Quando Dio imparò a scrivere

Doverosa premessa: un po’ di spoiler va fatto, altrimenti non si capisce nulla, che è un po’ la volontà di chi ha scritto la storia e che sposo in pieno.
La storia di questa riccona annoiatona e confidante nelle proprie capacità di mettere insieme gli eventi e possibilmente manipolarli è ben fatta, ben strutturata, ben architettata e ti dà il famoso “cazzotto” che ti sveglia quando rischi di cadere un attimo alla tentazione del divano+pioggia fuori. Fa parte di quei prodotti perfetti per chi ama inforcare il telecomando di Netflix e riconnettersi al mondo solo quando è finito tutto.
La detective per passione Alice Gould chiede di farsi rinchiudere in uno psichiatrico per svolgere delle indagini sotto copertura, ingaggiata dal dottor Raimundo García del Olmo, che vuole vuole fare chiarezza sulla morte del figlio, che a detta dei medici si è suicidato, ma non ci crede. Conoscendo il direttore della struttura, Samuel Alvar,riesce a far infiltrare Alice che si finge in preda a turbe psichiche e racconta di essere stata fatta internare dal marito, Heliodoro dopo aver tentato di avvelenarlo, accreditata dal dottor Donadìo, medico di famiglia, che firma una dichiarazione falsa.
Una volta infiltrata inizia una gara al doppiogiochismo: García del Olmo dichiara di non aver mai parlato con Alice e non sapere nulla di questa presunta indagine. Disperata, confessa tutto a Montserrat Castell, dottoressa che sembra crederle.
Ed ènel corso di un incontro con tutti i medici dell’ospedale che Alice confessa tutto: ha incontrato García del Olmo a una festa di Capodanno. A presentarglielo è stato il marito Heliodoro. Il compagno ha firmato con l’inganno le carte per farla internare, come dai piani col cliente. A Heliodoro ha detto che sarebbe partita per un viaggio di lavoro.
E fin qua sembrerebbe quadrare tutto alla perfezione, col dettaglio non da poco che tra i medici dell’ospedale che incontrano Alice c’è anche García del Olmo, solo che non è lo stesso uomo con cui ha parlato. Scatta quindi la caccia alla sòla che l’ha cacciata in una situazione inguaiata. E questo è il vero inizio di un incubo: viene quindi sottoposta a elettroshock e compie un viaggio all’interno dei suoi ricordi, rivivendo, uno ad uno, tutti i fatti che l’hanno portata fino alle porte dell’istituto.
In questo viaggio mentale capisce che è il marito che l’ha incastrata: è lui a essersi messo d’accordo con il falso Dr. García del Olmo e ad aver convinto il medico di famiglia Donadìo a sostenere che andasse rinchiusa. Il tutto giusto per impadronirsi dei suoi soldi. Anche l’indagine è falsa, così come la gente intorno a lei.
Alice, in un momento di lucidità, convince la dottoressa Castell a controllare i conti di Alvar: effettivamente, proprio il giorno del ricovero della donna, ha ricevuto una somma importante da Heliodoro. Le due allora convincono i medici dell’ospedale a riconsiderare il caso e a chiedere il licenziamento di Alvar.
Qualcosa però non torna: grazie ai flashback scopriamo che a essere stato ucciso nell’istituto non è il figlio di García del Olmo, ma Remo, uno dei figli di Alice, i gemelli Romulo e Remo (vabbeh ok), rinchiusi nella struttura dalla nascita. Se a morire è stato uno dei suoi figli, su cosa stava indagando esattamente Alice, non si capisce. Salvo che è stata proprio lei a provocare questo omicidio mentre era ricoverata. Quindi la domanda sorge spontanea: se era già nella struttura, tutta questa storia dell’indagine da dove salta fuori?
Scopriamo così l’identità dell’uomo che, secondo Alice, si è finto del Olmo: ossia il medico di famiglia. Non avendolo visto prima, ci crediamo, e campiamo che l’uomo che ha portato nel manicomio Alice è sempre stato il suo dottore. Qui si rischia lo smarrimento tra ciò che è evidente e la confusione mentale della protagonista. Ed è la parte migliore, ossia il transfert che si crea tra i casini di testa di Alice e quelli a cui induce noi. In più occasioni vediamo ritagli di giornale che parlano della morte del figlio di García del Olmo: il ragazzo è veramente deceduto, anche se Alice ha sovrapposto la sua morte a quella del figlio Remo. I figli di Alice, Romulo e Remo, sono nati nell’istituto: la donna deve aver partorito lì ed era già stata nella struttura.
Da questo dubbio partono varie ipotesi che obbligano a stare lì fino alla fine. Merita. Il titolo è stato violentato: sarebbe stato le linee storte di Dio, ma per il Paese del Vaticano forse è too much.

Doverosa premessa: un po’ di spoiler va fatto, altrimenti non si capisce nulla, che è un po’ la volontà di chi ha scritto la storia e che sposo in pieno.
La storia di questa riccona annoiatona e confidante nelle proprie capacità di mettere insieme gli eventi e possibilmente manipolarli è ben fatta, ben strutturata, ben architettata e ti dà il famoso “cazzotto” che ti sveglia quando rischi di cadere un attimo alla tentazione del divano+pioggia fuori. Fa parte di quei prodotti perfetti per chi ama inforcare il telecomando di Netflix e riconnettersi al mondo solo quando è finito tutto.
La detective per passione Alice Gould chiede di farsi rinchiudere in uno psichiatrico per svolgere delle indagini sotto copertura, ingaggiata dal dottor Raimundo García del Olmo, che vuole vuole fare chiarezza sulla morte del figlio, che a detta dei medici si è suicidato, ma non ci crede. Conoscendo il direttore della struttura, Samuel Alvar,riesce a far infiltrare Alice che si finge in preda a turbe psichiche e racconta di essere stata fatta internare dal marito, Heliodoro dopo aver tentato di avvelenarlo, accreditata dal dottor Donadìo, medico di famiglia, che firma una dichiarazione falsa.
Una volta infiltrata inizia una gara al doppiogiochismo: García del Olmo dichiara di non aver mai parlato con Alice e non sapere nulla di questa presunta indagine. Disperata, confessa tutto a Montserrat Castell, dottoressa che sembra crederle.
Ed ènel corso di un incontro con tutti i medici dell’ospedale che Alice confessa tutto: ha incontrato García del Olmo a una festa di Capodanno. A presentarglielo è stato il marito Heliodoro. Il compagno ha firmato con l’inganno le carte per farla internare, come dai piani col cliente. A Heliodoro ha detto che sarebbe partita per un viaggio di lavoro.
E fin qua sembrerebbe quadrare tutto alla perfezione, col dettaglio non da poco che tra i medici dell’ospedale che incontrano Alice c’è anche García del Olmo, solo che non è lo stesso uomo con cui ha parlato. Scatta quindi la caccia alla sòla che l’ha cacciata in una situazione inguaiata. E questo è il vero inizio di un incubo: viene quindi sottoposta a elettroshock e compie un viaggio all’interno dei suoi ricordi, rivivendo, uno ad uno, tutti i fatti che l’hanno portata fino alle porte dell’istituto.
In questo viaggio mentale capisce che è il marito che l’ha incastrata: è lui a essersi messo d’accordo con il falso Dr. García del Olmo e ad aver convinto il medico di famiglia Donadìo a sostenere che andasse rinchiusa. Il tutto giusto per impadronirsi dei suoi soldi. Anche l’indagine è falsa, così come la gente intorno a lei.
Alice, in un momento di lucidità, convince la dottoressa Castell a controllare i conti di Alvar: effettivamente, proprio il giorno del ricovero della donna, ha ricevuto una somma importante da Heliodoro. Le due allora convincono i medici dell’ospedale a riconsiderare il caso e a chiedere il licenziamento di Alvar.
Qualcosa però non torna: grazie ai flashback scopriamo che a essere stato ucciso nell’istituto non è il figlio di García del Olmo, ma Remo, uno dei figli di Alice, i gemelli Romulo e Remo (vabbeh ok), rinchiusi nella struttura dalla nascita. Se a morire è stato uno dei suoi figli, su cosa stava indagando esattamente Alice, non si capisce. Salvo che è stata proprio lei a provocare questo omicidio mentre era ricoverata. Quindi la domanda sorge spontanea: se era già nella struttura, tutta questa storia dell’indagine da dove salta fuori?
Scopriamo così l’identità dell’uomo che, secondo Alice, si è finto del Olmo: ossia il medico di famiglia. Non avendolo visto prima, ci crediamo, e campiamo che l’uomo che ha portato nel manicomio Alice è sempre stato il suo dottore. Qui si rischia lo smarrimento tra ciò che è evidente e la confusione mentale della protagonista. Ed è la parte migliore, ossia il transfert che si crea tra i casini di testa di Alice e quelli a cui induce noi. In più occasioni vediamo ritagli di giornale che parlano della morte del figlio di García del Olmo: il ragazzo è veramente deceduto, anche se Alice ha sovrapposto la sua morte a quella del figlio Remo. I figli di Alice, Romulo e Remo, sono nati nell’istituto: la donna deve aver partorito lì ed era già stata nella struttura.
Da questo dubbio partono varie ipotesi che obbligano a stare lì fino alla fine. Merita. Il titolo è stato violentato: sarebbe stato le linee storte di Dio, ma per il Paese del Vaticano forse è too much.

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