Petrolio, per l’Ispi è un embargo “a fuoco lento”

Considerate le premesse, è sempre meglio di niente. Ma per molti è solo un accordo parziale, attraverso il quale i 27 leader dei Paesi Ue sono riusciti in extremis a trovare un compromesso per mettere al bando i due terzi delle importazioni di greggio dalla Russia. Un embargo “a fuoco lento”, lo definisce l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, soffermandosi sull’analisi della misura che entrerà in vigore tra sei mesi e riguarderà solo il petrolio che arriva via mare: restano esclusi pertanto gli oleodotti, in particolare il Druzhba, che continuerà a pompare petrolio verso Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.
Il pacchetto, che sarà finalizzato alla riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti dell’Ue prima di essere ufficializzato, presenta alcune complicazioni. Innanzitutto la concreta possibilità di minare il principio della concorrenza: il divieto parziale delle importazioni di greggio (consentite quelle via terra, vietate quelle via mare) rischia di distorcere, osserva il Financial Times, il sistema del mercato petrolifero europeo, “con alcune raffinerie collegate agli oleodotti provenienti dalla Russia che godono di un vantaggio di prezzo”. Il riferimento è al gruppo ungherese Mol, per il quale l’esenzione all’embargo dell’Ungheria si avvia a diventare un vero affare, con il margine di raffinazione che cresce a livello esponenziale.

Per questo nelle conclusioni i leader europei hanno demandato alla Commissione il compito di monitorare e riferire al Consiglio sull’attuazione di queste misure “per garantire condizioni di parità e concorrenza leale nel mercato unico”. I 27 non hanno ancora deciso quanto durerà l’esenzione per il petrolio russo trasportato via terra, dichiarando solo che sarà “temporaneo”. La questione tempo è fondamentale, tanto che nelle ultime ore si è tornato a parlare della possibilità di introdurre dazi all’ingresso di combustibile via oleodotti, una misura destinata a penalizzare soprattutto l’Ungheria.

L’altro aspetto rilevante è considerato l’ormai riconosciuto andamento a due velocità dell’Europa. A fronte di Paesi, come Olanda e Danimarca, che si sono rifiutati di sottostare al diktat di Mosca del pagamento in rubli ed hanno già visto interrompere, così come Polonia, Bulgaria e Finlandia, le forniture russe, ce ne sono altri, in primis Italia e Germania, che invece hanno di fatto aperto al pagamento nella moneta di Mosca. Un atteggiamento dettato dall’impossibilità strutturale di fare a meno del combustibile proveniente dalla Russia senza creare una situazione devastante per la già disastrata economia dei due Paesi.

A confermare il dato che le sanzioni, almeno nel breve periodo, potrebbero far male soprattutto a noi, arrivano le parole del ministro dello Sviluppo economico, Giorgetti, che definisce l’accordo sull’embargo del petrolio russo “un passettino in avanti”. Forse, considera l’esponente della Lega, un draghiano della prima ora, “ci siamo illusi di sconfiggere Putin con le sanzioni economiche, cioè’ facendo una guerra economica e commerciale. Io non so se poi riusciremo a sconfiggerlo per questa strada, quello che dobbiamo sapere pero’ sono le conseguenze di tipo economico e sociale che riguarderanno nell’oggi, ma soprattutto nei prossimi mesi, il sistema economico italiano, i settori che sono messi in grave stress da questa situazione. Non ci si può non preparare a quello che dovremo sopportare nei prossimi mesi, magari nei prossimi anni, sotto il profilo economico, in particolare in Pesi come Italia e Germania”.

Considerate le premesse, è sempre meglio di niente. Ma per molti è solo un accordo parziale, attraverso il quale i 27 leader dei Paesi Ue sono riusciti in extremis a trovare un compromesso per mettere al bando i due terzi delle importazioni di greggio dalla Russia. Un embargo “a fuoco lento”, lo definisce l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, soffermandosi sull’analisi della misura che entrerà in vigore tra sei mesi e riguarderà solo il petrolio che arriva via mare: restano esclusi pertanto gli oleodotti, in particolare il Druzhba, che continuerà a pompare petrolio verso Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.
Il pacchetto, che sarà finalizzato alla riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti dell’Ue prima di essere ufficializzato, presenta alcune complicazioni. Innanzitutto la concreta possibilità di minare il principio della concorrenza: il divieto parziale delle importazioni di greggio (consentite quelle via terra, vietate quelle via mare) rischia di distorcere, osserva il Financial Times, il sistema del mercato petrolifero europeo, “con alcune raffinerie collegate agli oleodotti provenienti dalla Russia che godono di un vantaggio di prezzo”. Il riferimento è al gruppo ungherese Mol, per il quale l’esenzione all’embargo dell’Ungheria si avvia a diventare un vero affare, con il margine di raffinazione che cresce a livello esponenziale.

Per questo nelle conclusioni i leader europei hanno demandato alla Commissione il compito di monitorare e riferire al Consiglio sull’attuazione di queste misure “per garantire condizioni di parità e concorrenza leale nel mercato unico”. I 27 non hanno ancora deciso quanto durerà l’esenzione per il petrolio russo trasportato via terra, dichiarando solo che sarà “temporaneo”. La questione tempo è fondamentale, tanto che nelle ultime ore si è tornato a parlare della possibilità di introdurre dazi all’ingresso di combustibile via oleodotti, una misura destinata a penalizzare soprattutto l’Ungheria.

L’altro aspetto rilevante è considerato l’ormai riconosciuto andamento a due velocità dell’Europa. A fronte di Paesi, come Olanda e Danimarca, che si sono rifiutati di sottostare al diktat di Mosca del pagamento in rubli ed hanno già visto interrompere, così come Polonia, Bulgaria e Finlandia, le forniture russe, ce ne sono altri, in primis Italia e Germania, che invece hanno di fatto aperto al pagamento nella moneta di Mosca. Un atteggiamento dettato dall’impossibilità strutturale di fare a meno del combustibile proveniente dalla Russia senza creare una situazione devastante per la già disastrata economia dei due Paesi.

A confermare il dato che le sanzioni, almeno nel breve periodo, potrebbero far male soprattutto a noi, arrivano le parole del ministro dello Sviluppo economico, Giorgetti, che definisce l’accordo sull’embargo del petrolio russo “un passettino in avanti”. Forse, considera l’esponente della Lega, un draghiano della prima ora, “ci siamo illusi di sconfiggere Putin con le sanzioni economiche, cioè’ facendo una guerra economica e commerciale. Io non so se poi riusciremo a sconfiggerlo per questa strada, quello che dobbiamo sapere pero’ sono le conseguenze di tipo economico e sociale che riguarderanno nell’oggi, ma soprattutto nei prossimi mesi, il sistema economico italiano, i settori che sono messi in grave stress da questa situazione. Non ci si può non preparare a quello che dovremo sopportare nei prossimi mesi, magari nei prossimi anni, sotto il profilo economico, in particolare in Pesi come Italia e Germania”.

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