Quali sono stati gli effetti della pandemia sulle migrazioni?

di Marco Omizzolo

Il recente testo Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme di Lorenzo Prencipe, Presidente del Cser (Centro Studi Emigrazione Roma dei padri Scalabriniani) permette di riflettere sugli effetti, spesso sottovalutati, che la pandemia ha prodotto sulle migrazioni, in particolare sui migranti forzati e su coloro che sono impiegati in nicchie occupazionali “essenziali” e nel contempo ad alto tasso di sfruttamento. Un testo che ha il merito di entrare nel vivo di questioni globali e processi complessi che qualunque semplificazione rischierebbe di mortificare. 

Migranti in pandemia: 

in fuga e sommersi

I dati generali della pandemia consentono, in premessa, di entrare dentro questa riflessione con cognizione di causa. Al 22 dicembre 2020, ad esempio, il Coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina, ha contagiato nel mondo 77.534.614 persone, e determinato la morte di 1.706.032 (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale. Sotto questo profilo, emergono due macro processi. Il primo, se già precedentemente la pandemia molti migranti fuggivano per salvarsi la vita, come ha rilevato Emilio Drudi (Fuga per la vita, 2018), questa necessità col Covid-19 si è rafforzata per l’aggravarsi di tensioni, pericoli e crisi drammaticamente superiori rispetto al passato. Il secondo, in molti paesi di arrivo dei migranti, durante la pandemia si è sviluppata una retorica che ha finito col considerarli come untori, portatori di contagi e, per questa ragione, come elementi da osteggiare, isolare e allontanare. Insomma, i “sommersi”, per citare uno dei testi più celebri di Primo Levi (I sommersi e i salvati, 1986), considerati responsabili della messa in pericolo della vita dei “salvati” – sebbene in questo caso si intenda per “salvati” coloro che hanno avuto la fortuna di nascere in luoghi democratici e sviluppati sul piano civile ed economico – sono anche vittime di atteggiamenti, politiche e narrative respingenti al punto da rivivere esperienze drammatiche nelle carceri libiche, morire nel Mediterraneo o subire i respingimenti brutali lungo la rotta balcanica nel cuore dell’Unione europea.

Le contraddizioni dell’accoglienza

Si tratta di una contraddizione tipica della società occidentale, fondata sulla necessità, per milioni di persone di emigrare per la propria sopravvivenza e, nel contempo, sulla difficoltà, a volte insuperabile, di essere accolti nei paesi di destinazione, nonostante la legislazione internazionale, convenzioni e costituzioni democratiche vigenti. A questa contraddizione, che già indica un evidente fumus persecutionis nei confronti dei migranti, si aggiunga il fatto che essi risultano i più colpiti dal virus e i più vulnerabili alle sue conseguenze, sia dal punto di vista sanitario – perché svolgono lavori più rischiosi e vivono situazioni abitative insalubri – sia dal punto di vista economico, perché impiegati nei settori più coinvolti dalla crisi, come quello alberghiero, della ristorazione e del turismo. Si tratta di lavori e condizioni che vengono sviluppati dal mercato del lavoro e dalle norme e procedure vigenti e non, come invece sostengono diffuse retoriche, anche accademiche, da predisposizioni “naturali” o culturali dei migranti. È, infatti, la società di accoglienza che è responsabile dell’ingegneria politica che fonda l’organizzazione del lavoro, soprattutto di quello più fragile ed esposto allo sfruttamento e alla marginalità, e non il contrario. A sostegno di questa tesi si ricorda che negli Stati Uniti (e in molti paesi europei), tra agosto 2019 e agosto 2020, il tasso di disoccupazione delle persone nate all’estero è passato dal 3,1% al 10,2%, mentre quello degli autoctoni, nello stesso periodo, è passato dal 3,9% all’8,1% 

Il ruolo (irrinunciabile) 

degli immigrati nelle società avanzate

Insieme a queste contraddizioni i migranti sono, nel contempo, tra coloro che ricoprono un ruolo rilevante nella risposta alla pandemia, operando in settori utili al buon funzionamento delle società nazionali in tempi di chiusura e confinamento. Si pensi al lavoro bracciantile durante il primo lockdown, rimasto aperto grazie al rilevante impiego di immigrati che hanno continuato a lavorare, a volte sotto padrone e caporale, in condizioni di sfruttamento lavorativo, come molte indagini della Magistratura e inchieste hanno abbondantemente rilevato. Sotto questo profilo, oltre il 30% degli immigrati in età lavorativa è classificabile come “lavoratore-chiave” da cui spesso dipendono quei servizi essenziali (sanità, assistenza, pulizie, etc.) necessari a difendere gli “autoctoni” dal Covid-19 e assicurare le basi della ripresa economica. I lavoratori immigrati sono, ad esempio, fortemente presenti nei settori della salute, dove rappresentano globalmente il 24% dei medici e il 16% degli infermieri; nell’ambito del commercio alimentare, dei servizi domestici e di cura; nei trasporti e nell’agricoltura stagionale, nel lavoro edile e commerciale, nell’assistenza domiciliare continuativa e nella pesca.

Più impiegati nei settori colpiti 

dalla crisi, ma anche i più precari

Essi costituiscono, dunque, una quota significativa delle persone impiegate nei settori più colpiti dalla crisi e, nel contempo, coloro che all’interno di queste categorie sono anche i più precari sotto il profilo reddituale e lavorativo. Secondo il Center for Migration Studies degli Scalabriniani a New York, ad esempio, gli immigrati forniscono, negli stati americani più colpiti dalla pandemia, 19,8 milioni di lavoratori all’essenziale settore sanitario: sono il 16% dei lavoratori dei servizi sanitari a livello federale, ma toccano il 33% nello Stato di New York e il 32% in California. Nel Regno Unito, invece, circa un quarto degli infermieri è formato da immigrati, che in certe aree superano il 50%, mentre secondo l’OIL sono circa 100 milioni quelli occupati nel mondo in attività di cura, soprattutto agli anziani.

Il lavoro immigrato in Italia

In Italia, se gli immigrati sono il 10,6% degli occupati regolarmente (circa 2,45 milioni di persone), nei settori essenziali per il funzionamento della società e nei lavori manuali la loro presenza è ancora più rilevante: in agricoltura e nei servizi alberghieri sono circa il 18%, mentre nei servizi collettivi e personali (sanità e cura alla persona) sfiorano il 37%. Secondo l’Inps, inoltre, a fine 2018, le collaboratrici e assistenti familiari regolarmente registrate erano circa 860mila su oltre 2 milioni se si considerano quelle impiegate irregolarmente, di cui il 70% provenienti da paesi esteri, soprattutto Ucraina (21,9%), Filippine (16,7%), Moldova (10,1%), Perù (7,0%) e Sri Lanka (6,8%). Quello del lavoro femminile quale variabile nel rapporto tra Covid-19 e immigrazione, è un fenomeno di grande interesse e assai sottovalutato.

Le rimesse economiche: 

un indicatore fondamentale

Un’altra variabile di grande interesse riguarda le conseguenze che il Covid-19 sta determinando sulle rimesse economiche. Come rilevato anche dall’Eurispes, queste sono un indicatore per comprendere la complessità sociale delle migrazioni nel mondo. Sotto questo profilo, ben il 37% delle rimesse mondiali del 2019 (circa 714 miliardi di dollari USA) è stato ricevuto nei 20 paesi con il maggior numero di casi di Covid-19. Di questi, 7 paesi (Stati Uniti, Arabia Saudita, Germania, Federazione Russa, Francia e Regno Unito, Italia e India) sono quelli da cui sono partite le quantità più elevate di rimesse, ossia circa il 28% di tutte le rimesse mondiali. Le rimesse inviate dagli Stati Uniti, dai paesi dell’Eurozona, dal Regno Unito e dal Canada rappresentavano circa il 46% di quelle ricevute nei paesi a basso e medio reddito. I paesi del Golfo produttori di petrolio, destinazione preferita dei migranti dall’Asia meridionale e dall’Africa orientale, sono quelli che più di altri, a causa della pandemia, hanno rimandato nei loro paesi d’origine i lavoratori migranti. Quelli invece rimasti non hanno potuto più lavorare a causa dei confinamenti, e quindi non hanno potuto inviare rimesse alle loro famiglie nei paesi d’origine. Non a caso i flussi economici verso l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale dai paesi del Golfo sono diminuiti rispettivamente del 23% e del 22% nel 2020.

Considerando che una persona su 9 nel mondo (circa 800 milioni di persone) dipende dalle rimesse inviate dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti nei paesi d’origine, la pandemia da Covid-19 avrà un impatto considerevole sulle famiglie e sulle comunità dei migranti in termini di alimentazione, salute, istruzione e reddito. 

Ciò, con ogni probabilità, determinerà un triplice effetto: aumenterà le crisi umanitarie, i livelli di sofferenze e povertà nel mondo; aumenterà i flussi migratori, sia di breve che di lunga durata; aumenterà le tensioni sociali con l’aggravarsi delle violenze in paesi che non sono solo ad economia “incerta” ma, soprattutto, a democrazia “incerta” se non inesistente. Ci si riferisce, ad esempio, alle crisi eritrea, libica, turca, sudanese, sudafricana, indiana e di molti altri paesi. La stessa Banca mondiale prevede un calo del 14% delle rimesse inviate entro il 2021, facendo così scivolare altre 33 milioni di persone nel mondo verso la fame. 

E poiché, secondo OIL e l’Unicef, le rimesse internazionali dei migranti alle loro famiglie riducono il lavoro minorile e mantengono i bambini a scuola, con la prevista perdita di oltre 100 miliardi di dollari in rimesse, più bambini correranno il rischio di essere costretti a lavorare.

Crisi umanitarie

La crisi pandemica ha ridotto notevolmente – di circa il 50% nel primo semestre 2020 – anche i flussi migratori verso i paesi a sviluppo avanzato, tramite la chiusura delle frontiere, la sospensione dei servizi consolari, le restrizioni sui viaggi e sulle ammissioni al soggiorno oltre ad un utilizzo più ampio del telelavoro per gli operai qualificati e alla didattica a distanza per gli studenti. Sotto questo profilo è attualmente in corso una vera e propria crisi umanitaria lungo la rotta balcanica con respingimenti, violenze e sofferenze estreme di migliaia di migranti diretti verso alcuni paesi europei.

In definitiva, l’analisi del rapporto tra pandemia e immigrazione colpisce, in modo specifico, le fasce più deboli della popolazione mondiale a partire dai migranti, in particolare quelli che sono più esposti alla precarietà generata da lavori occasionali o irregolari. Inoltre, la crescente difficoltà economica vissuta dai migranti in questo periodo di chiusure e confinamenti non garantisce l’invio regolare di rimesse alle loro famiglie nei paesi di origine, accentuando le disuguaglianze globali che li rendono sempre più fragili e periferici. 

La pandemia ha anche messo in evidenza i lavoratori migranti definiti “essenziali”, il cui apporto sociale non sempre viene adeguatamente riconosciuto nonostante da essi dipenda parte della tenuta economica e sociale del Paese, anche perché spesso malpagati, sfruttati e precari.

*Docente, sociologo 

e ricercatore Eurispes

 

di Marco Omizzolo

Il recente testo Covid-19 e migrazioni: uno sguardo d’insieme di Lorenzo Prencipe, Presidente del Cser (Centro Studi Emigrazione Roma dei padri Scalabriniani) permette di riflettere sugli effetti, spesso sottovalutati, che la pandemia ha prodotto sulle migrazioni, in particolare sui migranti forzati e su coloro che sono impiegati in nicchie occupazionali “essenziali” e nel contempo ad alto tasso di sfruttamento. Un testo che ha il merito di entrare nel vivo di questioni globali e processi complessi che qualunque semplificazione rischierebbe di mortificare. 

Migranti in pandemia: 

in fuga e sommersi

I dati generali della pandemia consentono, in premessa, di entrare dentro questa riflessione con cognizione di causa. Al 22 dicembre 2020, ad esempio, il Coronavirus, che nell’ultimo trimestre del 2019 fa la sua comparsa a Wuhan in Cina, ha contagiato nel mondo 77.534.614 persone, e determinato la morte di 1.706.032 (Coronavirus Resource Center della Johns Hopkins University of Medicine) causando, per la prima volta nella storia dell’umanità, il confinamento e l’isolamento di metà della popolazione mondiale. Sotto questo profilo, emergono due macro processi. Il primo, se già precedentemente la pandemia molti migranti fuggivano per salvarsi la vita, come ha rilevato Emilio Drudi (Fuga per la vita, 2018), questa necessità col Covid-19 si è rafforzata per l’aggravarsi di tensioni, pericoli e crisi drammaticamente superiori rispetto al passato. Il secondo, in molti paesi di arrivo dei migranti, durante la pandemia si è sviluppata una retorica che ha finito col considerarli come untori, portatori di contagi e, per questa ragione, come elementi da osteggiare, isolare e allontanare. Insomma, i “sommersi”, per citare uno dei testi più celebri di Primo Levi (I sommersi e i salvati, 1986), considerati responsabili della messa in pericolo della vita dei “salvati” – sebbene in questo caso si intenda per “salvati” coloro che hanno avuto la fortuna di nascere in luoghi democratici e sviluppati sul piano civile ed economico – sono anche vittime di atteggiamenti, politiche e narrative respingenti al punto da rivivere esperienze drammatiche nelle carceri libiche, morire nel Mediterraneo o subire i respingimenti brutali lungo la rotta balcanica nel cuore dell’Unione europea.

Le contraddizioni dell’accoglienza

Si tratta di una contraddizione tipica della società occidentale, fondata sulla necessità, per milioni di persone di emigrare per la propria sopravvivenza e, nel contempo, sulla difficoltà, a volte insuperabile, di essere accolti nei paesi di destinazione, nonostante la legislazione internazionale, convenzioni e costituzioni democratiche vigenti. A questa contraddizione, che già indica un evidente fumus persecutionis nei confronti dei migranti, si aggiunga il fatto che essi risultano i più colpiti dal virus e i più vulnerabili alle sue conseguenze, sia dal punto di vista sanitario – perché svolgono lavori più rischiosi e vivono situazioni abitative insalubri – sia dal punto di vista economico, perché impiegati nei settori più coinvolti dalla crisi, come quello alberghiero, della ristorazione e del turismo. Si tratta di lavori e condizioni che vengono sviluppati dal mercato del lavoro e dalle norme e procedure vigenti e non, come invece sostengono diffuse retoriche, anche accademiche, da predisposizioni “naturali” o culturali dei migranti. È, infatti, la società di accoglienza che è responsabile dell’ingegneria politica che fonda l’organizzazione del lavoro, soprattutto di quello più fragile ed esposto allo sfruttamento e alla marginalità, e non il contrario. A sostegno di questa tesi si ricorda che negli Stati Uniti (e in molti paesi europei), tra agosto 2019 e agosto 2020, il tasso di disoccupazione delle persone nate all’estero è passato dal 3,1% al 10,2%, mentre quello degli autoctoni, nello stesso periodo, è passato dal 3,9% all’8,1% 

Il ruolo (irrinunciabile) 

degli immigrati nelle società avanzate

Insieme a queste contraddizioni i migranti sono, nel contempo, tra coloro che ricoprono un ruolo rilevante nella risposta alla pandemia, operando in settori utili al buon funzionamento delle società nazionali in tempi di chiusura e confinamento. Si pensi al lavoro bracciantile durante il primo lockdown, rimasto aperto grazie al rilevante impiego di immigrati che hanno continuato a lavorare, a volte sotto padrone e caporale, in condizioni di sfruttamento lavorativo, come molte indagini della Magistratura e inchieste hanno abbondantemente rilevato. Sotto questo profilo, oltre il 30% degli immigrati in età lavorativa è classificabile come “lavoratore-chiave” da cui spesso dipendono quei servizi essenziali (sanità, assistenza, pulizie, etc.) necessari a difendere gli “autoctoni” dal Covid-19 e assicurare le basi della ripresa economica. I lavoratori immigrati sono, ad esempio, fortemente presenti nei settori della salute, dove rappresentano globalmente il 24% dei medici e il 16% degli infermieri; nell’ambito del commercio alimentare, dei servizi domestici e di cura; nei trasporti e nell’agricoltura stagionale, nel lavoro edile e commerciale, nell’assistenza domiciliare continuativa e nella pesca.

Più impiegati nei settori colpiti 

dalla crisi, ma anche i più precari

Essi costituiscono, dunque, una quota significativa delle persone impiegate nei settori più colpiti dalla crisi e, nel contempo, coloro che all’interno di queste categorie sono anche i più precari sotto il profilo reddituale e lavorativo. Secondo il Center for Migration Studies degli Scalabriniani a New York, ad esempio, gli immigrati forniscono, negli stati americani più colpiti dalla pandemia, 19,8 milioni di lavoratori all’essenziale settore sanitario: sono il 16% dei lavoratori dei servizi sanitari a livello federale, ma toccano il 33% nello Stato di New York e il 32% in California. Nel Regno Unito, invece, circa un quarto degli infermieri è formato da immigrati, che in certe aree superano il 50%, mentre secondo l’OIL sono circa 100 milioni quelli occupati nel mondo in attività di cura, soprattutto agli anziani.

Il lavoro immigrato in Italia

In Italia, se gli immigrati sono il 10,6% degli occupati regolarmente (circa 2,45 milioni di persone), nei settori essenziali per il funzionamento della società e nei lavori manuali la loro presenza è ancora più rilevante: in agricoltura e nei servizi alberghieri sono circa il 18%, mentre nei servizi collettivi e personali (sanità e cura alla persona) sfiorano il 37%. Secondo l’Inps, inoltre, a fine 2018, le collaboratrici e assistenti familiari regolarmente registrate erano circa 860mila su oltre 2 milioni se si considerano quelle impiegate irregolarmente, di cui il 70% provenienti da paesi esteri, soprattutto Ucraina (21,9%), Filippine (16,7%), Moldova (10,1%), Perù (7,0%) e Sri Lanka (6,8%). Quello del lavoro femminile quale variabile nel rapporto tra Covid-19 e immigrazione, è un fenomeno di grande interesse e assai sottovalutato.

Le rimesse economiche: 

un indicatore fondamentale

Un’altra variabile di grande interesse riguarda le conseguenze che il Covid-19 sta determinando sulle rimesse economiche. Come rilevato anche dall’Eurispes, queste sono un indicatore per comprendere la complessità sociale delle migrazioni nel mondo. Sotto questo profilo, ben il 37% delle rimesse mondiali del 2019 (circa 714 miliardi di dollari USA) è stato ricevuto nei 20 paesi con il maggior numero di casi di Covid-19. Di questi, 7 paesi (Stati Uniti, Arabia Saudita, Germania, Federazione Russa, Francia e Regno Unito, Italia e India) sono quelli da cui sono partite le quantità più elevate di rimesse, ossia circa il 28% di tutte le rimesse mondiali. Le rimesse inviate dagli Stati Uniti, dai paesi dell’Eurozona, dal Regno Unito e dal Canada rappresentavano circa il 46% di quelle ricevute nei paesi a basso e medio reddito. I paesi del Golfo produttori di petrolio, destinazione preferita dei migranti dall’Asia meridionale e dall’Africa orientale, sono quelli che più di altri, a causa della pandemia, hanno rimandato nei loro paesi d’origine i lavoratori migranti. Quelli invece rimasti non hanno potuto più lavorare a causa dei confinamenti, e quindi non hanno potuto inviare rimesse alle loro famiglie nei paesi d’origine. Non a caso i flussi economici verso l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale dai paesi del Golfo sono diminuiti rispettivamente del 23% e del 22% nel 2020.

Considerando che una persona su 9 nel mondo (circa 800 milioni di persone) dipende dalle rimesse inviate dai lavoratori e dalle lavoratrici migranti nei paesi d’origine, la pandemia da Covid-19 avrà un impatto considerevole sulle famiglie e sulle comunità dei migranti in termini di alimentazione, salute, istruzione e reddito. 

Ciò, con ogni probabilità, determinerà un triplice effetto: aumenterà le crisi umanitarie, i livelli di sofferenze e povertà nel mondo; aumenterà i flussi migratori, sia di breve che di lunga durata; aumenterà le tensioni sociali con l’aggravarsi delle violenze in paesi che non sono solo ad economia “incerta” ma, soprattutto, a democrazia “incerta” se non inesistente. Ci si riferisce, ad esempio, alle crisi eritrea, libica, turca, sudanese, sudafricana, indiana e di molti altri paesi. La stessa Banca mondiale prevede un calo del 14% delle rimesse inviate entro il 2021, facendo così scivolare altre 33 milioni di persone nel mondo verso la fame. 

E poiché, secondo OIL e l’Unicef, le rimesse internazionali dei migranti alle loro famiglie riducono il lavoro minorile e mantengono i bambini a scuola, con la prevista perdita di oltre 100 miliardi di dollari in rimesse, più bambini correranno il rischio di essere costretti a lavorare.

Crisi umanitarie

La crisi pandemica ha ridotto notevolmente – di circa il 50% nel primo semestre 2020 – anche i flussi migratori verso i paesi a sviluppo avanzato, tramite la chiusura delle frontiere, la sospensione dei servizi consolari, le restrizioni sui viaggi e sulle ammissioni al soggiorno oltre ad un utilizzo più ampio del telelavoro per gli operai qualificati e alla didattica a distanza per gli studenti. Sotto questo profilo è attualmente in corso una vera e propria crisi umanitaria lungo la rotta balcanica con respingimenti, violenze e sofferenze estreme di migliaia di migranti diretti verso alcuni paesi europei.

In definitiva, l’analisi del rapporto tra pandemia e immigrazione colpisce, in modo specifico, le fasce più deboli della popolazione mondiale a partire dai migranti, in particolare quelli che sono più esposti alla precarietà generata da lavori occasionali o irregolari. Inoltre, la crescente difficoltà economica vissuta dai migranti in questo periodo di chiusure e confinamenti non garantisce l’invio regolare di rimesse alle loro famiglie nei paesi di origine, accentuando le disuguaglianze globali che li rendono sempre più fragili e periferici. 

La pandemia ha anche messo in evidenza i lavoratori migranti definiti “essenziali”, il cui apporto sociale non sempre viene adeguatamente riconosciuto nonostante da essi dipenda parte della tenuta economica e sociale del Paese, anche perché spesso malpagati, sfruttati e precari.

*Docente, sociologo 

e ricercatore Eurispes

 

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