Punture di spillo L’IMPERATIVO DI SALVINI: FERMARE GIORGIA MELONI

Matteo Salvini  – che dai sondaggi al 38 per cento nell’estate del Papeete è sceso al 21/22 per cento – ha oggi un solo obiettivo: bloccare l’ascesa di Giorgia Meloni che sta capitalizzando la decisione di restare, da sola, all’opposizione. Il segretario della Lega si sta rendendo conto che non è stata una buona idea quella di andare al governo consentendo a Fratelli d’Italia di incasellare il malumore e le difficoltà di una gran fetta di italiani  colpiti dalla crisi economica della pandemia. Di qui la decisione di accentuare il volto di un Carroccio di governo, ma anche e soprattutto di opposizione: intestarsi le “riaperture” ma dire al suo pubblico di riferimento che non è ancora abbastanza, che occorre fare di più. Altrimenti, come leggere lo “stop and go” per un’ora di coprifuoco dopo aver condiviso in una precedente riunione il provvedimento sulla gradualità delle “riaperture”?

Ma nessuna meraviglia. Salvini è così e non può cambiare: prima gli interessi della Lega, non importa se sulla pelle degli italiani. Come dimenticare, l’anno scorso, la campagna contro le mascherine e i distanziamenti, le sue pressioni “elettorali” in estate per un “liberi tutti” che purtroppo c’è stato e che ha spalancato le porte in autunno alla seconda ondata?  Al “Capitano” lombardo interessava esclusivamente assecondare le esigenze di un Nord produttivo e in grave sofferenza che mal sopportava il rigore imposto dal Conte 2. Allora Salvini era all’opposizione e gli era facile “bombardare” le decisioni “rigoriste” del ministro Speranza e del Comitato Tecnico Scientifico, polemizzare con la Protezione Civile e con il Commissario Arcuri. Oggi la scena è cambiata anche se la pandemia continua ad impensierire non poco. Conte è stato mandato a casa come Domenico Arcuri. E’ mutato il vertice della Protezione Civile ed è stato “dimagrito” il CTS. Ma soprattutto il critico di ieri, Matteo Salvini,  è al governo con ben tre ministri e – ancora più importante – alla guida di Palazzo Chigi è arrivato Mario Draghi. Per il segretario della Lega è cambiata qualcosa? Non proprio. E allora? Tutto come prima. Ad ottobre si voterà per la guida di grandi città come Roma, Milano, Torino, Napoli, e Salvini – Covid o non Covid – continua a pensare solo ai voti della “sua” Lega. Diciamo che in questa situazione non si sentiva proprio l’esigenza di riportarlo al governo ben sapendo chi era e chi è. E chissà se Draghi se n’è convinto e soprattutto se lo ha capito Qualcun altro sul Colle. Nell’Italia della cosiddetta seconda Repubblica l’unità nazionale è una categoria dello spirito. Ha funzionato in anni “più nobili”, contro il fascismo e nella lotta al terrorismo, quando l’interesse del Paese prevaleva anche sui pur legittimi interessi di parte. Oggi no. C’è Salvini! 

PdA

Matteo Salvini  – che dai sondaggi al 38 per cento nell’estate del Papeete è sceso al 21/22 per cento – ha oggi un solo obiettivo: bloccare l’ascesa di Giorgia Meloni che sta capitalizzando la decisione di restare, da sola, all’opposizione. Il segretario della Lega si sta rendendo conto che non è stata una buona idea quella di andare al governo consentendo a Fratelli d’Italia di incasellare il malumore e le difficoltà di una gran fetta di italiani  colpiti dalla crisi economica della pandemia. Di qui la decisione di accentuare il volto di un Carroccio di governo, ma anche e soprattutto di opposizione: intestarsi le “riaperture” ma dire al suo pubblico di riferimento che non è ancora abbastanza, che occorre fare di più. Altrimenti, come leggere lo “stop and go” per un’ora di coprifuoco dopo aver condiviso in una precedente riunione il provvedimento sulla gradualità delle “riaperture”?

Ma nessuna meraviglia. Salvini è così e non può cambiare: prima gli interessi della Lega, non importa se sulla pelle degli italiani. Come dimenticare, l’anno scorso, la campagna contro le mascherine e i distanziamenti, le sue pressioni “elettorali” in estate per un “liberi tutti” che purtroppo c’è stato e che ha spalancato le porte in autunno alla seconda ondata?  Al “Capitano” lombardo interessava esclusivamente assecondare le esigenze di un Nord produttivo e in grave sofferenza che mal sopportava il rigore imposto dal Conte 2. Allora Salvini era all’opposizione e gli era facile “bombardare” le decisioni “rigoriste” del ministro Speranza e del Comitato Tecnico Scientifico, polemizzare con la Protezione Civile e con il Commissario Arcuri. Oggi la scena è cambiata anche se la pandemia continua ad impensierire non poco. Conte è stato mandato a casa come Domenico Arcuri. E’ mutato il vertice della Protezione Civile ed è stato “dimagrito” il CTS. Ma soprattutto il critico di ieri, Matteo Salvini,  è al governo con ben tre ministri e – ancora più importante – alla guida di Palazzo Chigi è arrivato Mario Draghi. Per il segretario della Lega è cambiata qualcosa? Non proprio. E allora? Tutto come prima. Ad ottobre si voterà per la guida di grandi città come Roma, Milano, Torino, Napoli, e Salvini – Covid o non Covid – continua a pensare solo ai voti della “sua” Lega. Diciamo che in questa situazione non si sentiva proprio l’esigenza di riportarlo al governo ben sapendo chi era e chi è. E chissà se Draghi se n’è convinto e soprattutto se lo ha capito Qualcun altro sul Colle. Nell’Italia della cosiddetta seconda Repubblica l’unità nazionale è una categoria dello spirito. Ha funzionato in anni “più nobili”, contro il fascismo e nella lotta al terrorismo, quando l’interesse del Paese prevaleva anche sui pur legittimi interessi di parte. Oggi no. C’è Salvini! 

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