Premiata Ditta individuale

La “Ditta”. Così chiamavano il Pd. Mai nome più consono per indicare un partito che nell’universo sindacale, nel mondo delle cooperative, trovava i modelli a cui ispirarsi. Stiamo parlando, d’altronde, di un soggetto dove, almeno in principio, decideva una sorta di consiglio d’amministrazione. Il Nazareno, in principio, era un direttivo, in cui ogni corrente veniva adeguatamente rappresentata.

La società

Questa era l’idea che passava per la testa di Bersani, quando paragonava la sua creatura a una società, dove ogni azionista aveva il dovere di fare la sua parte. In questo modo, si preservavano le diversità di vedute ed era facile ritrovarsi quando c’era qualcosa che riguardasse l’interesse collettivo. Il problema di tale modello era solo la tendenza a chiudersi in un cerchio magico, che tendeva a garantire sempre gli stessi o meglio ancora a salvaguardare i soliti interessi. La “ditta” era una sorta di parola magica per smorzare discussioni e fare in modo che la classe dirigente fosse individuata, senza troppi conflitti, tra gli amici degli amici. Allo stesso tempo, però, era un modello che garantiva a ogni mozione di avere uno spazio vitale. La strategia di D’Alema, d’altronde, era rifondare un Pci 2.0, in cui i democristiani potevano respirare e scambiarsi con i compagni, quando questi ultimi dovevano confrontarsi con decisioni, per il loro credo, impopolari. In questo modo si evitava lo scontro e si viveva sotto lo stesso tetto, come immaginato dal padre fondatore Veltroni. Uno schema che ha funzionato alla perfezione fino a quando non è arrivato Renzi. Quest’ultimo cambiava le carte o peggio ancora sanciva la rottura definitiva tra maggioranza e minoranza. Il Pd, secondo il giglio, doveva avere una sola voce.

Il lavoratore autonomo

Da quel momento, in poi, la cooperativa diventava una sorta di ditta individuale, il cui destino si legava alle sorti del timoniere di turno. Per andare avanti, quindi, era indispensabile una leadership autorevole e riconosciuta. Dopo il famoso referendum costituzionale, che sanciva la fine del renzismo, trovare questo tipo di figura non era certamente semplice. Per un lungo periodo non si sapeva cosa fare. Lo stesso uomo delle piazze Nicola Zingaretti non riusciva a mettere insieme quella che qualcuno già definiva la nuova Torre di Babele.

Il passero solitario

Occorreva un salvatore della patria, un uomo che da Parigi poteva far uscire la ditta dall’impasse. Letta era la soluzione. Il problema, però, che la salvezza con il prescelto non è mai arrivata. L’amalgama sperata è rimasta un sogno, il cerchio del passato si è sciolto e ognuno dei vecchi capibastone si è mosso in autonomia, dimenticandosi dell’ormai superato collettivo. Il povero Enrico, nel giro di qualche mese, si è trovato solo nelle stanze del Nazareno. Un isolamento venuto fuori dalla batosta del 25 settembre, dove il pisano, come il miglior passero, si è trovato a cinguettare senza essere ascoltato. Oggi il quadro non è cambiato. C’è il solito docente, che regna nella sue stanze e un congresso, che ai più appare a misura di uomo. Non ci sono più le diversità di vedute che rappresentano gli interessi delle parti sociali, le correnti, dimostrazione plastica delle più svariate posizioni, quei regionalismi e campanilismi, che servivano a garantire le istanze di ogni comunità. C’è solo un re nudo, circondato da una lunga fila di cortigiani, che pensano più ai propri interessi che a quelli del loro popolo.

Il congresso della discordia

Queste, pertanto, sono le fondamenta su cui dovrebbe essere costruita la nuova casa dei dem. Ecco perché il dominus per recuperare le relazioni con i vecchi soci progressisti s’inventa la creatura Schlein. A tale amo non abboccano gli squali della sinistra e quindi il piano salta e quella che doveva essere la novità finirà col diventare l’ennesima vittima del gotha. Nonostante debba presentare ancora la candidatura nella capitale (avverrà domani al Monk, locale utilizzato fino a qualche anno fa per gli eventi della Cgil), tutti sanno che Elly indossa i panni da compagna solo per celare quelli da fedelissima del segretario o peggio ancora del suo consigliere Franceschini.

Nardella si ritira

Il problema, in questo caso, però, è che si rischia di passare da una ditta a un’altra. L’accordo tra Nardella, che sarà il coordinatore della mozione che nascerà e Bonaccini, candidato al congresso, ufficializzato tra ventiquattro ore al Teatro del Sale, è la prova di ciò. L’unica differenza rispetto al passato è che i soci probabilmente saranno due. Il patto dell’Appennino è la continuità di uno schema, dove non c’è pluralità. L’unica alternativa al governatore emiliano, a parte la Schlein, sinonimo di restaurazione dell’ancien regime, è il solo Matteo Ricci, fratello politico di chi dovrebbe fare opposizione. Detto ciò, tutto può ancora cambiare. Il quadro definitivo verrà fuori solo a fine anno. Se questi, intanto, sono i presupposti, pure se alla guida ci sarà un emiliano, la ditta sarà un lontano ricordo. Quei militanti, che dopo mesi tornano in strada, diventeranno gli operai di un nuovo datore. La setta sopravviverà e il Pd probabilmente scomparirà, avvenimento che nessuno auspica, considerando che stiamo parlando ancora del principale partito progressista italiano.

La “Ditta”. Così chiamavano il Pd. Mai nome più consono per indicare un partito che nell’universo sindacale, nel mondo delle cooperative, trovava i modelli a cui ispirarsi. Stiamo parlando, d’altronde, di un soggetto dove, almeno in principio, decideva una sorta di consiglio d’amministrazione. Il Nazareno, in principio, era un direttivo, in cui ogni corrente veniva adeguatamente rappresentata.

La società

Questa era l’idea che passava per la testa di Bersani, quando paragonava la sua creatura a una società, dove ogni azionista aveva il dovere di fare la sua parte. In questo modo, si preservavano le diversità di vedute ed era facile ritrovarsi quando c’era qualcosa che riguardasse l’interesse collettivo. Il problema di tale modello era solo la tendenza a chiudersi in un cerchio magico, che tendeva a garantire sempre gli stessi o meglio ancora a salvaguardare i soliti interessi. La “ditta” era una sorta di parola magica per smorzare discussioni e fare in modo che la classe dirigente fosse individuata, senza troppi conflitti, tra gli amici degli amici. Allo stesso tempo, però, era un modello che garantiva a ogni mozione di avere uno spazio vitale. La strategia di D’Alema, d’altronde, era rifondare un Pci 2.0, in cui i democristiani potevano respirare e scambiarsi con i compagni, quando questi ultimi dovevano confrontarsi con decisioni, per il loro credo, impopolari. In questo modo si evitava lo scontro e si viveva sotto lo stesso tetto, come immaginato dal padre fondatore Veltroni. Uno schema che ha funzionato alla perfezione fino a quando non è arrivato Renzi. Quest’ultimo cambiava le carte o peggio ancora sanciva la rottura definitiva tra maggioranza e minoranza. Il Pd, secondo il giglio, doveva avere una sola voce.

Il lavoratore autonomo

Da quel momento, in poi, la cooperativa diventava una sorta di ditta individuale, il cui destino si legava alle sorti del timoniere di turno. Per andare avanti, quindi, era indispensabile una leadership autorevole e riconosciuta. Dopo il famoso referendum costituzionale, che sanciva la fine del renzismo, trovare questo tipo di figura non era certamente semplice. Per un lungo periodo non si sapeva cosa fare. Lo stesso uomo delle piazze Nicola Zingaretti non riusciva a mettere insieme quella che qualcuno già definiva la nuova Torre di Babele.

Il passero solitario

Occorreva un salvatore della patria, un uomo che da Parigi poteva far uscire la ditta dall’impasse. Letta era la soluzione. Il problema, però, che la salvezza con il prescelto non è mai arrivata. L’amalgama sperata è rimasta un sogno, il cerchio del passato si è sciolto e ognuno dei vecchi capibastone si è mosso in autonomia, dimenticandosi dell’ormai superato collettivo. Il povero Enrico, nel giro di qualche mese, si è trovato solo nelle stanze del Nazareno. Un isolamento venuto fuori dalla batosta del 25 settembre, dove il pisano, come il miglior passero, si è trovato a cinguettare senza essere ascoltato. Oggi il quadro non è cambiato. C’è il solito docente, che regna nella sue stanze e un congresso, che ai più appare a misura di uomo. Non ci sono più le diversità di vedute che rappresentano gli interessi delle parti sociali, le correnti, dimostrazione plastica delle più svariate posizioni, quei regionalismi e campanilismi, che servivano a garantire le istanze di ogni comunità. C’è solo un re nudo, circondato da una lunga fila di cortigiani, che pensano più ai propri interessi che a quelli del loro popolo.

Il congresso della discordia

Queste, pertanto, sono le fondamenta su cui dovrebbe essere costruita la nuova casa dei dem. Ecco perché il dominus per recuperare le relazioni con i vecchi soci progressisti s’inventa la creatura Schlein. A tale amo non abboccano gli squali della sinistra e quindi il piano salta e quella che doveva essere la novità finirà col diventare l’ennesima vittima del gotha. Nonostante debba presentare ancora la candidatura nella capitale (avverrà domani al Monk, locale utilizzato fino a qualche anno fa per gli eventi della Cgil), tutti sanno che Elly indossa i panni da compagna solo per celare quelli da fedelissima del segretario o peggio ancora del suo consigliere Franceschini.

Nardella si ritira

Il problema, in questo caso, però, è che si rischia di passare da una ditta a un’altra. L’accordo tra Nardella, che sarà il coordinatore della mozione che nascerà e Bonaccini, candidato al congresso, ufficializzato tra ventiquattro ore al Teatro del Sale, è la prova di ciò. L’unica differenza rispetto al passato è che i soci probabilmente saranno due. Il patto dell’Appennino è la continuità di uno schema, dove non c’è pluralità. L’unica alternativa al governatore emiliano, a parte la Schlein, sinonimo di restaurazione dell’ancien regime, è il solo Matteo Ricci, fratello politico di chi dovrebbe fare opposizione. Detto ciò, tutto può ancora cambiare. Il quadro definitivo verrà fuori solo a fine anno. Se questi, intanto, sono i presupposti, pure se alla guida ci sarà un emiliano, la ditta sarà un lontano ricordo. Quei militanti, che dopo mesi tornano in strada, diventeranno gli operai di un nuovo datore. La setta sopravviverà e il Pd probabilmente scomparirà, avvenimento che nessuno auspica, considerando che stiamo parlando ancora del principale partito progressista italiano.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli