Recessione? Il rischio depressione dipende dalla politica

Ve l’avevamo preannunciato qualche giorno fa, ma ieri è arrivata la conferma: in Italia e in tutta Europa l’inflazione viaggia oltre l’8%, addirittura all’8,6. Come negli USA, ma senza che nel Vecchio Continente l’aumento di spesa pubblica per fronteggiare la pandemia sia stato comparabile con quello di Washington.

Il dato più allarmante sta nel fatto che l’iper-inflazione non è causata da una fase espansiva dell’economia. Al contrario. L’aumento di PIL registrato nel 2021 rispetto all’anno precedente, si è rivelato un rimbalzo del gatto morto, come avevano urlato ai quattro venti tante Cassandre inascoltate, mentre l’Italia e tutti gli altri partner dell’UE stanno per essere sopraffatti da una nuova recessione.

È colpa della guerra, si dirà. Ma questo è un alibi dal respiro corto. Basta vedere le serie storiche.

L’inflazione ha cominciato a galoppare ben prima dello scoppio del conflitto in Ucraina, con i rincari paurosi delle materie prime registrati verso la fine dell’estate scorsa e proseguiti per tutto l’autunno. L’attuale situazione potrà solo peggiorare le cose e le sta già peggiorando, perché l’effetto delle sanzioni applicate contro Mosca, in particolare (ma non solo) quelle che colpiscono i prodotti energetici, è proprio quello di far aumentare i prezzi per gli acquirenti di materie prime.

A tutto questo si aggiunge la speculazione, che non è solo quella dei “furbetti” che vendono al dettaglio, come ci vorrebbero far credere alcuni, e che, in fondo, hanno ritoccato i prezzi solamente perché prima dei consumatori hanno visto ciò che stava per accadere e dovevano programmare le forniture e fare i conti con le giacenze. La speculazione più pericolosa è quella dei “furboni” che dominano i mercati finanziari e quelli delle commodities e che hanno cominciato a scatenarsi già in piena pandemia, quando sono cominciate le difficoltà nella catena degli approvvigionamenti.

A completare il disastro, però, ci penserà la politica, anche perché il mercato non è una mano invisibile che si muove secondo leggi proprie, ma un’astrazione, come ci insegna Karl Polanyi: in realtà, molto dipende dalle arbitrarie scelte degli uomini e delle donne (di potere). Il problema non riguarda solo ciò che farà la BCE, che quasi sicuramente alzerà i tassi d’interesse, aggravando le prospettive di recessione, pur di contenere l’inflazione. Il nodo centrale restano i costi legati alla transizione energetica a tappe forzate, una scelta di politica industriale pro-ciclica che aggraverà ulteriormente le cose.

Attenzione, c’è poco da scherzare. La recessione può diventare una depressione e questo a causa del fanatismo green di chi sta prendendo le decisioni a Bruxelles e in molte capitali europee.

E’ arrivato il momento che lavoratori e imprenditori, sindacati e associazioni datoriali, facciano sentire la propria voce. In Italia ci sta provando la Presidente del Senato Elisabetta Casellati, che in un intervento pubblicato su Formiche qualche giorno fa, ha messo in guardia, con riferimento al passaggio secco all’auto elettrica, circa gli effetti distruttivi che potrebbe comportare sul nostro tessuto economico e ha chiesto di trovare modi e tempi adeguati e socialmente sostenibili per questa trasformazione.

Più in generale i fronti su cui intervenire sono due: primo, l’aumento dei salari. Ma questo non basterà se il paese non ricomincerà a produrre, rilocalizzando le proprie manifatture, sostenendo le imprese.

Tutti prevedono un autunno caldo, anzi rovente, di mobilitazioni di piazza, ma si fa fatica ad immaginarlo con una società così polverizzata come quella emersa dall’ubriacatura digitale pandemica e post-pandemica.

Serve un colpo di reni, un’alleanza dei produttori che imponga un’inversione di rotta a burocrazia, finanza e fanatismo green per salvare il ceto medio. Un blocco sociale che ridia forza propositiva alla politica.

Alessandro Sansoni

Ve l’avevamo preannunciato qualche giorno fa, ma ieri è arrivata la conferma: in Italia e in tutta Europa l’inflazione viaggia oltre l’8%, addirittura all’8,6. Come negli USA, ma senza che nel Vecchio Continente l’aumento di spesa pubblica per fronteggiare la pandemia sia stato comparabile con quello di Washington.

Il dato più allarmante sta nel fatto che l’iper-inflazione non è causata da una fase espansiva dell’economia. Al contrario. L’aumento di PIL registrato nel 2021 rispetto all’anno precedente, si è rivelato un rimbalzo del gatto morto, come avevano urlato ai quattro venti tante Cassandre inascoltate, mentre l’Italia e tutti gli altri partner dell’UE stanno per essere sopraffatti da una nuova recessione.

È colpa della guerra, si dirà. Ma questo è un alibi dal respiro corto. Basta vedere le serie storiche.

L’inflazione ha cominciato a galoppare ben prima dello scoppio del conflitto in Ucraina, con i rincari paurosi delle materie prime registrati verso la fine dell’estate scorsa e proseguiti per tutto l’autunno. L’attuale situazione potrà solo peggiorare le cose e le sta già peggiorando, perché l’effetto delle sanzioni applicate contro Mosca, in particolare (ma non solo) quelle che colpiscono i prodotti energetici, è proprio quello di far aumentare i prezzi per gli acquirenti di materie prime.

A tutto questo si aggiunge la speculazione, che non è solo quella dei “furbetti” che vendono al dettaglio, come ci vorrebbero far credere alcuni, e che, in fondo, hanno ritoccato i prezzi solamente perché prima dei consumatori hanno visto ciò che stava per accadere e dovevano programmare le forniture e fare i conti con le giacenze. La speculazione più pericolosa è quella dei “furboni” che dominano i mercati finanziari e quelli delle commodities e che hanno cominciato a scatenarsi già in piena pandemia, quando sono cominciate le difficoltà nella catena degli approvvigionamenti.

A completare il disastro, però, ci penserà la politica, anche perché il mercato non è una mano invisibile che si muove secondo leggi proprie, ma un’astrazione, come ci insegna Karl Polanyi: in realtà, molto dipende dalle arbitrarie scelte degli uomini e delle donne (di potere). Il problema non riguarda solo ciò che farà la BCE, che quasi sicuramente alzerà i tassi d’interesse, aggravando le prospettive di recessione, pur di contenere l’inflazione. Il nodo centrale restano i costi legati alla transizione energetica a tappe forzate, una scelta di politica industriale pro-ciclica che aggraverà ulteriormente le cose.

Attenzione, c’è poco da scherzare. La recessione può diventare una depressione e questo a causa del fanatismo green di chi sta prendendo le decisioni a Bruxelles e in molte capitali europee.

E’ arrivato il momento che lavoratori e imprenditori, sindacati e associazioni datoriali, facciano sentire la propria voce. In Italia ci sta provando la Presidente del Senato Elisabetta Casellati, che in un intervento pubblicato su Formiche qualche giorno fa, ha messo in guardia, con riferimento al passaggio secco all’auto elettrica, circa gli effetti distruttivi che potrebbe comportare sul nostro tessuto economico e ha chiesto di trovare modi e tempi adeguati e socialmente sostenibili per questa trasformazione.

Più in generale i fronti su cui intervenire sono due: primo, l’aumento dei salari. Ma questo non basterà se il paese non ricomincerà a produrre, rilocalizzando le proprie manifatture, sostenendo le imprese.

Tutti prevedono un autunno caldo, anzi rovente, di mobilitazioni di piazza, ma si fa fatica ad immaginarlo con una società così polverizzata come quella emersa dall’ubriacatura digitale pandemica e post-pandemica.

Serve un colpo di reni, un’alleanza dei produttori che imponga un’inversione di rotta a burocrazia, finanza e fanatismo green per salvare il ceto medio. Un blocco sociale che ridia forza propositiva alla politica.

Alessandro Sansoni

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