Qatargate alla francese

E ora anche la Francia ha il suo Qatargate. Un altro filone dell’inchiesta, che parte da uno scandalo nel Paris Saint-Germain e apre un intrigo internazionale fra servizi segreti, ricatti e video privati compromettenti; ha portato all’incriminazione di Nasser al-Khelaifi, presidente del Psg e capo dell’Eca, l’associazione dei club europei che elegge membri del comitato esecutivo della Uefa. Le accuse nei confronti di al-Khelaifi sono rapimento e tortura nei confronti di Tayeb Benabderrahmane, uomo d’affari 41enne franco-algerino e lobbista vicino al Paris Saint-Germain, al centro dell’incredibile storia che vi abbiamo raccontato in esclusiva su L’Identità in pieno affaire Qatargate, il fascicolo sulla corruzione a Bruxelles messa in atto dal Qatar per promuovere i propri interessi e arginare le critiche sull’assegnazione dei Mondiali al paese del Golfo che viola i diritti umani.
Nei giorni scorsi, infatti, sono stati nominati i tre giudici istruttori a Parigi. che esamineranno le accuse contro il numero uno del Psg, dopo la denuncia di tortura presentata mesi fa da Tayeb, il quale il 17 ottobre scorso aveva ricevuto perfino la promessa dall’Eliseo che il suo caso di detenzione arbitraria in Qatar sarebbe stato seguito con la massima attenzione. E ora sarebbero emersi alcuni elementi contro al-Khelaifi, il quale, secondo l’accusa, nasconderebbe sul suo cellulare le informazioni riservate raccolte dalla vittima, da cui emergerebbero presunte irregolarità nell’assegnazione della Coppa del Mondo 2022 al Qatar o addirittura nell’acquisizione da parte di BeIN Media dei diritti televisivi per il Medio Oriente per i Mondiali 2026 e 2030. Insomma, un vaso di Pandora in grado di vanificare il sistema di soft power che l’Emiro, nell’ultimo decennio, ha pagato a caro prezzo con un’azione corruttiva globale e che è emerso in parte nelle carte del Qatargate, nelle inchieste degli Stati Uniti che hanno scatenato il terremoto degli arresti nella Fifa e che oggi vede Parigi pronta a fare luce sugli affari qatarioti in Francia. Primo tra tutti il Paris Saint-Germain, il club salvato dal fallimento e trasformato in simbolo dei progetti dell’Emiro nel calcio. Un simbolo che ora mostra il modus operandi di un sistema corruttivo che vede avvicendarsi spie prezzolate, fiumi di mazzette, ricatti con video hard.
La storia torbida inizia nel 2016, quando la Dgsi, i servizi interni francesi, mette le mani su un taccuino contenente informazioni riservate, dove sono segnate perfino operazioni di difesa e sorveglianza. Il bubbone scoppia alcuni mesi dopo, quando il contenuto di quel diario viene pubblicato nel libro “Le guerre nell’ombra della Dgsi” di Alex Jordanov. Gli 007 cercano la talpa e risalgono a Malik Nait-Liman, ex membro dei servizi e, all’epoca, dipendente del Psg. La perquisizione porta alla luce supporti tecnologici pieni zeppi di dati. A quel punto l’ex spia decide di parlare e ammette di aver usato i suoi contatti in polizia, allettandoli con ospitate nei palchi d’onore alle partite, per indagare sull’entourage del presidente al-Khelaifi. È qui che entra in gioco Benabderrahmane: dall’analisi dei metadati di alcuni file trovati a Niait-Liman, i servizi francesi risalgono al nome “Tayeb” quale autore di quei documenti. Il lobbista, infatti, era stato agganciato dai qatarioti nel 2017 affinché investigasse per scoprire i motivi per i quali, nonostante il Paese del Golfo investiva cifre colossali in Francia, veniva comunque disprezzato. Insomma, il Qatar aveva pagato il lobbista per mettere in atto l’azione di soft power. E il filo rosso che collega l’inchiesta sul presidente del Psg e la corruzione è Ali ben Samikh al-Marri, il ministro del Lavoro qatariota finito nelle carte dell’indagine a Bruxelles. Perché Benabderrahmane, arrestato illegalmente e torturato durante la detenzione in una prigione segreta a Doha dal 13 gennaio al 31 ottobre 2020, era agli ordini diretti di al-Marri, il quale gli avrebbe commissionato lo scottante dossier su al-Khelaifi e gli avrebbe richiesto continue informazioni con tanto di prove sul Paris Saint-Germain e su BeIN Sports. Migliaia di file ritrovati nella chiavetta usb e visionati dai servizi, tra cui chat del presidente con calciatori del Psg come Thiago Silva o Zlatan Ibrahimovic, foto di al-Khelaifi rubate in momenti di relax, quelle in cui c’è l’emiro al-Thani e anche prove di pagamento. E ancora ore e ore di video registrati nel 2018 da una telecamera nascosta in una stanza da letto, che aveva ripreso gli incontri intimi del numero uno del Psg con una donna. “Non ho sospettato inizialmente che il mio datore di lavoro stesse mirando a queste indagini non per combattere la corruzione, ma per danneggiare Nasser Al-Khelaifi”, precisa Tayeb, il quale, per portare a termine l’obiettivo richiesto dal ministro, aveva anche chiesto a Niait-Liman di favorire contatti politici del Qatar per avere la meglio sui concorrenti degli Emirati Arabi Uniti. Tanto che per gli 007 francesi i posti alle partite del Psg sarebbero stati utilizzati per agganciare personalità come Yassine Belattar, che Benabderrahmane descrive come “molto legato al presidente Emmanuel Macron”. Quel materiale, alla fine, ha determinato il sequestro di persona e le torture nei confronti del lobbista, arrestato il 13 gennaio 2020 per aver minato la sicurezza dello Stato e per la detenzione delle “registrazioni rubate della vita intima” di al-Khelaifi. “Volevano mettermi a tacere e pretendevano che consegnassi tutto il dossier, per questo mi hanno accusato di aver tentato di ricattare al-Khelaifi”, ha sottolineato Tayeb, che ha dovuto subire mesi di angherie fisiche e psicologiche. Il lobbista è stato rilasciato solo dopo aver firmato, sotto costrizione, un protocollo transazionale con il quale si impegnava a fornire al Qatar un certo numero di dati in suo possesso. Dati originali che ora sarebbero custoditi nel cellulare del presidente del Psg e che, per l’accusa, sarebbero la prova dell’ordine della detenzione illegale. Tayeb ha accolto “con favore questa apertura dell’indagine da parte della giustizia francese”. E ha concluso: “Continuerò a difendere i miei diritti legittimi per constatare il carattere gravemente offensivo e dannoso del trattamento che mi è stato inflitto dalle autorità del Qatar e dai suoi rappresentanti in Francia e all’estero”.
E ora anche la Francia ha il suo Qatargate. Un altro filone dell’inchiesta, che parte da uno scandalo nel Paris Saint-Germain e apre un intrigo internazionale fra servizi segreti, ricatti e video privati compromettenti; ha portato all’incriminazione di Nasser al-Khelaifi, presidente del Psg e capo dell’Eca, l’associazione dei club europei che elegge membri del comitato esecutivo della Uefa. Le accuse nei confronti di al-Khelaifi sono rapimento e tortura nei confronti di Tayeb Benabderrahmane, uomo d’affari 41enne franco-algerino e lobbista vicino al Paris Saint-Germain, al centro dell’incredibile storia che vi abbiamo raccontato in esclusiva su L’Identità in pieno affaire Qatargate, il fascicolo sulla corruzione a Bruxelles messa in atto dal Qatar per promuovere i propri interessi e arginare le critiche sull’assegnazione dei Mondiali al paese del Golfo che viola i diritti umani.
Nei giorni scorsi, infatti, sono stati nominati i tre giudici istruttori a Parigi. che esamineranno le accuse contro il numero uno del Psg, dopo la denuncia di tortura presentata mesi fa da Tayeb, il quale il 17 ottobre scorso aveva ricevuto perfino la promessa dall’Eliseo che il suo caso di detenzione arbitraria in Qatar sarebbe stato seguito con la massima attenzione. E ora sarebbero emersi alcuni elementi contro al-Khelaifi, il quale, secondo l’accusa, nasconderebbe sul suo cellulare le informazioni riservate raccolte dalla vittima, da cui emergerebbero presunte irregolarità nell’assegnazione della Coppa del Mondo 2022 al Qatar o addirittura nell’acquisizione da parte di BeIN Media dei diritti televisivi per il Medio Oriente per i Mondiali 2026 e 2030. Insomma, un vaso di Pandora in grado di vanificare il sistema di soft power che l’Emiro, nell’ultimo decennio, ha pagato a caro prezzo con un’azione corruttiva globale e che è emerso in parte nelle carte del Qatargate, nelle inchieste degli Stati Uniti che hanno scatenato il terremoto degli arresti nella Fifa e che oggi vede Parigi pronta a fare luce sugli affari qatarioti in Francia. Primo tra tutti il Paris Saint-Germain, il club salvato dal fallimento e trasformato in simbolo dei progetti dell’Emiro nel calcio. Un simbolo che ora mostra il modus operandi di un sistema corruttivo che vede avvicendarsi spie prezzolate, fiumi di mazzette, ricatti con video hard.
La storia torbida inizia nel 2016, quando la Dgsi, i servizi interni francesi, mette le mani su un taccuino contenente informazioni riservate, dove sono segnate perfino operazioni di difesa e sorveglianza. Il bubbone scoppia alcuni mesi dopo, quando il contenuto di quel diario viene pubblicato nel libro “Le guerre nell’ombra della Dgsi” di Alex Jordanov. Gli 007 cercano la talpa e risalgono a Malik Nait-Liman, ex membro dei servizi e, all’epoca, dipendente del Psg. La perquisizione porta alla luce supporti tecnologici pieni zeppi di dati. A quel punto l’ex spia decide di parlare e ammette di aver usato i suoi contatti in polizia, allettandoli con ospitate nei palchi d’onore alle partite, per indagare sull’entourage del presidente al-Khelaifi. È qui che entra in gioco Benabderrahmane: dall’analisi dei metadati di alcuni file trovati a Niait-Liman, i servizi francesi risalgono al nome “Tayeb” quale autore di quei documenti. Il lobbista, infatti, era stato agganciato dai qatarioti nel 2017 affinché investigasse per scoprire i motivi per i quali, nonostante il Paese del Golfo investiva cifre colossali in Francia, veniva comunque disprezzato. Insomma, il Qatar aveva pagato il lobbista per mettere in atto l’azione di soft power. E il filo rosso che collega l’inchiesta sul presidente del Psg e la corruzione è Ali ben Samikh al-Marri, il ministro del Lavoro qatariota finito nelle carte dell’indagine a Bruxelles. Perché Benabderrahmane, arrestato illegalmente e torturato durante la detenzione in una prigione segreta a Doha dal 13 gennaio al 31 ottobre 2020, era agli ordini diretti di al-Marri, il quale gli avrebbe commissionato lo scottante dossier su al-Khelaifi e gli avrebbe richiesto continue informazioni con tanto di prove sul Paris Saint-Germain e su BeIN Sports. Migliaia di file ritrovati nella chiavetta usb e visionati dai servizi, tra cui chat del presidente con calciatori del Psg come Thiago Silva o Zlatan Ibrahimovic, foto di al-Khelaifi rubate in momenti di relax, quelle in cui c’è l’emiro al-Thani e anche prove di pagamento. E ancora ore e ore di video registrati nel 2018 da una telecamera nascosta in una stanza da letto, che aveva ripreso gli incontri intimi del numero uno del Psg con una donna. “Non ho sospettato inizialmente che il mio datore di lavoro stesse mirando a queste indagini non per combattere la corruzione, ma per danneggiare Nasser Al-Khelaifi”, precisa Tayeb, il quale, per portare a termine l’obiettivo richiesto dal ministro, aveva anche chiesto a Niait-Liman di favorire contatti politici del Qatar per avere la meglio sui concorrenti degli Emirati Arabi Uniti. Tanto che per gli 007 francesi i posti alle partite del Psg sarebbero stati utilizzati per agganciare personalità come Yassine Belattar, che Benabderrahmane descrive come “molto legato al presidente Emmanuel Macron”. Quel materiale, alla fine, ha determinato il sequestro di persona e le torture nei confronti del lobbista, arrestato il 13 gennaio 2020 per aver minato la sicurezza dello Stato e per la detenzione delle “registrazioni rubate della vita intima” di al-Khelaifi. “Volevano mettermi a tacere e pretendevano che consegnassi tutto il dossier, per questo mi hanno accusato di aver tentato di ricattare al-Khelaifi”, ha sottolineato Tayeb, che ha dovuto subire mesi di angherie fisiche e psicologiche. Il lobbista è stato rilasciato solo dopo aver firmato, sotto costrizione, un protocollo transazionale con il quale si impegnava a fornire al Qatar un certo numero di dati in suo possesso. Dati originali che ora sarebbero custoditi nel cellulare del presidente del Psg e che, per l’accusa, sarebbero la prova dell’ordine della detenzione illegale. Tayeb ha accolto “con favore questa apertura dell’indagine da parte della giustizia francese”. E ha concluso: “Continuerò a difendere i miei diritti legittimi per constatare il carattere gravemente offensivo e dannoso del trattamento che mi è stato inflitto dalle autorità del Qatar e dai suoi rappresentanti in Francia e all’estero”.
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