Punture di spillo GOVERNO: A CARNEVALE OGNI SCHERZO VALE MA NON CON DRAGHI

Un vecchio modo di dire recita: “A carnevale ogni scherzo vale”.  Ma non è uno scherzo che leghisti e grillini, repentinamente folgorati… sulla via di Bruxelles – e non solo loro –  si siano affrettati a salire sul carro in corsa del governo di Mario Draghi. E’ stato sufficiente che il Presidente della Repubblica mettesse sul podio di Palazzo Chigi  un nuovo “Toscanini”, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo,  che le percussioni si sono fermate, i fiati hanno fatto altrettanto e il primo violino desse il “la” per consentire ai vari “professori” di accordare gli strumenti di un’orchestra fino allora raccogliticcia e “scordata”.  Fuori da ogni metafora, la  “conversione” di Salvini e di Grillo  ha del miracoloso o, forse, non proprio. Andiamo con ordine. Quasi nessuno voleva le elezioni anticipate. Non Renzi, che continua ad avere ancora bisogno di tempo per far crescere il suo piccolo partito impantanato tra il due e tre per cento. Non il Movimento 5 Stelle che tutti i sondaggi danno in forte ridimensionamento rispetto al 33 % delle politiche del 2018, per cui forse solo la metà degli attuali parlamentari può sperare di tornare nei “palazzi” della politica. Non Forza Italia in progressivo “dimagrimento” e che non vede l’ora di sganciarsi dall’abbraccio mortale della Destra sovranista. Non le piccole formazioni politiche che nel nuovo Parlamento rischiano di sparire, anche per la legge che riduce drasticamente il numero dei seggi: da 630 a 400 alla Camera, da 315 a 200 al Senato. Resta il “Nazareno” , costretto a pagare il prezzo più salato.  Anche per colpa di una leadership che da anni fatica ad affermarsi e per un amalgama mal riuscito tra gli eredi di Togliatti e Berlinguer e i “nipotini” di De Gasperi, Sturzo e Moro. Con il “pieno” dei partiti sul carro di Draghi, Fratelli d’Italia rimane  la sola  opposizione per attrarre i voti dei contrari al nascente governo. Quindi  tutti insieme appassionatamente, si direbbe,  sotto la guida di “Super Mario”, tranne Giorgia Meloni alla quale va riconosciuto il pregio della coerenza o, meglio, di un opportunismo strategico. Il “si” dei Partiti all’ex presidente della BCE è quindi solo frutto della paura di essere falcidiati nelle urne?  Anche,  ma non solo. Il centrodestra infatti, da elezioni anticipate, oggi avrebbe tutto da guadagnare. Almeno stando  ai sondaggi.  E perché allora Matteo Salvini, che 48 ore prima dell’incarico a Draghi “invidiava” ancora la Brexit, ha deciso di  appoggiare il governo? E perché Grillo ed i dirigenti del Movimento sono passati dal “mai” al “si”?  La risposta, molto brutale, ce la danno i quasi trecento miliardi che di riffa e di raffa arriveranno dall’Europa. Una torta troppo grossa perché, ad eccezione della elettoralmente “furba” Meloni, qualcuno possa chiamarsi fuori. “Preferisco essere nella stanza in cui si decide, che restare fuori  e assistere”, ammette il pragmatico Salvini con un Beppe Grillo che gli fa eco: “non si può restare a guardare  gli altri che prendono e spendono i soldi del recovery fund”. Un po’ come quando in “Napoli milionaria”, la celeberrima commedia di Eduardo, sulla tavola di una povera famiglia che  viveva di sotterfugi per sbarcare il lunario, arriva dall’esterno una fiamminga di  fumante pastasciutta sulla quale, inizialmente un po’ timorosi, tutti prima o poi si buttano a pesce

 

PdA

 

Un vecchio modo di dire recita: “A carnevale ogni scherzo vale”.  Ma non è uno scherzo che leghisti e grillini, repentinamente folgorati… sulla via di Bruxelles – e non solo loro –  si siano affrettati a salire sul carro in corsa del governo di Mario Draghi. E’ stato sufficiente che il Presidente della Repubblica mettesse sul podio di Palazzo Chigi  un nuovo “Toscanini”, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo,  che le percussioni si sono fermate, i fiati hanno fatto altrettanto e il primo violino desse il “la” per consentire ai vari “professori” di accordare gli strumenti di un’orchestra fino allora raccogliticcia e “scordata”.  Fuori da ogni metafora, la  “conversione” di Salvini e di Grillo  ha del miracoloso o, forse, non proprio. Andiamo con ordine. Quasi nessuno voleva le elezioni anticipate. Non Renzi, che continua ad avere ancora bisogno di tempo per far crescere il suo piccolo partito impantanato tra il due e tre per cento. Non il Movimento 5 Stelle che tutti i sondaggi danno in forte ridimensionamento rispetto al 33 % delle politiche del 2018, per cui forse solo la metà degli attuali parlamentari può sperare di tornare nei “palazzi” della politica. Non Forza Italia in progressivo “dimagrimento” e che non vede l’ora di sganciarsi dall’abbraccio mortale della Destra sovranista. Non le piccole formazioni politiche che nel nuovo Parlamento rischiano di sparire, anche per la legge che riduce drasticamente il numero dei seggi: da 630 a 400 alla Camera, da 315 a 200 al Senato. Resta il “Nazareno” , costretto a pagare il prezzo più salato.  Anche per colpa di una leadership che da anni fatica ad affermarsi e per un amalgama mal riuscito tra gli eredi di Togliatti e Berlinguer e i “nipotini” di De Gasperi, Sturzo e Moro. Con il “pieno” dei partiti sul carro di Draghi, Fratelli d’Italia rimane  la sola  opposizione per attrarre i voti dei contrari al nascente governo. Quindi  tutti insieme appassionatamente, si direbbe,  sotto la guida di “Super Mario”, tranne Giorgia Meloni alla quale va riconosciuto il pregio della coerenza o, meglio, di un opportunismo strategico. Il “si” dei Partiti all’ex presidente della BCE è quindi solo frutto della paura di essere falcidiati nelle urne?  Anche,  ma non solo. Il centrodestra infatti, da elezioni anticipate, oggi avrebbe tutto da guadagnare. Almeno stando  ai sondaggi.  E perché allora Matteo Salvini, che 48 ore prima dell’incarico a Draghi “invidiava” ancora la Brexit, ha deciso di  appoggiare il governo? E perché Grillo ed i dirigenti del Movimento sono passati dal “mai” al “si”?  La risposta, molto brutale, ce la danno i quasi trecento miliardi che di riffa e di raffa arriveranno dall’Europa. Una torta troppo grossa perché, ad eccezione della elettoralmente “furba” Meloni, qualcuno possa chiamarsi fuori. “Preferisco essere nella stanza in cui si decide, che restare fuori  e assistere”, ammette il pragmatico Salvini con un Beppe Grillo che gli fa eco: “non si può restare a guardare  gli altri che prendono e spendono i soldi del recovery fund”. Un po’ come quando in “Napoli milionaria”, la celeberrima commedia di Eduardo, sulla tavola di una povera famiglia che  viveva di sotterfugi per sbarcare il lunario, arriva dall’esterno una fiamminga di  fumante pastasciutta sulla quale, inizialmente un po’ timorosi, tutti prima o poi si buttano a pesce

 

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