Polvere di stelle

Febbraio 2009: osteria Leon d’Oro di Udine. Due amici al bar, entrambi del Pd, davanti a un bicchiere di bianco. Discutono delle probabili dimissioni della segretaria cittadina. Vogliono dissuaderla pur comprendendo il suo malumore. Uno dei due prende carta e penna e scrive un documento che la sera stessa convince la segretaria a ritornare sui suoi passi. Lei fa proprie quelle analisi e l’assemblea udinese del Pd le tributa una standing ovation. Non molti giorni dopo quella giovane sale sul palco dell’assemblea nazionale dei circoli del Partito Democratico a Roma. L’oratrice – aria da liceale, jeans, coda di cavallo, frangetta, mani in tasca, eloquio sciolto – è determinata. I primi passaggi del suo intervento inchiodano la platea. La tv inquadra in prima fila il segretario nazionale Franceschini. Il suo labiale non lascia dubbi. “Chi è quella?” chiede al suo vicino di poltrona con una smorfia tra lo stupito e l’incredulo. Quella giovane era Debora Serracchiani. E stava ripetendo pari pari quello che aveva enunciato all’assemblea udinese. Farina non del suo sacco, dunque, come avverrà per molti interventi in aula quando sarà governatrice del Fvg, interventi vergati dagli stessi ghostwriters. Ma era farina preziosa, che le avrebbe tributato fama e potere. Quel giorno, a Roma, Serracchiani incanta. Arringa la base. Stigmatizza il vertice del partito. Invoca al rinnovamento. Accusa il Pd di essere lontano dalle richieste della gente. Chiede maggiore democrazia interna. Pretende un gesto di generosità dai vecchi dirigenti e li esorta a fare un passo indietro. Un durissimo atto di accusa, il suo, nei confronti della classe dirigente del Pd. Si dichiara cittadina di quella Udine, vice, che ha accolto il fine vita di Eluana Englaro. Eppure, poche settimane prima, aveva cercato di dissuadere il sindaco di centrosinistra, Honsell, dal prendere quella decisione. Scende dal palco. Il tam tam corre in rete e rimbalza pure sulla stampa internazionale. E’ l’astro nascente del Pd. Il blitzgrieg romano si trasforma in un suo manuale politico: abilità, determinazione, opportunismo e spregiudicatezza. Riuscirà infatti ad ingraziarsi tutti i segretari nazionali (da Franceschini a Bersani, da Renzi a Zingaretti per finire con Letta che la vuole capogruppo alla Camera), ringrazia Franceschini (“ha avuto il merito di credere in me”) quando trionfa alle europee del 2009, ottenendo 74mila voti (circa 9mila in più di Silvio Berlusconi), si dimette dall’incarico di Bruxelles per candidarsi alla guida della Regione nel 2013 e impone cinque anni dopo al partito di non ricandidarsi. E abile, infatti, a convincere il Pd nazionale a correre per le politiche, consapevole che la sua ricandidatura all’Fvg sarebbe stata la cronaca di un tonfo annunciato. Gli errori commessi nel quinquennio? Soprattutto la presunzione che gli avversari, anche interni, definiranno prepotenza. Quella, ad esempio, palesata per imporre – quasi manu militari – la riforma sanitaria e delle Uti (Unioni Territoriali Intercomunali). Quest’ultima si era trasformata in una sorta di gara con l’allora ministro Delrio a chi avrebbe riformato per primo gli enti locali. Nel perseguire i suoi scopi – è l’accusa ricorrente – mette in luce spesso un comportamento sprezzante anche nei confronti dei suoi più stretti collaboratori. Da pasionaria si è ormai trasformata in un’esegeta di quella vecchia politica da lei condannata agli arbori della sua avventura politica, ma che ha fatto la sua fortuna. L’idillio con partito di elettori si incrina nel 2018: la scelta romana viene stigmatizzata come una fuga. Un tradimento, insomma. La love story con il Fvg si rompe definitivamente con le politiche dello scorso 25 settembre. La Serracchiani corre in due collegi blindati: Svg e Piemonte. Il Pd piomba al minimo storico. L’ex senatore Francesco Russo le attribuisce la disfatta elettorale. La base è sempre più infuriata e scalpita. “Lei se ne frega – afferma un amministratore del Partito Democratico – qui non partecipa più da tempo alla vita politica perché preferisce i talkshow”. Come quando durante una drammatica assemblea dei soci della Coopca, vittime di un crac che li aveva privati dei risparmi, aveva rifiutato di partecipare preferendo ciò che ama di più: apparire in televisione”.

Febbraio 2009: osteria Leon d’Oro di Udine. Due amici al bar, entrambi del Pd, davanti a un bicchiere di bianco. Discutono delle probabili dimissioni della segretaria cittadina. Vogliono dissuaderla pur comprendendo il suo malumore. Uno dei due prende carta e penna e scrive un documento che la sera stessa convince la segretaria a ritornare sui suoi passi. Lei fa proprie quelle analisi e l’assemblea udinese del Pd le tributa una standing ovation. Non molti giorni dopo quella giovane sale sul palco dell’assemblea nazionale dei circoli del Partito Democratico a Roma. L’oratrice – aria da liceale, jeans, coda di cavallo, frangetta, mani in tasca, eloquio sciolto – è determinata. I primi passaggi del suo intervento inchiodano la platea. La tv inquadra in prima fila il segretario nazionale Franceschini. Il suo labiale non lascia dubbi. “Chi è quella?” chiede al suo vicino di poltrona con una smorfia tra lo stupito e l’incredulo. Quella giovane era Debora Serracchiani. E stava ripetendo pari pari quello che aveva enunciato all’assemblea udinese. Farina non del suo sacco, dunque, come avverrà per molti interventi in aula quando sarà governatrice del Fvg, interventi vergati dagli stessi ghostwriters. Ma era farina preziosa, che le avrebbe tributato fama e potere. Quel giorno, a Roma, Serracchiani incanta. Arringa la base. Stigmatizza il vertice del partito. Invoca al rinnovamento. Accusa il Pd di essere lontano dalle richieste della gente. Chiede maggiore democrazia interna. Pretende un gesto di generosità dai vecchi dirigenti e li esorta a fare un passo indietro. Un durissimo atto di accusa, il suo, nei confronti della classe dirigente del Pd. Si dichiara cittadina di quella Udine, vice, che ha accolto il fine vita di Eluana Englaro. Eppure, poche settimane prima, aveva cercato di dissuadere il sindaco di centrosinistra, Honsell, dal prendere quella decisione. Scende dal palco. Il tam tam corre in rete e rimbalza pure sulla stampa internazionale. E’ l’astro nascente del Pd. Il blitzgrieg romano si trasforma in un suo manuale politico: abilità, determinazione, opportunismo e spregiudicatezza. Riuscirà infatti ad ingraziarsi tutti i segretari nazionali (da Franceschini a Bersani, da Renzi a Zingaretti per finire con Letta che la vuole capogruppo alla Camera), ringrazia Franceschini (“ha avuto il merito di credere in me”) quando trionfa alle europee del 2009, ottenendo 74mila voti (circa 9mila in più di Silvio Berlusconi), si dimette dall’incarico di Bruxelles per candidarsi alla guida della Regione nel 2013 e impone cinque anni dopo al partito di non ricandidarsi. E abile, infatti, a convincere il Pd nazionale a correre per le politiche, consapevole che la sua ricandidatura all’Fvg sarebbe stata la cronaca di un tonfo annunciato. Gli errori commessi nel quinquennio? Soprattutto la presunzione che gli avversari, anche interni, definiranno prepotenza. Quella, ad esempio, palesata per imporre – quasi manu militari – la riforma sanitaria e delle Uti (Unioni Territoriali Intercomunali). Quest’ultima si era trasformata in una sorta di gara con l’allora ministro Delrio a chi avrebbe riformato per primo gli enti locali. Nel perseguire i suoi scopi – è l’accusa ricorrente – mette in luce spesso un comportamento sprezzante anche nei confronti dei suoi più stretti collaboratori. Da pasionaria si è ormai trasformata in un’esegeta di quella vecchia politica da lei condannata agli arbori della sua avventura politica, ma che ha fatto la sua fortuna. L’idillio con partito di elettori si incrina nel 2018: la scelta romana viene stigmatizzata come una fuga. Un tradimento, insomma. La love story con il Fvg si rompe definitivamente con le politiche dello scorso 25 settembre. La Serracchiani corre in due collegi blindati: Svg e Piemonte. Il Pd piomba al minimo storico. L’ex senatore Francesco Russo le attribuisce la disfatta elettorale. La base è sempre più infuriata e scalpita. “Lei se ne frega – afferma un amministratore del Partito Democratico – qui non partecipa più da tempo alla vita politica perché preferisce i talkshow”. Come quando durante una drammatica assemblea dei soci della Coopca, vittime di un crac che li aveva privati dei risparmi, aveva rifiutato di partecipare preferendo ciò che ama di più: apparire in televisione”.

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