Recessione e secessione: gli Usa sull’orlo di una crisi di nervi

I dem continuano con la demonizzazione di Trump, mentre la situazione economica peggiora e la tensione aumenta

La polarizzazione politica negli Stati Uniti è un fenomeno irreversibile. E ai democratici, al di là delle dichiarazioni di facciata, va bene così. Perché se è vero che quella dell’assalto al Campidoglio è una ferita profonda, sono i proprio i dem a impedire che si rimargini. L’opera di demonizzazione di Donald Trump prosegue senza sosta, ora con la commissione d’inchiesta della Camera che accusa l’ex presidente di aver orchestrato l’assalto 6 gennaio 2021 e di essere “un pericolo per la democrazia”. Tutto pur di vincere le elezioni di Midterm del prossimo novembre ed esorcizzare i sondaggi che vedono Joe Biden in forte difficoltà, con un gradimento sceso al 39% e il 58% dell’elettorato che boccia l’operato dell’amministrazione democratica.

Ad aggravare il quadro un’inflazione che registra l’aumento in un anno dell’8,3%, il più consistente degli ultimi 40 anni. Così come in Europa, a trainare l’aumento dei prezzi è il costo dell’energia e in particolare quello dei carburanti, con il diesel ormai alle stelle. Per l’economia statunitense c’è anche il rischio recessione, come ha ammesso il segretario del Tesoro Janet Yellen, e oggi una famiglia americana ha bisogno del 38,6% del proprio reddito per permettersi di pagare un mutuo su una casa di prezzo medio. Si tratta della percentuale più alta dall’agosto 2007, in piena crisi dei mutui subprime. Se il trend dovesse proseguire anche in autunno, Trump potrebbe recuperare terreno raccogliendo il malcontento della classe media; da qui la strategia dem di spingere l’acceleratore sulla mostrificazione dell’avversario politico.

Una spaccatura nella società statunitense resa evidente anche dalla voglia di secessione di alcune contee dell’Oregon. Per gli Usa non è certo una novità, dal Texas alla California negli anni in tanti hanno sognato di separarsi o di andare a far parte di un altro Stato. Questa volta però c’entra sempre Trump, visto che le sette contee ribelli del “troppo liberale” Oregon sono quelle che nel 2016 e nel 2020 hanno votato per il tycoon. Ora sognano di andarsene e di poter andare a costituire il “Grande Idaho”. Progetto ambizioso ma di difficile realizzazione, visto che le autorità che dovrebbero concedere l’autorizzazione, Congresso incluso, sono tutte in mano ai democratici. C’è poi il dibattito sull’uso delle armi seguito alla strage di Uvalde, che sarà probabilmente rinfocolato dopo la sparatoria di ieri in un’azienda di Baltimora che ha causato tre vittime. Insomma gli Stati Uniti vivono uno stato di calma apparente, ma l’impressione è che il conflitto sociale possa esplodere da un momento all’altro.

I dem continuano con la demonizzazione di Trump, mentre la situazione economica peggiora e la tensione aumenta

La polarizzazione politica negli Stati Uniti è un fenomeno irreversibile. E ai democratici, al di là delle dichiarazioni di facciata, va bene così. Perché se è vero che quella dell’assalto al Campidoglio è una ferita profonda, sono i proprio i dem a impedire che si rimargini. L’opera di demonizzazione di Donald Trump prosegue senza sosta, ora con la commissione d’inchiesta della Camera che accusa l’ex presidente di aver orchestrato l’assalto 6 gennaio 2021 e di essere “un pericolo per la democrazia”. Tutto pur di vincere le elezioni di Midterm del prossimo novembre ed esorcizzare i sondaggi che vedono Joe Biden in forte difficoltà, con un gradimento sceso al 39% e il 58% dell’elettorato che boccia l’operato dell’amministrazione democratica.

Ad aggravare il quadro un’inflazione che registra l’aumento in un anno dell’8,3%, il più consistente degli ultimi 40 anni. Così come in Europa, a trainare l’aumento dei prezzi è il costo dell’energia e in particolare quello dei carburanti, con il diesel ormai alle stelle. Per l’economia statunitense c’è anche il rischio recessione, come ha ammesso il segretario del Tesoro Janet Yellen, e oggi una famiglia americana ha bisogno del 38,6% del proprio reddito per permettersi di pagare un mutuo su una casa di prezzo medio. Si tratta della percentuale più alta dall’agosto 2007, in piena crisi dei mutui subprime. Se il trend dovesse proseguire anche in autunno, Trump potrebbe recuperare terreno raccogliendo il malcontento della classe media; da qui la strategia dem di spingere l’acceleratore sulla mostrificazione dell’avversario politico.

Una spaccatura nella società statunitense resa evidente anche dalla voglia di secessione di alcune contee dell’Oregon. Per gli Usa non è certo una novità, dal Texas alla California negli anni in tanti hanno sognato di separarsi o di andare a far parte di un altro Stato. Questa volta però c’entra sempre Trump, visto che le sette contee ribelli del “troppo liberale” Oregon sono quelle che nel 2016 e nel 2020 hanno votato per il tycoon. Ora sognano di andarsene e di poter andare a costituire il “Grande Idaho”. Progetto ambizioso ma di difficile realizzazione, visto che le autorità che dovrebbero concedere l’autorizzazione, Congresso incluso, sono tutte in mano ai democratici. C’è poi il dibattito sull’uso delle armi seguito alla strage di Uvalde, che sarà probabilmente rinfocolato dopo la sparatoria di ieri in un’azienda di Baltimora che ha causato tre vittime. Insomma gli Stati Uniti vivono uno stato di calma apparente, ma l’impressione è che il conflitto sociale possa esplodere da un momento all’altro.

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