Polveriera Occidente

Con i soliti squilli di trombe l’Italia ha gridato al fascismo in Brasile e denunciato il sovranismo come causa di ogni male. Tutto giusto. Ma, consentitemi, una scorciatoia da ciarlatani. Tanto la sinistra che si è spiroettata in un assolo di inni al rispetto delle istituzioni (quelli che chiamano la Meloni Mussolini tanto per capirci), quanto le solite dichiarazioni ufficiali di palazzo Chigi hanno tolto le castagne dal fuoco ai governisti in imbarazzo per il signor Bolsonaro e il di lui popolo di facinorosi delinquenti che hanno messo a ferro e fuoco Brasilia. Detto che questo è il solito teatrino italiano, dove ormai odio e rancore hanno sostituito qualsiasi dialettica politica, per cui anche un golpe in Brasile serve solo a sputtanarsi a vicenda via social fra capibastone di fazioni opposte, il caso del Capitol BrasHill come l’abbiamo sintetizzato noi a L’identità è invece qualcosa di molto più grave di così. E che ci riguarda tutti da vicino sia che abbiamo votato Meloni sia Letta, Renzi o Conte. Perché è ormai l’ennesimo sintomo frainteso di una grande polveriera democratica che sta per esplodere in Occidente, dove ormai la crisi culturale è diventata, nell’indifferenza di tutti, più profonda addirittura della crisi economica. La ribellione fascio-golpista di una delle creature più osannate dell’Occidente quando ce n’era uno, i Brics, è un sintomo lontano di una malattia che cova dentro di noi, non oltreoceano. Cova nella culla democratica che ha perso la via, nel luogo dei giusti dove ormai l’assenza di qualsiasi effetto positivo sulla maggioranza della popolazione tanto delle politiche attuate dai governi di sinistra quanto di quelle della destra, fattore che porta sempre e soltanto a una radicalizzazione dello scontro fra schieramenti, ci espone al rischio che il Brasile divampi proprio qui a casa nostra. E che laggiù sia solo successo prima. Perché la democrazia, se funzionasse, reagirebbe unita a un tentativo di rovesciarla e non certo divisa nel nome di chi somiglia di più alla vittima in quel momento. Non bastasse, la reazione violenta contro i simboli democratici è resa più forte proprio dalla carenza di anticorpi che il nostro sistema soffre da anni, da quando cioè è diventato ovvio per chi ha in mano il potere imporre una visione unica delle grandi emergenze che stiamo vivendo, dal Covid alla guerra in Ucraina, classificando come fascisti, violenti, complottisti pericolosi socialmente, ossia diversi, proprio quelli che – come le democrazie non solo consentono ma incitano – mantengono dei dubbi o propongono idee alternative su cui aprire una riflessione o un dibattito dialettico. No, nella nuova democrazia dove le guerre le fa uno solo perché l’altro invece è un santo, e nel nome della salute si progetta un paese chiuso per malattia, ci sembra di sistemare il danno classificando la violenza come qualcosa che sta lontano da noi, che alberga nel totalitarismo, nel fascismo e che quindi è disumano e cattivo. Mentre, giorno dopo giorno, appare chiaro che si tratti di reazioni violente che occupano gli spazi che proprio le democrazie lasciano vuoti, non interessandosi più del futuro del cittadini, del loro benessere, della costruzione di un consenso basato sul progetto di un domani migliore, bensì su parole d’ordine da alimentare alla bisogna. In quella che sta diventando una democrazia monorotaia, dove chiunque salga al potere lentamente muta fino a diventare l’altro, dove la strada possibile è una sola, dove il dissenso non trova più rappresentanza se non fuori dal sistema. E quindi implicitamente là dove non dovrebbe essere. Pronto a contaminare altri focolai di rabbia, a incendiare altri feticci, a esplodere come una polveriera se non faremo davvero qualcosa di democratico. E non qualcosa in nome di quella che un tempo era la democrazia.

Con i soliti squilli di trombe l’Italia ha gridato al fascismo in Brasile e denunciato il sovranismo come causa di ogni male. Tutto giusto. Ma, consentitemi, una scorciatoia da ciarlatani. Tanto la sinistra che si è spiroettata in un assolo di inni al rispetto delle istituzioni (quelli che chiamano la Meloni Mussolini tanto per capirci), quanto le solite dichiarazioni ufficiali di palazzo Chigi hanno tolto le castagne dal fuoco ai governisti in imbarazzo per il signor Bolsonaro e il di lui popolo di facinorosi delinquenti che hanno messo a ferro e fuoco Brasilia. Detto che questo è il solito teatrino italiano, dove ormai odio e rancore hanno sostituito qualsiasi dialettica politica, per cui anche un golpe in Brasile serve solo a sputtanarsi a vicenda via social fra capibastone di fazioni opposte, il caso del Capitol BrasHill come l’abbiamo sintetizzato noi a L’identità è invece qualcosa di molto più grave di così. E che ci riguarda tutti da vicino sia che abbiamo votato Meloni sia Letta, Renzi o Conte. Perché è ormai l’ennesimo sintomo frainteso di una grande polveriera democratica che sta per esplodere in Occidente, dove ormai la crisi culturale è diventata, nell’indifferenza di tutti, più profonda addirittura della crisi economica. La ribellione fascio-golpista di una delle creature più osannate dell’Occidente quando ce n’era uno, i Brics, è un sintomo lontano di una malattia che cova dentro di noi, non oltreoceano. Cova nella culla democratica che ha perso la via, nel luogo dei giusti dove ormai l’assenza di qualsiasi effetto positivo sulla maggioranza della popolazione tanto delle politiche attuate dai governi di sinistra quanto di quelle della destra, fattore che porta sempre e soltanto a una radicalizzazione dello scontro fra schieramenti, ci espone al rischio che il Brasile divampi proprio qui a casa nostra. E che laggiù sia solo successo prima. Perché la democrazia, se funzionasse, reagirebbe unita a un tentativo di rovesciarla e non certo divisa nel nome di chi somiglia di più alla vittima in quel momento. Non bastasse, la reazione violenta contro i simboli democratici è resa più forte proprio dalla carenza di anticorpi che il nostro sistema soffre da anni, da quando cioè è diventato ovvio per chi ha in mano il potere imporre una visione unica delle grandi emergenze che stiamo vivendo, dal Covid alla guerra in Ucraina, classificando come fascisti, violenti, complottisti pericolosi socialmente, ossia diversi, proprio quelli che – come le democrazie non solo consentono ma incitano – mantengono dei dubbi o propongono idee alternative su cui aprire una riflessione o un dibattito dialettico. No, nella nuova democrazia dove le guerre le fa uno solo perché l’altro invece è un santo, e nel nome della salute si progetta un paese chiuso per malattia, ci sembra di sistemare il danno classificando la violenza come qualcosa che sta lontano da noi, che alberga nel totalitarismo, nel fascismo e che quindi è disumano e cattivo. Mentre, giorno dopo giorno, appare chiaro che si tratti di reazioni violente che occupano gli spazi che proprio le democrazie lasciano vuoti, non interessandosi più del futuro del cittadini, del loro benessere, della costruzione di un consenso basato sul progetto di un domani migliore, bensì su parole d’ordine da alimentare alla bisogna. In quella che sta diventando una democrazia monorotaia, dove chiunque salga al potere lentamente muta fino a diventare l’altro, dove la strada possibile è una sola, dove il dissenso non trova più rappresentanza se non fuori dal sistema. E quindi implicitamente là dove non dovrebbe essere. Pronto a contaminare altri focolai di rabbia, a incendiare altri feticci, a esplodere come una polveriera se non faremo davvero qualcosa di democratico. E non qualcosa in nome di quella che un tempo era la democrazia.

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