“Qatargate caso criminale. Ma questo Pd va rifondato. Conte? Fu lui a dirci di no”

“Non ho mai pensato di lasciare il mio partito, ma allo stesso tempo ritengo sia sbagliato restare in silenzio rispetto agli errori”. A dirlo Luigi Zanda, senatore e volto storico del Partito Democratico.
Ha lasciato il comitato dei valori. Perché?
Avevo un’opinione diversa. Pensavo che le questioni da affrontare fossero talmente rilevanti, perché riguardavano l’identità del partito, la sua linea politica, le alleanze, le modalità con cui prepariamo le liste elettorali, da avviare, sin da subito, un processo di riflessione più ampio.
Cosa bisognava fare?
Coinvolgere le nostre sezioni, la base. Serviva una procedura molto chiara, conoscere le regole con le quali veniva nominata questa commissione, così come i nodi su cui era chiamata a deliberare, a comporre al suo interno maggioranza e minoranza. Allo stesso modo, occorreva capire come svolgere la redazione del documento finale. Sono, insomma, questioni importanti e in certi casi anche la procedura fa sostanza. Non condivido, d’altronde, neanche la velocità e i tempi brevi dati.
Perché?
Considerando le festività, poche settimane non mi sembrano sufficienti per un’analisi complessa. Sarebbe, poi, stato necessario un approfondimento sulle ragioni per cui abbiamo perso le ultime due-tre elezioni, referendum compreso. Non condividendo il metodo e avendo avuto più di qualche conferma sulla serietà dei miei dubbi, dopo aver preso parte alla prima riunione, ho pensato di lasciare il comitato dei valori.
Dopo gli scandali Soumahoro e Qatargate, come ha ribadito su queste colonne l’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto, sarebbe stato opportuno chiedere scusa agli elettori dem?
Sono responsabilità del segretario. Non voglio entrare su questa vicenda. So solo quello che sa lei e che ognuno può leggere sui giornali.
Che idea, però, si è fatto dell’ultimo scandalo a Bruxelles?
Mi sembra una vicenda molto grave perché coinvolge le relazioni tra gli Stati e mostra pressioni sul Parlamento Europeo, che hanno una natura criminale.
A proposito di regionali in Lombardia, qualche mese fa, aveva speso parole positive nei confronti di Letizia Moratti. Il Pd, intanto, ha scelto Majorino. Lo sosterrà?
Non ho lanciato nessun endorsment. Ho detto semplicemente che in una situazione difficile come quella della Lombardia era necessario che il Pd esplorasse tutte le strade. Volevo e voglio vincere le elezioni. Avendo il mio partito scelto una strada, mi attengo senza discutere.
Non mi sembra, quindi, che sia disposto a lasciare il Partito Democratico, come ipotizza qualcuno?
Non ci ho mai pensato. Sono contro ogni scissione. Non ho alcun motivo per andar via. Tuttavia, sono un militante del Pd e intendo, in ogni circostanza, esporre le mie opinioni.
Come riformare?
È il compito, a mio avviso, di una grande conferenza nazionale, che deve avere il tempo necessario e partire dalla base, coinvolgendo tutte le forze intellettuali, sociali, professionali e politiche del Paese. Si tratta di un lavoro complesso, delicato e necessario. Sarà uno degli impegni principali del prossimo segretario.
Qualcuno esortava Letta a dimettersi dopo il 25 settembre. Perché ciò non è avvenuto?
Le dimissioni sono sempre fatti personali, su cui ritengo di non dover metter bocca. Ciascuno decide secondo la propria sensibilità e dopo aver valutato gli avvenimenti.
Dopo la più dura sconfitta della storia dem, qualcosa bisognava fare?
La sconfitta è stata politica, senza ombra di dubbio. Ha vinto la destra su un partito di sinistra. Dal punto di vista numerico, il Pd ha avuto sostanzialmente gli stessi voti che ha preso alle elezioni precedenti.
Tra le cause della debacle, forse, c’è l’abbandono delle classi meno abbienti, che non si sentono più rappresentate ?
Non sono domande a cui si può rispondere con un sì o con un no. Sono nodi complessi. Non faccio politica, rispondendo con uno slogan, a un interrogativo così profondo, il quale certamente non può essere sintetizzato in un’intervista.
Serve riavviare un dialogo con le altre forze che compongono il centrosinistra, proprio come faceva l’Ulivo?
Per quanto riguarda le ultime elezioni, la chiusura è arrivata sia dai 5 Stelle che da Calenda. Sono loro che hanno chiuso le porte. Non è stato il Pd. Adesso bisogna ricominciare e soprattutto parlarsi.
È ancora possibile farlo?
La politica, fatta in solitudine, è sterile, destinata alla sconfitta.
Deve esserci un interlocutore privilegiato tra Conte e Calenda?
Stiamo parlando di rapporti, che non dipendono da una sola parte, ma dalla disponibilità dei futuri possibili alleati.
“Non ho mai pensato di lasciare il mio partito, ma allo stesso tempo ritengo sia sbagliato restare in silenzio rispetto agli errori”. A dirlo Luigi Zanda, senatore e volto storico del Partito Democratico.
Ha lasciato il comitato dei valori. Perché?
Avevo un’opinione diversa. Pensavo che le questioni da affrontare fossero talmente rilevanti, perché riguardavano l’identità del partito, la sua linea politica, le alleanze, le modalità con cui prepariamo le liste elettorali, da avviare, sin da subito, un processo di riflessione più ampio.
Cosa bisognava fare?
Coinvolgere le nostre sezioni, la base. Serviva una procedura molto chiara, conoscere le regole con le quali veniva nominata questa commissione, così come i nodi su cui era chiamata a deliberare, a comporre al suo interno maggioranza e minoranza. Allo stesso modo, occorreva capire come svolgere la redazione del documento finale. Sono, insomma, questioni importanti e in certi casi anche la procedura fa sostanza. Non condivido, d’altronde, neanche la velocità e i tempi brevi dati.
Perché?
Considerando le festività, poche settimane non mi sembrano sufficienti per un’analisi complessa. Sarebbe, poi, stato necessario un approfondimento sulle ragioni per cui abbiamo perso le ultime due-tre elezioni, referendum compreso. Non condividendo il metodo e avendo avuto più di qualche conferma sulla serietà dei miei dubbi, dopo aver preso parte alla prima riunione, ho pensato di lasciare il comitato dei valori.
Dopo gli scandali Soumahoro e Qatargate, come ha ribadito su queste colonne l’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto, sarebbe stato opportuno chiedere scusa agli elettori dem?
Sono responsabilità del segretario. Non voglio entrare su questa vicenda. So solo quello che sa lei e che ognuno può leggere sui giornali.
Che idea, però, si è fatto dell’ultimo scandalo a Bruxelles?
Mi sembra una vicenda molto grave perché coinvolge le relazioni tra gli Stati e mostra pressioni sul Parlamento Europeo, che hanno una natura criminale.
A proposito di regionali in Lombardia, qualche mese fa, aveva speso parole positive nei confronti di Letizia Moratti. Il Pd, intanto, ha scelto Majorino. Lo sosterrà?
Non ho lanciato nessun endorsment. Ho detto semplicemente che in una situazione difficile come quella della Lombardia era necessario che il Pd esplorasse tutte le strade. Volevo e voglio vincere le elezioni. Avendo il mio partito scelto una strada, mi attengo senza discutere.
Non mi sembra, quindi, che sia disposto a lasciare il Partito Democratico, come ipotizza qualcuno?
Non ci ho mai pensato. Sono contro ogni scissione. Non ho alcun motivo per andar via. Tuttavia, sono un militante del Pd e intendo, in ogni circostanza, esporre le mie opinioni.
Come riformare?
È il compito, a mio avviso, di una grande conferenza nazionale, che deve avere il tempo necessario e partire dalla base, coinvolgendo tutte le forze intellettuali, sociali, professionali e politiche del Paese. Si tratta di un lavoro complesso, delicato e necessario. Sarà uno degli impegni principali del prossimo segretario.
Qualcuno esortava Letta a dimettersi dopo il 25 settembre. Perché ciò non è avvenuto?
Le dimissioni sono sempre fatti personali, su cui ritengo di non dover metter bocca. Ciascuno decide secondo la propria sensibilità e dopo aver valutato gli avvenimenti.
Dopo la più dura sconfitta della storia dem, qualcosa bisognava fare?
La sconfitta è stata politica, senza ombra di dubbio. Ha vinto la destra su un partito di sinistra. Dal punto di vista numerico, il Pd ha avuto sostanzialmente gli stessi voti che ha preso alle elezioni precedenti.
Tra le cause della debacle, forse, c’è l’abbandono delle classi meno abbienti, che non si sentono più rappresentate ?
Non sono domande a cui si può rispondere con un sì o con un no. Sono nodi complessi. Non faccio politica, rispondendo con uno slogan, a un interrogativo così profondo, il quale certamente non può essere sintetizzato in un’intervista.
Serve riavviare un dialogo con le altre forze che compongono il centrosinistra, proprio come faceva l’Ulivo?
Per quanto riguarda le ultime elezioni, la chiusura è arrivata sia dai 5 Stelle che da Calenda. Sono loro che hanno chiuso le porte. Non è stato il Pd. Adesso bisogna ricominciare e soprattutto parlarsi.
È ancora possibile farlo?
La politica, fatta in solitudine, è sterile, destinata alla sconfitta.
Deve esserci un interlocutore privilegiato tra Conte e Calenda?
Stiamo parlando di rapporti, che non dipendono da una sola parte, ma dalla disponibilità dei futuri possibili alleati.
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