Piervincenzi pronto a tornare in Ucraina

Classe 1981, due volte papà, bello com’è, in tv poteva permettersi di fare il bello e basta e con in tasca una laurea in scienze della comunicazione, probabilmente non sarebbe servito altro. Ci avrebbe messo la faccia, senza farsi rompere il naso come quando, come inviato di ‘Nemo’, si è trovato ad incrociare la rabbia di Roberto Spada finita a testate. E invece nel suo mestiere di cronista e conduttore ci ha aggiunto un coraggio e una spinta ad approfondire, a non lasciare in aria le inchieste, che non gli hanno reso la vita facile. Ex giocatore della Lazio Rugby, Piervincenzi, di quella testata racconta di essere “rimasto in piedi, lì, davanti a lui. Malgrado tutto lo shock e il dolore per quella testata a tradimento”. Ha anche aggiunto: “in vita mia, il naso me l’ero già rotto tante volte. Così, quando la sera sono tornato a casa, per non spaventare mia figlia che è ancora una bambina, le ho raccontato che papà aveva appena finito di giocare una partita”. Nel rugby, dice, “regna sempre una violenza onesta. Mai infame e gratuita”. Inchiesta dopo inchiesta, lo vediamo poi alla conduzione di Ragazzi contro, in cui entra nella realtà di sei scuole romane di periferia e tratta con i ragazzi argomenti di vita quotidiana, come difficoltà e bullismo. Nello stesso anno, il 2019, è giornalista di Popolo Sovrano, in onda in prima serata su Rai 2. Proprio durante un’inchiesta, subisce un’ulteriore aggressione a Pescara, nel complesso delle case Ater, noto come Ferro di Cavallo. Nel 2021 è il conduttore del programma Mappe Criminali, dove ha raccontato la geografia delle mafie. Tema centrale delle sue ultime inchieste la guerra in Ucraina, ponendosi nel ruolo di inviato in trincea e trascorrendo 2 mesi sul campo.
Criminalità, guerre, nasi rotti. Le tre parole più associate alla tua carriera secondo i motori di ricerca.

Aggiungine una.
Ne aggiungerei due. La prima è rugby, il mio sport, più che una passione. Una disciplina che ha ordinato gran parte della mia vita e mi ha formato come uomo, a cominciare dal rispetto in campo per arrivare alla determinazione necessaria perraggiungere la meta. La seconda, ben più importante, è realtà. O meglio, il racconto del reale, quello che è possibile realizzare solo immergendosi nei luoghi e nelle storie. Dalla guerra alla criminalità, ma con un solo denominatore: gli ultimi.

Quanto conta il coraggio nel tuo lavoro?
Al coraggio non penso mai. Immagino serva se non si è convinti di quello che si sta facendo. Nelle situazioni critiche c’è sempre una componente di paura, ed è un bene. Ci mantiene vigili. Ma la storia viene prima di tutto, anche della paura stessa e quindi di un coraggio consapevole. Arriva un momento in cui pur di raccontare quello che ti circonda sei pronto ad alzare l’asticella del rischio.

Hai mai avuto paura?
Nei mesi in Ucraina spesso la paura arrivava la sera, quando ormai la giornata era conclusa e avevamo riportato la pelle a casa. Scende l’adrenalina e arriva una sorta di consapevolezza, fuori tempo massimo. Oggi ci è andata bene.

Qual è la volta in cui hai detto questa è l’ultima?
Di momenti estremamente delicati ne ho vissuto diversi. Nel racconto delle cosche mafiose o delle nuove realtà criminali mi sono imbattuto in personaggi oscuri e spesso minacciosi. Ma la guerra in Ucraina mi ha portato in uno scenario nuovo. Dove invece che guardarti le spalle devi avere gli occhi ben aperti davanti a te. Capire il momento dei combattimenti e leggere le linee del fronte. Un conflitto massivo dove tutto può cambiare in un attimo. Un pomeriggio sono rimasto bloccato a ridosso di Kherson. I russi bombardavano sulla nostra posizione e i droni che ci volavano sopra non mi permettevano di allontanarmi. Ore passate a chinare la testa nell’elmetto a ogni boato, con soldati giovanissimi che mi offrivano sigarette e una zuppa calda per combattere la paura e l’attesa. Quella volta mi sono promesso: se ne esco vivo mi prendo una settimana di pausa. E così ho fatto. È importante anche sapersi fermare per riordinare le idee.

E la prossima invece quando sarà?
Ancora uno scampolo di estate e poi rientrerò in Ucraina. Una guerra di cui ci stiamo dimenticando velocemente. Quel popolo non merita di essere abbandonato.

Classe 1981, due volte papà, bello com’è, in tv poteva permettersi di fare il bello e basta e con in tasca una laurea in scienze della comunicazione, probabilmente non sarebbe servito altro. Ci avrebbe messo la faccia, senza farsi rompere il naso come quando, come inviato di ‘Nemo’, si è trovato ad incrociare la rabbia di Roberto Spada finita a testate. E invece nel suo mestiere di cronista e conduttore ci ha aggiunto un coraggio e una spinta ad approfondire, a non lasciare in aria le inchieste, che non gli hanno reso la vita facile. Ex giocatore della Lazio Rugby, Piervincenzi, di quella testata racconta di essere “rimasto in piedi, lì, davanti a lui. Malgrado tutto lo shock e il dolore per quella testata a tradimento”. Ha anche aggiunto: “in vita mia, il naso me l’ero già rotto tante volte. Così, quando la sera sono tornato a casa, per non spaventare mia figlia che è ancora una bambina, le ho raccontato che papà aveva appena finito di giocare una partita”. Nel rugby, dice, “regna sempre una violenza onesta. Mai infame e gratuita”. Inchiesta dopo inchiesta, lo vediamo poi alla conduzione di Ragazzi contro, in cui entra nella realtà di sei scuole romane di periferia e tratta con i ragazzi argomenti di vita quotidiana, come difficoltà e bullismo. Nello stesso anno, il 2019, è giornalista di Popolo Sovrano, in onda in prima serata su Rai 2. Proprio durante un’inchiesta, subisce un’ulteriore aggressione a Pescara, nel complesso delle case Ater, noto come Ferro di Cavallo. Nel 2021 è il conduttore del programma Mappe Criminali, dove ha raccontato la geografia delle mafie. Tema centrale delle sue ultime inchieste la guerra in Ucraina, ponendosi nel ruolo di inviato in trincea e trascorrendo 2 mesi sul campo.
Criminalità, guerre, nasi rotti. Le tre parole più associate alla tua carriera secondo i motori di ricerca.

Aggiungine una.
Ne aggiungerei due. La prima è rugby, il mio sport, più che una passione. Una disciplina che ha ordinato gran parte della mia vita e mi ha formato come uomo, a cominciare dal rispetto in campo per arrivare alla determinazione necessaria perraggiungere la meta. La seconda, ben più importante, è realtà. O meglio, il racconto del reale, quello che è possibile realizzare solo immergendosi nei luoghi e nelle storie. Dalla guerra alla criminalità, ma con un solo denominatore: gli ultimi.

Quanto conta il coraggio nel tuo lavoro?
Al coraggio non penso mai. Immagino serva se non si è convinti di quello che si sta facendo. Nelle situazioni critiche c’è sempre una componente di paura, ed è un bene. Ci mantiene vigili. Ma la storia viene prima di tutto, anche della paura stessa e quindi di un coraggio consapevole. Arriva un momento in cui pur di raccontare quello che ti circonda sei pronto ad alzare l’asticella del rischio.

Hai mai avuto paura?
Nei mesi in Ucraina spesso la paura arrivava la sera, quando ormai la giornata era conclusa e avevamo riportato la pelle a casa. Scende l’adrenalina e arriva una sorta di consapevolezza, fuori tempo massimo. Oggi ci è andata bene.

Qual è la volta in cui hai detto questa è l’ultima?
Di momenti estremamente delicati ne ho vissuto diversi. Nel racconto delle cosche mafiose o delle nuove realtà criminali mi sono imbattuto in personaggi oscuri e spesso minacciosi. Ma la guerra in Ucraina mi ha portato in uno scenario nuovo. Dove invece che guardarti le spalle devi avere gli occhi ben aperti davanti a te. Capire il momento dei combattimenti e leggere le linee del fronte. Un conflitto massivo dove tutto può cambiare in un attimo. Un pomeriggio sono rimasto bloccato a ridosso di Kherson. I russi bombardavano sulla nostra posizione e i droni che ci volavano sopra non mi permettevano di allontanarmi. Ore passate a chinare la testa nell’elmetto a ogni boato, con soldati giovanissimi che mi offrivano sigarette e una zuppa calda per combattere la paura e l’attesa. Quella volta mi sono promesso: se ne esco vivo mi prendo una settimana di pausa. E così ho fatto. È importante anche sapersi fermare per riordinare le idee.

E la prossima invece quando sarà?
Ancora uno scampolo di estate e poi rientrerò in Ucraina. Una guerra di cui ci stiamo dimenticando velocemente. Quel popolo non merita di essere abbandonato.

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