Prima e dopo l’emergenza: i cinque gradini della motivazione situazionale Una scala terra-cielo nella casa dei bisogni

In particolari momenti di crisi individuale e collettiva gli atteggiamenti reattivi possono presentare marcate diversità apparentemente inspiegabili. Si scopre con sorpresa che, malgrado la sua influenza, l’appartenenza ad uno stesso contesto geopolitico riesce solo in parte ad attenuare tale diversità, come si è verificato recentemente nell’area dei Paesi dell’Unione Europea e al loro interno. Permangono invece fattori fondamentali di differenziazione dell’orientamento comportamentale che la crisi raccoglie e la normalità coltiva, mettendoli a sistema. E’ il caso della “scala di A. Maslow”, ulteriore esempio di scale e gradini usati come immagine di condizioni sociali e psicologiche:

“Quant’è duro salire le altrui scale” (Dante);

“I 39 gradini” (A. Hitchock)

“Su per le antiche scale” (G. Arpino)

Il sottostante comune è la natura dei bisogni personali che diventano obiettivi, motivando l’individuo all’azione con il fine di soddisfarli e l’energia commisurata al valore loro attribuito.

Si può aggiungere che è duro (quasi per tutti) anche salire la propria scala, una successione di motivazioni distintive, strutturate da Maslow negli anni ’50 su cinque gradini. In ordine ascendente comprendono bisogni (se percepiti in forma “hard”) e desideri (se percepiti in forma “soft”):

fisiologici, relativi alla componente fisica della natura umana;

di sicurezza, in termini di adeguatezza e stabilità delle condizioni esistenziali;

di appartenenza, con acquisizione di visibilità e rilievo sociale;

di stima, espressa con il riconoscimento dei meriti;

di autorealizzazione, compiendo positivamente il percorso dal potenziale al reale (aspirazioni-progetti-azioni-risultati). Secondo un antico detto arabo l’individuo si realizza scrivendo un libro, generando un figlio, piantando un albero. Simboli significativi di un profilo tridimensionale di autorealizzazione culturale-cognitiva, affettiva-emotiva, agonica-operativa.

Per oltre mezzo secolo la scala di Maslow(1) è stata ampiamente sperimentata ed utilizzata sul campo anche per trasmettere fiducia in uno sviluppo equilibrato e dinamico. Prevede infatti che i gradini siano percorsi uno per volta, con accesso al successivo man mano che quello sottostante sia stato conquistato e suggerisce la promessa di una salita a cremagliera a partire dal primo gradino: <<c’è una specie di effetto a dente d’argano ascendente, in cui ogni livello raggiunto diventa il punto di partenza (ripartenza) per il cambiamento successivo>> (E. De Bono). Si è pertanto consolidata negli anni la confidenza nell’irreversibilità dell’ascesa, con il conforto nel contesto lavorativo di clausole contrattuali di impossibilità di riduzione, se non per eventi eccezionali, dello status conseguito (ruolo, grado, retribuzione).

Oggi che è ormai “settantina” -come direbbe Camilleri- e che crisi ed emergenze si verificano con notevole intensità e frequenza, la scala di Maslow manifesta casi significativi di cedimento funzionale, anche in paesi e settori di attività fin qui ritenuti esenti.

Con riferimento al contesto lavorativo, il problema di fondo è il progressivo disallineamento di bisogni-obiettivi-motivazioni personali di cittadini e operatori rispetto a quelli istituzionali delle organizzazioni pubbliche e private. Il lavoro non è più percepito come valore (diritto-dovere), mentre lo è la sua qualità se specificamente rispondente alle proprie aspirazioni. 

Una divaricazione che rischia di estendersi al più ampio contesto sociale. Tanto vale, a titolo esemplificativo, nei casi di “partenza” (innesto dei giovani nel mondo del lavoro) e di “ripartenza” (conservazione/cambiamento del posto di lavoro già occupato, in condizioni mutate dagli effetti di crisi generale o locale).

Partenza: quando “comincio da tre”.

Parafrasando P. Drucker, è un grave errore cercare la soluzione giusta al problema sbagliato. Accade quando i progetti di finanziamento alla ricerca di lavoro per giovani con vario curriculum scolastico mirano  a soddisfare -secondo teoria e prassi- i bisogni del primo-secondo livello della scala di Maslow, mentre i bisogni percepiti si attestano direttamente a partire almeno dal terzo, essendo i precedenti soddisfatti dalle cure parentali, dalle sovvenzioni pubbliche, da una socialità di gruppo reale o virtuale vissuta come piacevole impegno mediatico. Abituati al bene, si accetta solo il cambiamento in meglio: “Why yes?”.

Ripartenza: quando “il treno dei desideri all’incontrario va”.

L’ascesa di chi già lavora non solo si arresta ma si inverte in discesa, con regressione a gradini sottostanti e talora a quello iniziale, dentro o fuori l’organizzazione di appartenenza (una “brutta scesa”). La causa è a volte il fall-out generale di eventi imprevedibili e indipendenti dai comportamenti individuali. Altre volte la situazione di stallo è specificamente connessa a fattori personali. E’ comunque compito della società sostenere coloro che sono sospesi in questo limbo lavorativo: contrastando il pericolo di comportamenti negativi (dipendenza, controdipendenza, estraniazione); consentendo di riposizionarsi sulla scala di Maslow con la valorizzazione delle risorse disponibili (esperienze maturate, “conoscenze tacite”) sia pure in presenza di vincoli (età e impegni assunti). Giacché in queste circostanze <<non è il cammino che è difficile, ma è il difficile che è cammino (S. Kierkegaard)>>.

 

Luigi Rugiero

In particolari momenti di crisi individuale e collettiva gli atteggiamenti reattivi possono presentare marcate diversità apparentemente inspiegabili. Si scopre con sorpresa che, malgrado la sua influenza, l’appartenenza ad uno stesso contesto geopolitico riesce solo in parte ad attenuare tale diversità, come si è verificato recentemente nell’area dei Paesi dell’Unione Europea e al loro interno. Permangono invece fattori fondamentali di differenziazione dell’orientamento comportamentale che la crisi raccoglie e la normalità coltiva, mettendoli a sistema. E’ il caso della “scala di A. Maslow”, ulteriore esempio di scale e gradini usati come immagine di condizioni sociali e psicologiche:

“Quant’è duro salire le altrui scale” (Dante);

“I 39 gradini” (A. Hitchock)

“Su per le antiche scale” (G. Arpino)

Il sottostante comune è la natura dei bisogni personali che diventano obiettivi, motivando l’individuo all’azione con il fine di soddisfarli e l’energia commisurata al valore loro attribuito.

Si può aggiungere che è duro (quasi per tutti) anche salire la propria scala, una successione di motivazioni distintive, strutturate da Maslow negli anni ’50 su cinque gradini. In ordine ascendente comprendono bisogni (se percepiti in forma “hard”) e desideri (se percepiti in forma “soft”):

fisiologici, relativi alla componente fisica della natura umana;

di sicurezza, in termini di adeguatezza e stabilità delle condizioni esistenziali;

di appartenenza, con acquisizione di visibilità e rilievo sociale;

di stima, espressa con il riconoscimento dei meriti;

di autorealizzazione, compiendo positivamente il percorso dal potenziale al reale (aspirazioni-progetti-azioni-risultati). Secondo un antico detto arabo l’individuo si realizza scrivendo un libro, generando un figlio, piantando un albero. Simboli significativi di un profilo tridimensionale di autorealizzazione culturale-cognitiva, affettiva-emotiva, agonica-operativa.

Per oltre mezzo secolo la scala di Maslow(1) è stata ampiamente sperimentata ed utilizzata sul campo anche per trasmettere fiducia in uno sviluppo equilibrato e dinamico. Prevede infatti che i gradini siano percorsi uno per volta, con accesso al successivo man mano che quello sottostante sia stato conquistato e suggerisce la promessa di una salita a cremagliera a partire dal primo gradino: <<c’è una specie di effetto a dente d’argano ascendente, in cui ogni livello raggiunto diventa il punto di partenza (ripartenza) per il cambiamento successivo>> (E. De Bono). Si è pertanto consolidata negli anni la confidenza nell’irreversibilità dell’ascesa, con il conforto nel contesto lavorativo di clausole contrattuali di impossibilità di riduzione, se non per eventi eccezionali, dello status conseguito (ruolo, grado, retribuzione).

Oggi che è ormai “settantina” -come direbbe Camilleri- e che crisi ed emergenze si verificano con notevole intensità e frequenza, la scala di Maslow manifesta casi significativi di cedimento funzionale, anche in paesi e settori di attività fin qui ritenuti esenti.

Con riferimento al contesto lavorativo, il problema di fondo è il progressivo disallineamento di bisogni-obiettivi-motivazioni personali di cittadini e operatori rispetto a quelli istituzionali delle organizzazioni pubbliche e private. Il lavoro non è più percepito come valore (diritto-dovere), mentre lo è la sua qualità se specificamente rispondente alle proprie aspirazioni. 

Una divaricazione che rischia di estendersi al più ampio contesto sociale. Tanto vale, a titolo esemplificativo, nei casi di “partenza” (innesto dei giovani nel mondo del lavoro) e di “ripartenza” (conservazione/cambiamento del posto di lavoro già occupato, in condizioni mutate dagli effetti di crisi generale o locale).

Partenza: quando “comincio da tre”.

Parafrasando P. Drucker, è un grave errore cercare la soluzione giusta al problema sbagliato. Accade quando i progetti di finanziamento alla ricerca di lavoro per giovani con vario curriculum scolastico mirano  a soddisfare -secondo teoria e prassi- i bisogni del primo-secondo livello della scala di Maslow, mentre i bisogni percepiti si attestano direttamente a partire almeno dal terzo, essendo i precedenti soddisfatti dalle cure parentali, dalle sovvenzioni pubbliche, da una socialità di gruppo reale o virtuale vissuta come piacevole impegno mediatico. Abituati al bene, si accetta solo il cambiamento in meglio: “Why yes?”.

Ripartenza: quando “il treno dei desideri all’incontrario va”.

L’ascesa di chi già lavora non solo si arresta ma si inverte in discesa, con regressione a gradini sottostanti e talora a quello iniziale, dentro o fuori l’organizzazione di appartenenza (una “brutta scesa”). La causa è a volte il fall-out generale di eventi imprevedibili e indipendenti dai comportamenti individuali. Altre volte la situazione di stallo è specificamente connessa a fattori personali. E’ comunque compito della società sostenere coloro che sono sospesi in questo limbo lavorativo: contrastando il pericolo di comportamenti negativi (dipendenza, controdipendenza, estraniazione); consentendo di riposizionarsi sulla scala di Maslow con la valorizzazione delle risorse disponibili (esperienze maturate, “conoscenze tacite”) sia pure in presenza di vincoli (età e impegni assunti). Giacché in queste circostanze <<non è il cammino che è difficile, ma è il difficile che è cammino (S. Kierkegaard)>>.

 

Luigi Rugiero

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