Perché Putin vuole il Donbass

Un’area strategica per Mosca e per chiunque la detenga. Il conflitto in Ucraina ci ricorda di come l’uomo sia ancora disposto a uccidere o farsi uccidere per il controllo del territorio: radici e cultura, certo – la maggioranza del Donbass è russofono -, ma soprattutto risorse strategiche.

Nelle Repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk che compongono il Donbass si stimano esserci 57,5 milioni di tonnellate di carbone per un territorio di 23 mila metri quadri: una regione che, dal punto di vista geologico, parte dai bacini carboniferi dell’Ucraina orientale e arriva fino a Rostov sul Don. Fino alla metà del 19esimo secolo, il Donbass era scarsamente popolato. Divenne uno dei centri più importanti dell’industrializzazione russa proprio grazie alle sue riserve di carbone. Nel 1913, il Donbass produceva l’87% del carbone e il 74% della ghisa nell’impero russo. Dagli anni ‘70 in poi, le riserve hanno iniziato a declinare. Eppure, l’Ucraina orientale continua a possedere notevoli riserve, in gran parte di alta qualità, di cui circa un quarto sono antracite. Un patrimonio di importanza strategica, soprattutto alla luce del consumo di carbone di cui le nazioni di più recente industrializzazione, a iniziare dalla Cina, hanno bisogno. Le importazioni cinesi di carbone dalla Russia sono infatti quasi raddoppiate tra marzo e aprile, raggiungendo 4,42 milioni di tonnellate. Mosca potrebbe dunque rafforzare la sua posizione di principale fornitore di carbone per Pechino – ora è al secondo posto – grazie alle riserve ucraine. Secondo l’Us Geological Survey, nel bacino del Don, si trovano giacimenti di gas pari a 1600 miliardi di metri cubi e 1,6 miliardi di barili di petrolio; l’area è il quinto detentore mondiale di riserve di ferro grezzo, pari 18 miliardi di tonnellate, conta sul 6% delle riserve mondiali di titanio e sul 20% di grafite. Da Mariupol a Zhitomir, si estende il cosiddetto scudo ucraino acherano proterozoico, una delle più grandi riserve gas di scisto e litio in Europa. Secondo uno studio delle ricercatrici dell’Accademia Nazionale di Scienze ucraina Svitlana Vasylenko e Uliana Naumenko, si tratterebbe di quasi 500 mila tonnellate di ossido di litio, necessarie per la produzione delle batterie delle auto elettriche. Ricchezze fondamentali.

Oltre ai minerali, poi, c’è la geopolitica. Putin punta a collegare Lugansk e Donetsk alla Crimea attraverso il corridoio di Mariupol, da dove parte lo scudo minerario ucraino. Ad oggi, la penisola annessa nel 2014 – dove ha sede la base navale di Sebastopoli ed era di stanza già la Flotta del Mar Nero dell’Impero russo – è collegata con la Russia con il ponte di Kerč. Conquistando quella fascia, Putin guadagnerebbe la contiguità territoriale. Lo zar, d’altronde, ha rivendicato un diritto a intervenire a favore della popolazione russa e una serie di ragioni storiche. Ha ragione? Sicuramente, il conflitto a bassa intensità del Donbass, dopo il 2014, ha registrato oltre 14 mila morti, fino al 31 dicembre 2021, di cui 3.404 civili e 6.500 fra i separatisti filo Mosca. Il controverso divieto di usare la lingua russa, imposto dal governo di Poroshenko, era rimasto anche con Zelensky. Storicamente, il Donbass non faceva parte dell’Ucraina durante il suo breve periodo di indipendenza nel 1918 e fu incorporato nella Repubblica socialista sovietica ucraina subito dopo la guerra civile russa. A Donetsk, il russo è la lingua principale del 74,9% dei residenti; a Lugansk, del 68,8%. Nelle elezioni del 2004 e del 2010, il candidato filo-russo Viktor Yanukovich, nativo di Donetsk, aveva proprio in queste zone la sua roccaforte. Eppure è difficile stabilire se nel Donbass ora la gente stia con Mosca o Kiev. La guerra potrebbe aver cambiato qualcosa. Secondo Interfax-Ucraina, l’82% degli ucraini nel territorio sequestrato dalla Russia dall’invasione del 24 febbraio ha oggi un atteggiamento negativo nei confronti di Mosca. Ma al di là di quello che pensano i cittadini, i conti più importanti si fanno sulla loro pelle.

Un’area strategica per Mosca e per chiunque la detenga. Il conflitto in Ucraina ci ricorda di come l’uomo sia ancora disposto a uccidere o farsi uccidere per il controllo del territorio: radici e cultura, certo – la maggioranza del Donbass è russofono -, ma soprattutto risorse strategiche.

Nelle Repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk che compongono il Donbass si stimano esserci 57,5 milioni di tonnellate di carbone per un territorio di 23 mila metri quadri: una regione che, dal punto di vista geologico, parte dai bacini carboniferi dell’Ucraina orientale e arriva fino a Rostov sul Don. Fino alla metà del 19esimo secolo, il Donbass era scarsamente popolato. Divenne uno dei centri più importanti dell’industrializzazione russa proprio grazie alle sue riserve di carbone. Nel 1913, il Donbass produceva l’87% del carbone e il 74% della ghisa nell’impero russo. Dagli anni ‘70 in poi, le riserve hanno iniziato a declinare. Eppure, l’Ucraina orientale continua a possedere notevoli riserve, in gran parte di alta qualità, di cui circa un quarto sono antracite. Un patrimonio di importanza strategica, soprattutto alla luce del consumo di carbone di cui le nazioni di più recente industrializzazione, a iniziare dalla Cina, hanno bisogno. Le importazioni cinesi di carbone dalla Russia sono infatti quasi raddoppiate tra marzo e aprile, raggiungendo 4,42 milioni di tonnellate. Mosca potrebbe dunque rafforzare la sua posizione di principale fornitore di carbone per Pechino – ora è al secondo posto – grazie alle riserve ucraine. Secondo l’Us Geological Survey, nel bacino del Don, si trovano giacimenti di gas pari a 1600 miliardi di metri cubi e 1,6 miliardi di barili di petrolio; l’area è il quinto detentore mondiale di riserve di ferro grezzo, pari 18 miliardi di tonnellate, conta sul 6% delle riserve mondiali di titanio e sul 20% di grafite. Da Mariupol a Zhitomir, si estende il cosiddetto scudo ucraino acherano proterozoico, una delle più grandi riserve gas di scisto e litio in Europa. Secondo uno studio delle ricercatrici dell’Accademia Nazionale di Scienze ucraina Svitlana Vasylenko e Uliana Naumenko, si tratterebbe di quasi 500 mila tonnellate di ossido di litio, necessarie per la produzione delle batterie delle auto elettriche. Ricchezze fondamentali.

Oltre ai minerali, poi, c’è la geopolitica. Putin punta a collegare Lugansk e Donetsk alla Crimea attraverso il corridoio di Mariupol, da dove parte lo scudo minerario ucraino. Ad oggi, la penisola annessa nel 2014 – dove ha sede la base navale di Sebastopoli ed era di stanza già la Flotta del Mar Nero dell’Impero russo – è collegata con la Russia con il ponte di Kerč. Conquistando quella fascia, Putin guadagnerebbe la contiguità territoriale. Lo zar, d’altronde, ha rivendicato un diritto a intervenire a favore della popolazione russa e una serie di ragioni storiche. Ha ragione? Sicuramente, il conflitto a bassa intensità del Donbass, dopo il 2014, ha registrato oltre 14 mila morti, fino al 31 dicembre 2021, di cui 3.404 civili e 6.500 fra i separatisti filo Mosca. Il controverso divieto di usare la lingua russa, imposto dal governo di Poroshenko, era rimasto anche con Zelensky. Storicamente, il Donbass non faceva parte dell’Ucraina durante il suo breve periodo di indipendenza nel 1918 e fu incorporato nella Repubblica socialista sovietica ucraina subito dopo la guerra civile russa. A Donetsk, il russo è la lingua principale del 74,9% dei residenti; a Lugansk, del 68,8%. Nelle elezioni del 2004 e del 2010, il candidato filo-russo Viktor Yanukovich, nativo di Donetsk, aveva proprio in queste zone la sua roccaforte. Eppure è difficile stabilire se nel Donbass ora la gente stia con Mosca o Kiev. La guerra potrebbe aver cambiato qualcosa. Secondo Interfax-Ucraina, l’82% degli ucraini nel territorio sequestrato dalla Russia dall’invasione del 24 febbraio ha oggi un atteggiamento negativo nei confronti di Mosca. Ma al di là di quello che pensano i cittadini, i conti più importanti si fanno sulla loro pelle.

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