Recessione, inflazione energia e volatilità: l’anno nero che verrà

Scordatevi anche solo gli accordi della celeberrima canzone di Lucio Dalla: l’anno che sta arrivando sarà tremendo. Gli analisti di IbanFirst sono sicuri: il 2023 sarà caratterizzato dai quattro “cavalieri” che non saranno quelli dell’Apocalisse ma di sicuro faranno sentire i loro effetti, non proprio benefici, sul sistema economico mondiale. Il 2023, infatti, sarà caratterizzato dall’incombere della recessione, dalla crisi energetica, dall’inflazione costante (fino al 2024) e quindi dalla volatilità dei cambi e dei mercati.
In prima linea, a subire le conseguenze, ci sarebbero gli Stati Uniti che si ritroverebbero di fronte a un paradosso. Proprio mentre stanno “reimpatriando” le produzioni disseminate intorno al mondo, gli imprenditori potrebbero trovare più economico produrre altro che negli Usa. Tutta colpa del superdollaro. Che, ad esempio in Giappone (dove lo yen ha registrato un calo del 14% rispetto alla moneta americana), renderebbe più competitivo produrre nel Paese asiatico piuttosto che in patria per poi spedire lì la merce.
Il trend, secondo IbanFirst, potrebbe essere quello di spostare gli stabilimenti in prossimità dei clienti e dei mercati di riferimento. Il dollaro forte, però, non fa bene a nessuno. Nemmeno all’estero. Ciò perché, se la moneta americana è troppo forte, dato il suo ruolo “internazionale”, finisce per vedere ripercuotere i suoi effetti sui bilanci di tutto il mondo. Il Fondo monetario internazionale, infatti, ha calcolato che la metà dei prestiti transfrontalieri e dei titoli di debito internazionali sono denominati in dollari. Tra i primi a pagarne le conseguenze ci sarebbero i mercati emergenti. L’aumento dei tassi di interesse globali, le condizioni finanziarie si sono notevolmente inasprite per molti paesi. Un dollaro più forte non fa che accentuare queste pressioni, soprattutto per alcuni mercati emergenti che sono già ad alto rischio di sofferenza debitoria.
La corsa dell’inflazione ha costretto le banche centrali di tutto il mondo ad avvitare la spirale dei tassi verso l’alto. Persino la Banca centrale giapponese, un simbolo delle politiche ultramorbide sui tassi, si sta convincendo a alzarli. Ciò vuol dire, secondo IbanFirst, che la liquidità mondiale si contrarrà.
Con effetti principalmente sul dollaro, la moneta di scambio internazionale per eccellenza. Per ora, con Fed, Bce e Bank of England in prima linea nell’irrigidimento dei tassi, la liquidità del dollaro è tornata ai livelli del 2015. Ma, invece che un traguardo, ciò potrebbe rappresentare un punto di partenza, almeno per i primi due trimestri del prossimo anno.
Un capitolo a parte, invece, merita l’euro. Che, dopo aver toccato il punto più basso nel confronto col dollaro a settembre scorso (quando il cambio era quotato a 0,95) adesso è rimbalzato tra i valori di 1,06 e 1,07.
Per IbanFirst c’è poco da sorprendersi: “In questo caso specifico, il rimbalzo è stato alimentato anche dalla politica monetaria (la Banca Centrale Europea è stata più aggressiva) e dai fondamentali migliori del previsto (la crisi energetica in Europa non è così grave come si temeva). Nel breve e medio termine, è probabile che il sentimento positivo continui a dominare. Ma la coppia euro dollaro deve accumulare molta energia per superare la zona di 1,0775, che funge da resistenza settimanale. Questo potrebbe essere complicato in assenza di veri e propri movimenti di mercato nelle prossime due settimane”.
Insomma, la situazione è volatile o, per dirla più semplice, imprevedibile.
Scordatevi anche solo gli accordi della celeberrima canzone di Lucio Dalla: l’anno che sta arrivando sarà tremendo. Gli analisti di IbanFirst sono sicuri: il 2023 sarà caratterizzato dai quattro “cavalieri” che non saranno quelli dell’Apocalisse ma di sicuro faranno sentire i loro effetti, non proprio benefici, sul sistema economico mondiale. Il 2023, infatti, sarà caratterizzato dall’incombere della recessione, dalla crisi energetica, dall’inflazione costante (fino al 2024) e quindi dalla volatilità dei cambi e dei mercati.
In prima linea, a subire le conseguenze, ci sarebbero gli Stati Uniti che si ritroverebbero di fronte a un paradosso. Proprio mentre stanno “reimpatriando” le produzioni disseminate intorno al mondo, gli imprenditori potrebbero trovare più economico produrre altro che negli Usa. Tutta colpa del superdollaro. Che, ad esempio in Giappone (dove lo yen ha registrato un calo del 14% rispetto alla moneta americana), renderebbe più competitivo produrre nel Paese asiatico piuttosto che in patria per poi spedire lì la merce.
Il trend, secondo IbanFirst, potrebbe essere quello di spostare gli stabilimenti in prossimità dei clienti e dei mercati di riferimento. Il dollaro forte, però, non fa bene a nessuno. Nemmeno all’estero. Ciò perché, se la moneta americana è troppo forte, dato il suo ruolo “internazionale”, finisce per vedere ripercuotere i suoi effetti sui bilanci di tutto il mondo. Il Fondo monetario internazionale, infatti, ha calcolato che la metà dei prestiti transfrontalieri e dei titoli di debito internazionali sono denominati in dollari. Tra i primi a pagarne le conseguenze ci sarebbero i mercati emergenti. L’aumento dei tassi di interesse globali, le condizioni finanziarie si sono notevolmente inasprite per molti paesi. Un dollaro più forte non fa che accentuare queste pressioni, soprattutto per alcuni mercati emergenti che sono già ad alto rischio di sofferenza debitoria.
La corsa dell’inflazione ha costretto le banche centrali di tutto il mondo ad avvitare la spirale dei tassi verso l’alto. Persino la Banca centrale giapponese, un simbolo delle politiche ultramorbide sui tassi, si sta convincendo a alzarli. Ciò vuol dire, secondo IbanFirst, che la liquidità mondiale si contrarrà.
Con effetti principalmente sul dollaro, la moneta di scambio internazionale per eccellenza. Per ora, con Fed, Bce e Bank of England in prima linea nell’irrigidimento dei tassi, la liquidità del dollaro è tornata ai livelli del 2015. Ma, invece che un traguardo, ciò potrebbe rappresentare un punto di partenza, almeno per i primi due trimestri del prossimo anno.
Un capitolo a parte, invece, merita l’euro. Che, dopo aver toccato il punto più basso nel confronto col dollaro a settembre scorso (quando il cambio era quotato a 0,95) adesso è rimbalzato tra i valori di 1,06 e 1,07.
Per IbanFirst c’è poco da sorprendersi: “In questo caso specifico, il rimbalzo è stato alimentato anche dalla politica monetaria (la Banca Centrale Europea è stata più aggressiva) e dai fondamentali migliori del previsto (la crisi energetica in Europa non è così grave come si temeva). Nel breve e medio termine, è probabile che il sentimento positivo continui a dominare. Ma la coppia euro dollaro deve accumulare molta energia per superare la zona di 1,0775, che funge da resistenza settimanale. Questo potrebbe essere complicato in assenza di veri e propri movimenti di mercato nelle prossime due settimane”.
Insomma, la situazione è volatile o, per dirla più semplice, imprevedibile.
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