Economia

L’Italia soffre di pressione (fiscale) alta

di Giovanni Vasso -


Passa il tempo ma le cose non cambiano: in quattro anni la pressione fiscale continuerà a salire e il conto, come sempre, lo pagherà il ceto medio. Che, adesso, non ce la fa davvero più. E scendono in campo anche i commercialisti per chiedere a chi di dovere di tutelare la piccola e media borghesia italiana. Che, in un mondo dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri, rischia di sparire, di erodersi, di allargare le fila del “basso” rispetto a un “alto” sempre più vorace, insaziabile e, contestualmente, avido e poco incline a farsi carico dei suoi doveri fiscali e più abituata a “patteggiare” piuttosto che a pagare

Ma andiamo con ordine. Unimpresa, scartabellando il Def, ha fatto i conti in tasca all’Erario. I numeri sono preoccupanti. In appena quattro anni, infatti, la pressione fiscale è salita e quest’anno si attesterà al 42,1% mentre, per il 2025, le previsioni parlano di un ulteriore ritocco verso l’alto di un decimale all’anno fino al 2027. Quando arriverà a valere fino al 42,3% dei guadagni degli italiani. In pratica, poco meno della metà di ciò che incasseremo la dovremo devolvere al Fisco. Le cifre complessive sono paurose. Un decimale non sembra granché ma la progressione geometrica porterà, nei prossimi quattro anni, fino a cento miliardi di euro in più allo Stato. Mezzo Pnrr, in pratica. Un autentico jackpot, secondo gli analisti di Unimpresa, difatti si passerà dai 996 miliardi del 2023, fino ai 1.011 miliardi nel 2024, a 1.054 miliardi nel 2025, a 1.079 miliardi nel 2026 e a 1.094 miliardi nel 2027. Nell’arco di quattro anni, dunque, si assisterà a una crescita del gettito pari al 9,8 per cento. Gli incassi per le imposte dirette (come Irpef, Ires, Imu) cresceranno di trentaquattro miliardi in quattro anni (dai 320 miliardi del ’23 fino a 354 miliardi per il 2027). Le entrate delle imposte indirette (Iva, accise e via discorrendo) saliranno, più o meno dello stesso valore; secondo i calcoli, si passerà dai 294 miliardi dello scorso anno a ben 327 miliardi tra quattro anni. La stangata prosegue sui contributi sociali che, nel 2023, si sono attestati a quota 269 miliardi nel 2023 e, spiegano da Unimpresa, “saliranno a 276 miliardi quest’anno, a 300 miliardi nel 2025, a 309 miliardi nel 2026 e a 317 miliardi nel 2027”. Nonostante i maggiori esborsi, anche il solo miraggio di un pareggio di bilancio, per gli enti previdenziali, si conferma, appunto, un miraggio. “Le prestazioni sociali in denaro ammontavano a 424 miliardi nel 2023, saliranno a 447 miliardi quest’anno, a 455 miliardi nel 2025, a 467 miliardi nel 2026 e a 480 miliardi nel 2027. Lo sbilancio tra entrate e uscite oscilla da 155 miliardi a 171 miliardi”. Ecco gli effetti dell’invecchiamento, del lavoro precario, dell’inverno demografico. Ma questa, è un’altra storia.

Tasse su tasse. Che faranno felice lo Stato, l’Unione europea e i teorici del rigore. Ma, di sicuro, rischiano di compromettere l’economia dei consumi. E i primi a patire le conseguenze potrebbero essere gli (ex) rappresentanti del famoso ceto medio. Per i quali s’è alzato l’appello dei professionisti. Il consiglio nazionale dei commercialisti, nel corso dell’audizione tenutasi alla Camera sul Def, ha sollevato una questione che è sempre di stringente attualità in Italia e ha chiesto al governo di valutare “un eventuale intervento” sulle aliquote Irpef, “a favore del ceto medio, da modulare in funzione delle risorse disponibili, potrebbe interessare un ampliamento del secondo scaglione di reddito, quello con aliquota al 35%, da 50 mila a 70 mila euro”.  “Tale misura – hanno  spiegato – risulterebbe neutra rispetto alle varie tipologie di reddito e, pertanto, rispetterebbe il principio di equità orizzontale. L’intervento avrebbe certamente un costo, ma sarebbe comunque contenuto entro un limite massimo di 160 euro per contribuente (pari alla riduzione di imposta dell`8% su un massimo di 20 mila euro), per cui è certamente da preferire rispetto a un’eventuale riduzione dell’aliquota del 43%, che avrebbe costi decisamente più elevati, in quanto a beneficiare della minore aliquota sarebbe in tal caso l’intera quota di reddito eccedente i 50 mila euro anziché soltanto quella da 50 mila a 70mila euro”.

Insomma, l’Italia soffre di pressione (fiscale) alta. E i rischi sono davvero troppi. Per tutti, non solo per il ceto medio.


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