Pinocchio, Biancaneve, Tarzan e Rapunzel sono “mentalmente disturbati”

Cosa c’è dietro il magico castello dei classici di Walt Disney, che hanno accompagnato, e accompagnano, l’infanzia di milioni di bambini? Un mondo incantato dove troviamo l’isola che non c’è, principesse da salvare, principi eroi, meravigliosi tramonti, teneri cuccioli, maghi. Ma se proviamo a guardare quel castello e i suoi personaggi da una prospettiva diversa, ci accorgiamo che c’è anche altro: sfumature nascoste, disturbi più o meno gravi, paure. Ad accompagnarci in questo viaggio verso “l’altra faccia della fiaba”, sono tre studiose di criminologia, Marta Senesi, Danila Pescina e Monica Calderaro. Il loro lavoro, Dottor Disney e Mister Hyde (Armando Editore), analizza diverse fiabe, mette a confronto i classici e i moderni film di Disney, tenendo conto anche delle numerose variazioni apportate nel corso degli anni ai finali delle favole, spesso drammatici nelle versioni originali, pian piano sostituiti dal lieto fine. Un’altra importante variazione c’è stata rispetto alla violenza: i ruoli malvagi, nei primi film impersonati spesso da familiari o amici, sono stati affidati a personaggi esterni alla famiglia, come rivali in affare o in amore. Scopriamo così regine narcisiste, bambini con disturbo dell’adattamento, storie di amori malati, sirenette accumulatrici, principi necrofili o un Paese delle Meraviglie popolato da personaggi affetti da disturbi mentali. Biancaneve (1937), ad esempio. È uno dei primi film in cui viene affrontato il tema del “narcisismo patologico”: una matrigna accecata dalla gelosia nei confronti della bellissima figliastra, vanitosa al punto da interrogare continuamente lo specchio magico per sapere chi è la più bella del reame, arriva ad affidare la fanciulla a un cacciatore ordinandogli di portarla nel bosco, ucciderla e tornare con la prova della morte di Biancaneve. Anche in Rapunzel (2010) troviamo manifestazioni di “narcisismo patologico”: una strega cerca la magia dell’eterna giovinezza e non esita a rapire una bambina dopo aver saputo che l’elisir è sprigionato dai suoi capelli. L’improvviso ingresso di Pinocchio nella vita umana costituisce, per il burattino più amato dai bambini, un evento stressante. E all’inizio disobbedisce a Geppetto, non ascolta i consigli della Fata, non va a scuola, viene plagiato dal Gatto e la Volpe, subisce l’influenza di due truffatori…, Pinocchio ha un “disturbo dell’adattamento”. Dedicando la necessaria attenzione all’inizio di una delle storie d’amore più romantiche di sempre, quella tra Belle e la Bestia, ci rendiamo conto che, prima di scoprire la sensibilità d’animo e la bellezza del cuore della Bestia, Belle è stata sua prigioniera, si è offerta in cambio del padre, entrato per sbaglio nel castello. Se volessimo dare una lettura criminologica della storia, parleremmo di “Sindrome di Stoccolma”, perché Belle s’innamora della Bestia nel periodo in cui è vittima di un sequestro. Proseguendo nella lettura di Dottor Disney e Mister Hyde scopriamo il “principe necrofilo”: se non sapessimo che è proprio grazie al suo bacio che Biancaneve si risveglierà, il comportamento del principe ci farebbe riflettere. Soffre di un disturbo anche un’altra dei nostri beniamini, la Sirenetta. Affascinata da tutto quello che riguarda gli umani, accumula ogni tipo di oggetto recuperato nei fondali degli abissi. Occupa tutto lo spazio del suo rifugio con questi cimeli. La dolcissima Ariel soffre di “disturbo da accumulo”. Mentre Tarzan è affetto dalla “sindrome di Uner Tan”: senza genitori, solo in una giungla, viene “adottato” dalla gorilla Kala. Assume le abitudini alimentari e di vita dei gorilla, impara il loro modo di comunicare, perché è l’unico che conosce. Le autrici analizzano molte fiabe, spiegano i vari disturbi e le rispettive terapie. Aiutano ad interpretare ciò che la fiaba comunica all’inconscio, come può incoraggiare la crescita di un bambino aiutandolo a superare delusioni, paure, rivalità. L’obiettivo è quello di proporre una riflessione sul bene e sul male, una miscela che rende i film ancora più affascinanti, non solo per i bambini, ma anche per gli adulti. Lo stesso Walt Disney (al quale le tre criminologhe dedicano un ampio capitolo, a dimostrazione di quanto nei suoi film faccia riferimento alle sue esperienze, alla sua vita) ha dichiarato: «Prima dei 7 o 8 anni un bambino non dovrebbe entrare al cinema. Io non ho fatto film per bambini, ma per adulti. Per il bambino che c’è in ogni adulto».

Valentina Arrighi

Cosa c’è dietro il magico castello dei classici di Walt Disney, che hanno accompagnato, e accompagnano, l’infanzia di milioni di bambini? Un mondo incantato dove troviamo l’isola che non c’è, principesse da salvare, principi eroi, meravigliosi tramonti, teneri cuccioli, maghi. Ma se proviamo a guardare quel castello e i suoi personaggi da una prospettiva diversa, ci accorgiamo che c’è anche altro: sfumature nascoste, disturbi più o meno gravi, paure. Ad accompagnarci in questo viaggio verso “l’altra faccia della fiaba”, sono tre studiose di criminologia, Marta Senesi, Danila Pescina e Monica Calderaro. Il loro lavoro, Dottor Disney e Mister Hyde (Armando Editore), analizza diverse fiabe, mette a confronto i classici e i moderni film di Disney, tenendo conto anche delle numerose variazioni apportate nel corso degli anni ai finali delle favole, spesso drammatici nelle versioni originali, pian piano sostituiti dal lieto fine. Un’altra importante variazione c’è stata rispetto alla violenza: i ruoli malvagi, nei primi film impersonati spesso da familiari o amici, sono stati affidati a personaggi esterni alla famiglia, come rivali in affare o in amore. Scopriamo così regine narcisiste, bambini con disturbo dell’adattamento, storie di amori malati, sirenette accumulatrici, principi necrofili o un Paese delle Meraviglie popolato da personaggi affetti da disturbi mentali. Biancaneve (1937), ad esempio. È uno dei primi film in cui viene affrontato il tema del “narcisismo patologico”: una matrigna accecata dalla gelosia nei confronti della bellissima figliastra, vanitosa al punto da interrogare continuamente lo specchio magico per sapere chi è la più bella del reame, arriva ad affidare la fanciulla a un cacciatore ordinandogli di portarla nel bosco, ucciderla e tornare con la prova della morte di Biancaneve. Anche in Rapunzel (2010) troviamo manifestazioni di “narcisismo patologico”: una strega cerca la magia dell’eterna giovinezza e non esita a rapire una bambina dopo aver saputo che l’elisir è sprigionato dai suoi capelli. L’improvviso ingresso di Pinocchio nella vita umana costituisce, per il burattino più amato dai bambini, un evento stressante. E all’inizio disobbedisce a Geppetto, non ascolta i consigli della Fata, non va a scuola, viene plagiato dal Gatto e la Volpe, subisce l’influenza di due truffatori…, Pinocchio ha un “disturbo dell’adattamento”. Dedicando la necessaria attenzione all’inizio di una delle storie d’amore più romantiche di sempre, quella tra Belle e la Bestia, ci rendiamo conto che, prima di scoprire la sensibilità d’animo e la bellezza del cuore della Bestia, Belle è stata sua prigioniera, si è offerta in cambio del padre, entrato per sbaglio nel castello. Se volessimo dare una lettura criminologica della storia, parleremmo di “Sindrome di Stoccolma”, perché Belle s’innamora della Bestia nel periodo in cui è vittima di un sequestro. Proseguendo nella lettura di Dottor Disney e Mister Hyde scopriamo il “principe necrofilo”: se non sapessimo che è proprio grazie al suo bacio che Biancaneve si risveglierà, il comportamento del principe ci farebbe riflettere. Soffre di un disturbo anche un’altra dei nostri beniamini, la Sirenetta. Affascinata da tutto quello che riguarda gli umani, accumula ogni tipo di oggetto recuperato nei fondali degli abissi. Occupa tutto lo spazio del suo rifugio con questi cimeli. La dolcissima Ariel soffre di “disturbo da accumulo”. Mentre Tarzan è affetto dalla “sindrome di Uner Tan”: senza genitori, solo in una giungla, viene “adottato” dalla gorilla Kala. Assume le abitudini alimentari e di vita dei gorilla, impara il loro modo di comunicare, perché è l’unico che conosce. Le autrici analizzano molte fiabe, spiegano i vari disturbi e le rispettive terapie. Aiutano ad interpretare ciò che la fiaba comunica all’inconscio, come può incoraggiare la crescita di un bambino aiutandolo a superare delusioni, paure, rivalità. L’obiettivo è quello di proporre una riflessione sul bene e sul male, una miscela che rende i film ancora più affascinanti, non solo per i bambini, ma anche per gli adulti. Lo stesso Walt Disney (al quale le tre criminologhe dedicano un ampio capitolo, a dimostrazione di quanto nei suoi film faccia riferimento alle sue esperienze, alla sua vita) ha dichiarato: «Prima dei 7 o 8 anni un bambino non dovrebbe entrare al cinema. Io non ho fatto film per bambini, ma per adulti. Per il bambino che c’è in ogni adulto».

Valentina Arrighi

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