Politica

Perché il bus di Mestre ci catapulta nelle Europee 2024

di Giovanni Vasso -


Ammuina. Camurria. O caciara. Chiamatela come volete. Alla fine, in Italia, va sempre così. Dopo la tragedia del bus di Mestre, il dibattito pubblico italiano si divide, al solito, nelle solite tifoserie. Ci si divide sui toni utilizzati dal vicepremier Matteo Salvini, in piena campagna elettorale come i suoi censori di oggi, che deplorano il suo continuo mettere in dubbio i dogmi della teologia verde. Anzi, green. Ma mentre l’Italia registra l’ennesimo duello rusticano a chi ha il sondaggio più gonfio, in Europa sta accadendo qualcosa. Di grosso. Perché, al posto del verdissimo Frans Timmermans, l’olandese vietante che ha partorito alcune delle più discusse normative Ue, dalla direttiva Casa green fino al ban ai motori endotermici nel 2035, arriverà il suo connazionale Wopke Hoekstra. Segnali particolari: ex manager della Shell.

Con ordine. L’incidente a Mestre, costato la vita a 21 persone, ha riportato sotto i riflettori il tema della sicurezza dei veicoli elettrici. Le batterie si incendiano? Sono affidabili? E come si fa, eventualmente, a domare le fiamme che dovessero sprigionarsi dai motori elettrici? Se ne parla da qualche anno. Perché altrove, cioè negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, i vigili del fuoco hanno già avvertito dei rischi che ricorrono specialmente se si utilizzano caricabatterie non conformi e se i pacchi batteria iniziano a deteriorarsi. Il “guaio”, tra le altre cose, è che un eventuale incendio sprigionatosi dai motori elettrici e dalle batterie non va spento con acqua. Ma occorre utilizzare altre soluzioni. E, sussurra qualcuno, iniziare ad addestrare squadre apposite, capaci di intervenire con le competenze adatte a fronteggiare la situazione al meglio delle loro possibilità. A Mestre, infatti, domare il rogo si è rivelato più difficile di quanto si potesse immaginare. E solo alle prime luci dell’alba i vigili del fuoco sono riusciti a rimuovere le lamiere del bus a Mestre in piena sicurezza. Insomma, più che dei politici, inchiodati alle richieste che arrivano loro dai suggerimenti dei sondaggisti, sarebbe il caso di ascoltare il parere di chi è sul campo, di chi studia.  Anche perché il “rischio” è che presto anche la politica possa cambiar parere.

In Europa, infatti, qualcosa comincia a muoversi. Tra poco meno di un anno si vota e, come a Roma e Milano, anche a Bruxelles la campagna elettorale è già iniziata. Ursula von der Leyen combatte per ottenere un secondo mandato. Si sa da mesi. Ma deve fare i conti con il fallimento della sua maggioranza semaforo. Il Ppe, infatti, è stato tra i partiti che ha più pagato, in termini di consenso, le politiche green avviate dalla Commissione. E lei, in fondo, arriva proprio dal Ppe. I popolari hanno cominciato, già da mesi, a fare proprie le istanze che arrivavano dal basso. Sull’auto e sulla casa, due temi che toccano da vicino la vita quotidiana di milioni di famiglie europee. Ma von der Leyen ha pure un altro problema. Che si chiama Cina. Pechino è il campione mondiale dell’elettrico. E l’alleanza occidentale, leggi Washington, non può più permettersi che l’Europa continui a commerciare con quello che sta diventando, oggi, il più temibile avversario sullo scenario geopolitico. È (anche o forse soprattutto…) per questo che nei giorni scorsi l’Ue si è impegnata a lanciare un’inchiesta anti-concorrenza sleale sull’elettrico cinese che fa da preludio alla strategia di derisking annunciata, direttamente da Shangai, dal vice-presidente della Commissione Dombrovskis. Derisking e non decoupling. Cioè una strategia per far uscire, gradualmente, l’Europa dalla dipendenza cinese nella supply chain delle tecnologie green.

In questo senso, dunque, è stata interpretata la nomina, ratificata ieri dall’Europarlamento, del nuovo commissario alla transizione ecologica. Un olandese ne sostituisce un altro. Ma non potrebbero essere più diversi. Wopke Hoekstra,  leader di Appello cristiano democratico, partito stabilmente collocato nel centrodestra in Olanda, già vicepremier nonché ministro per il commercio estero di Mark Rutte. Ma quello che “pesa” non è il suo curriculum politico ma quello professionale. Ha lavorato, infatti, per Shell, la multinazionale olandese di Oil & gas. È bastato questo per far insorgere la sinistra europea e la galassia di Ong che sostengono la transizione verde a spada tratta. E infatti i numeri della votazione alla plenaria di Strasburgo raccontano dello scetticismo che, su Hoekstra, c’è a sinistra. Se Sefcovic, già commissario, ha avuto la ratifica a vicepresidente con 322 voti a favore e 158 contrari, Hoesktra ha dovuto penare un po’ di più: 279 sì, 173 no e 33 astenuti. Se la sua nomina significherà un cambio di passo di Bruxelles sui temi green, lo dirà il tempo. Intanto in Europa, qualcosa sta succedendo. Mentre in Italia si continua a fare ammuina. Camurria o caciara. Anche di fronte a una tragedia come quella del bus di Mestre.


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