenziano un malcelato ritorno di interesse mercantile e commerciale.

Hanno materializzato e mercificato i sentimenti e reso l’amore un sentire condizionato solo al bene e all’interesse individuale. Qualcosa di consumabile, di fungibile, dal quale evadere al primo soffio di crisi. Il filosofo tedesco Carl Schmitt, già dopo il secondo conflitto mondiale, previde la neutralizzazione delle politica a favore di un dominio mondiale delle tecnica e all’avvento di guerre umanitarie che sarebbero risultate più inumane di quelle classiche, perché condotte nel nome del bene assoluto contro il male assoluto. 

Il connubio tra tecnica, economia e sofistici principi umanitari è l’amalgama che guida il mondo di oggi e sconfigge ogni richiamo al bene comune e al valore della natura, anch’essa umiliata e offesa dallo sviluppo e dall’utilizzo indiscriminato della tecnica e dalle logiche insensibili del mercato. 

“Domani”, dice Schmitt, “l’oppressione più terrificante sarà compiuta nel nome della libertà e la disumanità più abietta nel nome dell’umanità. L’imperialismo della tecnica, dell’economia e della finanza per realizzare il loro dominio si servirà dell’alibi etico-umanitario”.

A questo stiamo assistendo, ed è la conseguenza della scomparsa della politica vera.

Come uscirne? E’ sempre Schmitt a suggerire una possibile ricetta: “Rifondare la sovranità della politica, il legame comunitario, il radicamento. E la nascita di un autentico sentimento patriottico europeo”. Perché ciò accada però, occorre ripartire da una visione sociale fondata su una cultura di eticità, che metta al primo posto l’uomo e il suo vero bene, a cui ogni altro principio, ogni altro pensiero, deve sottostare.  Solo formando persone che sin da piccoli abbiamo assunto il concetto di partecipazione individuale al bene di tutti, può aiutare a formare una classe politica destinata a guidare con cognizione, rispetto per la fiducia accordatagli, visione e responsabilità dei propri atti, una Comunità in cui il bene comune è conseguenza di un sentito e vissuto ethos comune.

Romolo Paradiso

 

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli