Prima paghi, poi provi I negozi contro l’online

Prima paghi, poi provi l’outfit. Da Roma a Milano, fino ai nuovi casi segnalati nel centro di Torino, questa è l’ultima frontiera dei negozi “anti Amazon”, ovvero la tattica, discutibile, messa in atto da quei commercianti stufi dei clienti che si presentano in boutique esclusivamente per provare le scarpe con l’intento di acquistarle poi dai siti di vendita online.
Una pratica che si sta diffondendo sempre più tra gli esercenti, la cui applicazione è oggetto di controversia, sia da parte delle associazioni di categoria sia da quelle che tutelano i consumatori. Perché se da un verso l’iniziativa viene accolta di buon grado da quei clienti che si rendono conto dell’impossibilità delle piccole imprese di far fronte alla concorrenza dei colossi dell’online, dall’altra parte ci sono coloro che vedono la richiesta come un abuso e un pregiudizio verso chi, pur volendo acquistare, dopo varie prove non trova le calzature di proprio gradimento. Allora, come distinguere uno pseudo acquirente che sfrutta il tempo dei commessi da un cliente in buona fede? Lo spiega Mara Magherini, la titolare della boutique Mara’s di Sarzana, in provincia di La Spezia, che da un paio d’anni ha applicato la formula “paga e prova”: “Eravamo esasperati dai clienti che provavano scarpe per ore e andavano via senza comprare nulla. Così abbiamo ideato di chiedere la caparra di 10 euro prima della prova delle scarpe firmate. Se il cliente finalizza l’acquisto i 10 euro vengono scalati dal prezzo della merce, altrimenti gli viene rilasciato un buono per il prossimo acquisto”. La titolare ha sottolineato di essere “soddisfatta, perché chi veniva a farci perdere tempo è sparito e ora ci dedichiamo solo ai clienti realmente interessati”.
Se a Sarzana l’esperimento ha funzionato, non si può dire lo stesso per un negozio a Mirandola, vicino Modena, finito in un polverone di polemiche dopo la denuncia di una ragazza che si è trovata di fronte alla richiesta del denaro e ha deciso di abbandonare l’esercizio commerciale. Il titolare ha poi esposto un cartello in vetrina, con su scritto “Prova scarpe a 10 euro”, ma alle dure critiche dell’associazione dei consumatori è seguita la fuga dei clienti, tanto che la boutique di scarpe oggi non c’è più, perché ha chiuso.
A Trento un negozio di articoli sportivi espone una doppia etichetta: il prezzo web che si trova sugli store online e il costo comprensivo di prova. E in questi giorni sui social ci sono nuovi casi nel centro di Torino, con una caparra più economica di “soli” 5 euro. “Non abbiamo ancora avuto segnalazioni al centralino da parte dei cittadini, ma sappiamo che il fenomeno esiste ed è in aumento sia per le calzature che per l’abbigliamento”, ha spiegato il presidente di Federconsumatori Piemonte, Giovanni Prezioso, il quale però sottolinea che “non è un fenomeno regolato dalla legge e, almeno per il momento, è illegittimo, visto che si paga per un bene, non per un servizio. Anche perché quell’incasso di 5-10 euro come viene giustificato?”.
Il sospetto è che le somme, non essendo riportate in uno scontrino ma catalogate come buono, possano rappresentare irregolarità fiscali, una sorta di “nero” che verrà sanato solo qualora lo pseudo acquirente tornerà per comprare. Il presidente di Federconsumatori Piemonte conclude con una raccomandazione: “È irregolare pretendere soldi per la prova, per cui chi si trova di fronte a una pratica del genere deve segnalarla”.

Prima paghi, poi provi l’outfit. Da Roma a Milano, fino ai nuovi casi segnalati nel centro di Torino, questa è l’ultima frontiera dei negozi “anti Amazon”, ovvero la tattica, discutibile, messa in atto da quei commercianti stufi dei clienti che si presentano in boutique esclusivamente per provare le scarpe con l’intento di acquistarle poi dai siti di vendita online.
Una pratica che si sta diffondendo sempre più tra gli esercenti, la cui applicazione è oggetto di controversia, sia da parte delle associazioni di categoria sia da quelle che tutelano i consumatori. Perché se da un verso l’iniziativa viene accolta di buon grado da quei clienti che si rendono conto dell’impossibilità delle piccole imprese di far fronte alla concorrenza dei colossi dell’online, dall’altra parte ci sono coloro che vedono la richiesta come un abuso e un pregiudizio verso chi, pur volendo acquistare, dopo varie prove non trova le calzature di proprio gradimento. Allora, come distinguere uno pseudo acquirente che sfrutta il tempo dei commessi da un cliente in buona fede? Lo spiega Mara Magherini, la titolare della boutique Mara’s di Sarzana, in provincia di La Spezia, che da un paio d’anni ha applicato la formula “paga e prova”: “Eravamo esasperati dai clienti che provavano scarpe per ore e andavano via senza comprare nulla. Così abbiamo ideato di chiedere la caparra di 10 euro prima della prova delle scarpe firmate. Se il cliente finalizza l’acquisto i 10 euro vengono scalati dal prezzo della merce, altrimenti gli viene rilasciato un buono per il prossimo acquisto”. La titolare ha sottolineato di essere “soddisfatta, perché chi veniva a farci perdere tempo è sparito e ora ci dedichiamo solo ai clienti realmente interessati”.
Se a Sarzana l’esperimento ha funzionato, non si può dire lo stesso per un negozio a Mirandola, vicino Modena, finito in un polverone di polemiche dopo la denuncia di una ragazza che si è trovata di fronte alla richiesta del denaro e ha deciso di abbandonare l’esercizio commerciale. Il titolare ha poi esposto un cartello in vetrina, con su scritto “Prova scarpe a 10 euro”, ma alle dure critiche dell’associazione dei consumatori è seguita la fuga dei clienti, tanto che la boutique di scarpe oggi non c’è più, perché ha chiuso.
A Trento un negozio di articoli sportivi espone una doppia etichetta: il prezzo web che si trova sugli store online e il costo comprensivo di prova. E in questi giorni sui social ci sono nuovi casi nel centro di Torino, con una caparra più economica di “soli” 5 euro. “Non abbiamo ancora avuto segnalazioni al centralino da parte dei cittadini, ma sappiamo che il fenomeno esiste ed è in aumento sia per le calzature che per l’abbigliamento”, ha spiegato il presidente di Federconsumatori Piemonte, Giovanni Prezioso, il quale però sottolinea che “non è un fenomeno regolato dalla legge e, almeno per il momento, è illegittimo, visto che si paga per un bene, non per un servizio. Anche perché quell’incasso di 5-10 euro come viene giustificato?”.
Il sospetto è che le somme, non essendo riportate in uno scontrino ma catalogate come buono, possano rappresentare irregolarità fiscali, una sorta di “nero” che verrà sanato solo qualora lo pseudo acquirente tornerà per comprare. Il presidente di Federconsumatori Piemonte conclude con una raccomandazione: “È irregolare pretendere soldi per la prova, per cui chi si trova di fronte a una pratica del genere deve segnalarla”.

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