Presente e futuro del Servizio Sanitario Nazionale nell’ultimo libro di Giuseppe Remuzzi

La pandemia non ancora completamente conclusasi ha lasciato un po’ ovunque il segno.  Anche in Italia il Covid-19 ha fatto balzare al primo posto tra gli interessi dei cittadini il diritto alla tutela della salute ponendo al contempo l’urgente necessità d’interventi sulla riorganizzazione dei servizi sanitari e delle relative competenze ed attribuzioni.  Ovunque nel mondo, politici, magistrati, studiosi hanno di fronte alcuni quesiti ai quali sono chiamati a fornire documentate e convincenti risposte. Ad esempio, per quanto riguarda il nostro Paese, sin dal primo manifestarsi del coronavirus sono emerse alcune domande e non poche perplessità. Com’è potuto succedere, ci si è chiesto, che una pandemia annunciata sia diventata in poco tempo l’incubo sanitario ed economico del mondo intero? Non esistevano modelli organizzativi di pronto intervento da adottare subito, frutto di ponderati automatismi preventivamente approntati? Non c’erano state informazioni sufficienti sull’argomento? Le informazioni erano state fornite per tempo? Non erano state richieste? Non erano state comprese? Sono state sottovalutate? Provenivano da fonti non qualificate, non credibili? Chi doveva informare? chi valutare, chi stare all’erta, chi decidere di sigillare subito i territori-focolaio per salvare vite ed evitare il disastro economico e sanitario all’intero Paese? Un altro punto da chiarire riguarda la Lombardia: perché i contagi e i decessi, almeno nel primo mese, sono stati altissimi, quasi il 70% del totale? Ancor prima che arrivino le risposte, negli interminabili giorni del lockdown,  si è spontaneamente consolidata tra la gente comune la consapevolezza dell’importanza della tutela della salute, dei servizi sanitari nazionali e dei cosiddetti protocolli. Un recente sondaggio sul SSN effettuato dall’Istituto di ricerche  Demopolis rileva che, alla luce di quanto è recentemente successo sul fronte sanitario, il 60% degli italiani promuove le strutture ospedaliere. I servizi erogati dalle strutture di medicina territoriale, sempre secondo lo stesso sondaggio, sono al contrario ritenuti insufficienti da più del 60% degli intervistati. A seguito dell’esperienza della pandemia, inoltre, una larga maggioranza degli intervistati valuta positivamente la riorganizzazione del SSN auspicando un potenziamento dei servizi territoriali ed un più allargato ricorso alle degenze e alle assistenze domiciliari per un numero sempre più vasto di patologie con conseguente riduzione dei ricoveri ospedalieri. Di questi argomenti, del presente e del futuro dell’assistenza sanitaria in Italia si parla nel libro di Giuseppe Remuzzi “La salute (non) è in vendita”, Laterza, pp. 136, €. 12,00.  In esso l’Autore, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche «Mario Negri», passa in rassegna l’attuale assetto organizzativo della nostra sanità coi suoi pregi e difetti proponendo, alla luce delle sue competenze ed esperienze sul campo, soluzioni concrete e possibili da realizzare rapidamente. Di grande interesse e attualità si rivelano le questioni riguardanti il potenziamento della medicina sul territorio, i suggerimenti per l’eliminazione delle lunghe liste d’attesa, la deospedalizzazione di molte cure a fronte delle più diffuse patologie, l’ausilio dei robot in corsia sempre più utile e promettente, la formazione e l’inserimento dei giovani medici, la necessità del potenziamento delle attività di ricerca fino a questioni più tecnico-organizzative o giuridiche quali i DRG (Diagnosis Related Groups), i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e il nuovo orario di lavoro per il personale medico rigidamente introdotto da una recente normativa europea. Remuzzi mette chiaramente a fuoco la linea di demarcazione tra sanità pubblica e quella privata nonché l’importanza della razionalizzazione e del contenimento della spesa sanitaria, ridondante di costi a volte gonfiati con spirito truffaldino altre volte legati ad esami clinicamente discutibili se non inutili.  La spesa sanitaria, pur avendo smesso di crescere dal 2011, è enorme e da noi assorbe insieme alla previdenza quasi il 60% della spesa totale del Paese. Al contempo, dati numerici alla mano, l’Autore smonta il mito della superiorità o economicità di sistemi sanitari, come quello degli Stati Uniti, incentrati sui modelli assicurativi e privatistici che alla fine risultano più costosi del nostro.  Tra i sistemi sanitari pubblici e i sistemi sanitari privati c’è una differenza fondamentale. La sanità privata, nel nostro Paese molto spesso “accreditata” o “convenzionata”, quindi in sostanza anch’essa a libro paga della collettività, privilegia le prestazioni più remunerative. Le imprese sanitarie for profit ricoprono l’area delle strutture per anziani, degli ospedali privati, dell’assistenza domiciliare, degli esami diagnostici, dei centri di emodialisi e di strutture analoghe. Come è stato autorevolmente scritto in uno studio internazionale “la nuova industria della salute non è diversa da qualunque altra e finisce per rispondere alle esigenze degli azionisti invece che ai bisogni dei malati”. La distanza tra l’approccio privatistico e quello pubblico alla malattia è evidenziata anche dal fatto che il soggetto pubblico “dovrebbe avere come prima preoccupazione quella di prevenire le malattie e questo, quando si verifica davvero, si riduce in una riduzione non in un aumento della produzione”.  

Detto questo, per Remuzzi la sanità privata deve essere integrativa e non alternativa a quella pubblica. “La salute (non) è in vendita” contiene nella sua parte finale una serie articolata di proposte per rendere più efficiente il sistema sanitario fornendo un costruttivo apporto al suo miglioramento al fine di fare qualitativamente progredire la prevenzione e la gestione delle patologie, diffuse o rare che siano. E questo, assieme ad essenziali cenni storici sulla nascita del SSN in Italia, è un altro pregio, ed un valore aggiunto, del libro e dal suo Autore.

 Paolo Gatto

La pandemia non ancora completamente conclusasi ha lasciato un po’ ovunque il segno.  Anche in Italia il Covid-19 ha fatto balzare al primo posto tra gli interessi dei cittadini il diritto alla tutela della salute ponendo al contempo l’urgente necessità d’interventi sulla riorganizzazione dei servizi sanitari e delle relative competenze ed attribuzioni.  Ovunque nel mondo, politici, magistrati, studiosi hanno di fronte alcuni quesiti ai quali sono chiamati a fornire documentate e convincenti risposte. Ad esempio, per quanto riguarda il nostro Paese, sin dal primo manifestarsi del coronavirus sono emerse alcune domande e non poche perplessità. Com’è potuto succedere, ci si è chiesto, che una pandemia annunciata sia diventata in poco tempo l’incubo sanitario ed economico del mondo intero? Non esistevano modelli organizzativi di pronto intervento da adottare subito, frutto di ponderati automatismi preventivamente approntati? Non c’erano state informazioni sufficienti sull’argomento? Le informazioni erano state fornite per tempo? Non erano state richieste? Non erano state comprese? Sono state sottovalutate? Provenivano da fonti non qualificate, non credibili? Chi doveva informare? chi valutare, chi stare all’erta, chi decidere di sigillare subito i territori-focolaio per salvare vite ed evitare il disastro economico e sanitario all’intero Paese? Un altro punto da chiarire riguarda la Lombardia: perché i contagi e i decessi, almeno nel primo mese, sono stati altissimi, quasi il 70% del totale? Ancor prima che arrivino le risposte, negli interminabili giorni del lockdown,  si è spontaneamente consolidata tra la gente comune la consapevolezza dell’importanza della tutela della salute, dei servizi sanitari nazionali e dei cosiddetti protocolli. Un recente sondaggio sul SSN effettuato dall’Istituto di ricerche  Demopolis rileva che, alla luce di quanto è recentemente successo sul fronte sanitario, il 60% degli italiani promuove le strutture ospedaliere. I servizi erogati dalle strutture di medicina territoriale, sempre secondo lo stesso sondaggio, sono al contrario ritenuti insufficienti da più del 60% degli intervistati. A seguito dell’esperienza della pandemia, inoltre, una larga maggioranza degli intervistati valuta positivamente la riorganizzazione del SSN auspicando un potenziamento dei servizi territoriali ed un più allargato ricorso alle degenze e alle assistenze domiciliari per un numero sempre più vasto di patologie con conseguente riduzione dei ricoveri ospedalieri. Di questi argomenti, del presente e del futuro dell’assistenza sanitaria in Italia si parla nel libro di Giuseppe Remuzzi “La salute (non) è in vendita”, Laterza, pp. 136, €. 12,00.  In esso l’Autore, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche «Mario Negri», passa in rassegna l’attuale assetto organizzativo della nostra sanità coi suoi pregi e difetti proponendo, alla luce delle sue competenze ed esperienze sul campo, soluzioni concrete e possibili da realizzare rapidamente. Di grande interesse e attualità si rivelano le questioni riguardanti il potenziamento della medicina sul territorio, i suggerimenti per l’eliminazione delle lunghe liste d’attesa, la deospedalizzazione di molte cure a fronte delle più diffuse patologie, l’ausilio dei robot in corsia sempre più utile e promettente, la formazione e l’inserimento dei giovani medici, la necessità del potenziamento delle attività di ricerca fino a questioni più tecnico-organizzative o giuridiche quali i DRG (Diagnosis Related Groups), i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e il nuovo orario di lavoro per il personale medico rigidamente introdotto da una recente normativa europea. Remuzzi mette chiaramente a fuoco la linea di demarcazione tra sanità pubblica e quella privata nonché l’importanza della razionalizzazione e del contenimento della spesa sanitaria, ridondante di costi a volte gonfiati con spirito truffaldino altre volte legati ad esami clinicamente discutibili se non inutili.  La spesa sanitaria, pur avendo smesso di crescere dal 2011, è enorme e da noi assorbe insieme alla previdenza quasi il 60% della spesa totale del Paese. Al contempo, dati numerici alla mano, l’Autore smonta il mito della superiorità o economicità di sistemi sanitari, come quello degli Stati Uniti, incentrati sui modelli assicurativi e privatistici che alla fine risultano più costosi del nostro.  Tra i sistemi sanitari pubblici e i sistemi sanitari privati c’è una differenza fondamentale. La sanità privata, nel nostro Paese molto spesso “accreditata” o “convenzionata”, quindi in sostanza anch’essa a libro paga della collettività, privilegia le prestazioni più remunerative. Le imprese sanitarie for profit ricoprono l’area delle strutture per anziani, degli ospedali privati, dell’assistenza domiciliare, degli esami diagnostici, dei centri di emodialisi e di strutture analoghe. Come è stato autorevolmente scritto in uno studio internazionale “la nuova industria della salute non è diversa da qualunque altra e finisce per rispondere alle esigenze degli azionisti invece che ai bisogni dei malati”. La distanza tra l’approccio privatistico e quello pubblico alla malattia è evidenziata anche dal fatto che il soggetto pubblico “dovrebbe avere come prima preoccupazione quella di prevenire le malattie e questo, quando si verifica davvero, si riduce in una riduzione non in un aumento della produzione”.  

Detto questo, per Remuzzi la sanità privata deve essere integrativa e non alternativa a quella pubblica. “La salute (non) è in vendita” contiene nella sua parte finale una serie articolata di proposte per rendere più efficiente il sistema sanitario fornendo un costruttivo apporto al suo miglioramento al fine di fare qualitativamente progredire la prevenzione e la gestione delle patologie, diffuse o rare che siano. E questo, assieme ad essenziali cenni storici sulla nascita del SSN in Italia, è un altro pregio, ed un valore aggiunto, del libro e dal suo Autore.

 Paolo Gatto

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