Reazioni avverse e responsabilità

“È doveroso e democratico ascoltare chi ha subito reazioni avverse al vaccino. I cosiddetti “invisibili”. Pensiamo ai medici, la categoria più esposta al covid-19. C’è il medico del sistema sanitario che deve attenersi a normative, a circolari e protocolli. Il pensiero diverso se lo permette il medico privato che può ispirarsi a una cultura alternativa. In democrazia è fondamentale la libertà d’espressione delle minoranze”. Lo psicoterapeuta vicentino Lino Cavedon, 71 anni, una lunga esperienza nel Servizio sanitario nazionale, ha elaborato una riflessione sul contrasto alla pandemia che va al di là della dicotomia “si vax – no vax”.
“I farmaci sono prodotti in base al metodo sperimentale. Nella fase più acuta della pandemia siamo stati forzati a fare determinate cose citando sempre il pensiero della scienza. Quest’ultima procede attraverso il concetto di falsificazione. Essa ha bisogno di protocolli e trial clinici, cioè protocolli di sperimentazione sugli individui per testare l’efficacia ed i possibili effetti collaterali e avversi di un farmaco. Per questo c’è bisogno di solito di 4-5 anni”.
Lo impone anche la bioetica?
Assolutamente sì, perché se non seguiamo il trial clinico la medicina che agisce su una patologia può fare danni ad altri livelli.
Se intendo il suo ragionamento. Un conto è dire, cari cittadini abbiamo agito in fretta con i vaccini per affrontare un nemico che mieteva tante vittime, e un altro far passare il messaggio che il vaccino era sicuro senza controindicazioni.
È uno dei problemi. Il vaccino è stato sperimentato in undici mesi. All’inizio ci ricordiamo i cortei di camion militari carichi di bare e le persone ricoverate d’urgenza. In quel momento c’era una forte emotività e ci stava che si intervenisse con quello che la ricerca metteva a disposizione.
Perché si combatteva in prima linea contro un nemico pericoloso.
Esattamente, di cui non sapevamo nulla e quindi il primo vaccino ci stava e la scienza non aveva ancora raccolto più di tante informazioni.
Lei sul punto sostiene che il nostro corpo è sapiente.
L’ho riscontrato in quarant’anni di professione. Ci sono persone che si affidano comunque ai farmaci anziché credere nella capacità del corpo di intervenire in determinate situazioni di disequilibrio. Noi non abbiamo bisogno di ricorrere sempre ai farmaci. Si prendono quando non ci sono alternative. Credo che non abbiano mai fornito alle persone elementi di scientificità, l’unica era se fai il vaccino eviti il peggio. Tanto che c’è chi anche con la quarta dose ha avuto ripercussioni avverse importanti.
Lei ritiene che il ministero abbia agito con forzature sulla libertà delle persone di scegliere come curarsi?
Ritengo di sì. Sono entrate in gioco anche legittime paure di ciascuno di noi. Numerose persone hanno sollevato dubbi per carenza di informazioni e protocolli. La scienza autorevole ha bisogno di tempi e di protocolli. Le conseguenze avverse della ricerca sperimentale si sono manifestate a mano a mano che si procedeva con le vaccinazioni. Di cui è giusto e doveroso parlare. Tenuto conto che ci sono stati provvedimenti pesanti per talune categorie. I vaccini per molti hanno tuttora un alone di dubbio che ha giustificato perplessità a causa di chi ha patito reazioni avverse ed è stato intubato.
Dunque, il rispetto del pensiero delle singole persone e anche delle paure.
Non c’è dubbio. Le persone andavano accompagnate gradualmente senza provocare fazioni opposte nel mondo del lavoro. Ma anche nelle famiglie con coppie che hanno rischiato di spaccarsi, amici che si sono allontanati perché c’erano fazioni diverse. Pensiamo ai genitori separati che sono dovuti ricorrere al giudice per decidere se vaccinare o meno un figlio. La gestione è stata viscerale, dettata dall’idea che forzare la gente verso la vaccinazione fosse in assoluto la scelta migliore.
È stata fatta un’analisi di tipo economicistico costi-benefici?
Certo Avrei capito se dopo le prime dosi quando il virus si era modificato ci fosse stato più rispetto per il pensiero alternativo. Invece, c’era un unico pensiero. Che difettava di etica per carenza di un trial clinico adeguato del vaccino. La cosa sgradevole è che chi ha avuto effetti avversi con sintomi probabilmente non codificati non ha una copertura sanitaria. In molti c’è smarrimento, risentimento e rabbia perché pur essendosi vaccinato ha avuto effetti avversi. Altro tema è il problema delle responsabilità sulle azioni negative. Questa materia non è ancora stata affrontata. Bisogna curare con un criterio flessibile e intelligente. Quando c’è l’urgenza si ricorre al farmaco, ma quando l’organismo è in grado di lavorare per proteggersi credo sia molto più saggio operare in questo modo. Avverto troppa emotività”.
“È doveroso e democratico ascoltare chi ha subito reazioni avverse al vaccino. I cosiddetti “invisibili”. Pensiamo ai medici, la categoria più esposta al covid-19. C’è il medico del sistema sanitario che deve attenersi a normative, a circolari e protocolli. Il pensiero diverso se lo permette il medico privato che può ispirarsi a una cultura alternativa. In democrazia è fondamentale la libertà d’espressione delle minoranze”. Lo psicoterapeuta vicentino Lino Cavedon, 71 anni, una lunga esperienza nel Servizio sanitario nazionale, ha elaborato una riflessione sul contrasto alla pandemia che va al di là della dicotomia “si vax – no vax”.
“I farmaci sono prodotti in base al metodo sperimentale. Nella fase più acuta della pandemia siamo stati forzati a fare determinate cose citando sempre il pensiero della scienza. Quest’ultima procede attraverso il concetto di falsificazione. Essa ha bisogno di protocolli e trial clinici, cioè protocolli di sperimentazione sugli individui per testare l’efficacia ed i possibili effetti collaterali e avversi di un farmaco. Per questo c’è bisogno di solito di 4-5 anni”.
Lo impone anche la bioetica?
Assolutamente sì, perché se non seguiamo il trial clinico la medicina che agisce su una patologia può fare danni ad altri livelli.
Se intendo il suo ragionamento. Un conto è dire, cari cittadini abbiamo agito in fretta con i vaccini per affrontare un nemico che mieteva tante vittime, e un altro far passare il messaggio che il vaccino era sicuro senza controindicazioni.
È uno dei problemi. Il vaccino è stato sperimentato in undici mesi. All’inizio ci ricordiamo i cortei di camion militari carichi di bare e le persone ricoverate d’urgenza. In quel momento c’era una forte emotività e ci stava che si intervenisse con quello che la ricerca metteva a disposizione.
Perché si combatteva in prima linea contro un nemico pericoloso.
Esattamente, di cui non sapevamo nulla e quindi il primo vaccino ci stava e la scienza non aveva ancora raccolto più di tante informazioni.
Lei sul punto sostiene che il nostro corpo è sapiente.
L’ho riscontrato in quarant’anni di professione. Ci sono persone che si affidano comunque ai farmaci anziché credere nella capacità del corpo di intervenire in determinate situazioni di disequilibrio. Noi non abbiamo bisogno di ricorrere sempre ai farmaci. Si prendono quando non ci sono alternative. Credo che non abbiano mai fornito alle persone elementi di scientificità, l’unica era se fai il vaccino eviti il peggio. Tanto che c’è chi anche con la quarta dose ha avuto ripercussioni avverse importanti.
Lei ritiene che il ministero abbia agito con forzature sulla libertà delle persone di scegliere come curarsi?
Ritengo di sì. Sono entrate in gioco anche legittime paure di ciascuno di noi. Numerose persone hanno sollevato dubbi per carenza di informazioni e protocolli. La scienza autorevole ha bisogno di tempi e di protocolli. Le conseguenze avverse della ricerca sperimentale si sono manifestate a mano a mano che si procedeva con le vaccinazioni. Di cui è giusto e doveroso parlare. Tenuto conto che ci sono stati provvedimenti pesanti per talune categorie. I vaccini per molti hanno tuttora un alone di dubbio che ha giustificato perplessità a causa di chi ha patito reazioni avverse ed è stato intubato.
Dunque, il rispetto del pensiero delle singole persone e anche delle paure.
Non c’è dubbio. Le persone andavano accompagnate gradualmente senza provocare fazioni opposte nel mondo del lavoro. Ma anche nelle famiglie con coppie che hanno rischiato di spaccarsi, amici che si sono allontanati perché c’erano fazioni diverse. Pensiamo ai genitori separati che sono dovuti ricorrere al giudice per decidere se vaccinare o meno un figlio. La gestione è stata viscerale, dettata dall’idea che forzare la gente verso la vaccinazione fosse in assoluto la scelta migliore.
È stata fatta un’analisi di tipo economicistico costi-benefici?
Certo Avrei capito se dopo le prime dosi quando il virus si era modificato ci fosse stato più rispetto per il pensiero alternativo. Invece, c’era un unico pensiero. Che difettava di etica per carenza di un trial clinico adeguato del vaccino. La cosa sgradevole è che chi ha avuto effetti avversi con sintomi probabilmente non codificati non ha una copertura sanitaria. In molti c’è smarrimento, risentimento e rabbia perché pur essendosi vaccinato ha avuto effetti avversi. Altro tema è il problema delle responsabilità sulle azioni negative. Questa materia non è ancora stata affrontata. Bisogna curare con un criterio flessibile e intelligente. Quando c’è l’urgenza si ricorre al farmaco, ma quando l’organismo è in grado di lavorare per proteggersi credo sia molto più saggio operare in questo modo. Avverto troppa emotività”.
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