Referendum flop sulla giustizia

L’affluenza definitiva (7.903 Comuni) per il voto di domenica sui 5 quesiti (Separazione funzioni dei magistrati, incandidabilità dopo condanna, limitazione misure cautelari, membri laici consigli giudiziari, elezioni componenti togati Csm,) è stata poco superiore al 20,9%.

“Un clamoroso insuccesso di chi li ha promossi. La ragione principale è che si trattava di questioni molto tecniche, peraltro su punti specifici dell’ordinamento; quasi impossibile, per chi non è un esperto della materia, poter comprendere fino in fondo i quesiti”, ha dichiarato all’AdnKronos Giuseppe Marra, consigliere del Csm di Autonomia&Indipendenza, la corrente della magistratura capeggiata da Piercamillo Davigo. La componente centrista dell’associazionismo giudiziario, rappresentata da Unicost, per bocca della sua presidente, Rossella Marro, ragiona: “Si è avuta l’impressione che qualcuno abbia inteso utilizzare questo referendum come strumento di propaganda politica, una sorta di chiamata alle urne per sancire la bocciatura della magistratura da parte dei cittadini”. “Su temi complessi e tecnici come quelli che riguardano l’ordinamento giudiziario – è la riflessione di Marro -, è compito del parlamento intervenire con riforme non punitive della magistratura ma nell’interesse dei cittadini”. L’idea che la politica voglia punire la magistratura – dopo lo scandalo Palamara, ma anche per ben altre ragioni, presumibilmente legate ad uno scontro con le toghe che risale alle fine della I Repubblica, è la riflessione che sviluppa anche il Consigliere del Csm Nino Di Matteo: “Evidentemente molti italiani hanno capito che con il referendum non si voleva migliorare la giustizia ma punire la magistratura e renderla meno autonoma e indipendente”. L’insuccesso serve anche a stigmatizzare l’attuale riforma giudiziaria, che giunge al Senato martedì, invisa alle toghe: “Anche la riforma Cartabia, va nella stessa direzione”, conclude Di Matteo. Sulla discussa separazione delle carriere, attacca la corrente di sinistra della magistratura, Area, con il segretario Eugenio Albamonte, che si augura che la misura venga archiviata. Fra i promotori, in difficoltà per il risultato, parla Matteo Salvini, che affida a Twitter le sue considerazioni: “Grazie ai 10 milioni di italiani che hanno scelto di votare”. Calderoli rivendica come la Lega “ci abbia messo la faccia”. Enrico Costa di Azione mette zizzania in casa Lega “Salvini si è fermato” ma “ho apprezzato lo sforzo di Calderoli”. Toti, di Coraggio Italia, ritiene che accorpare il referendum a queste amministrative sia stata una “scelta infelice”. Molti, non solo gli sconfitti, dai Radicali a Loredana De Pretis di Leu, chiedono di modificare referendum e quorum. “Da tanti anni diciamo che va cambiato il quorum del referendum. D’accordo, i quesiti erano complicati, ma in questo modo lo strumento referendario perde ogni tipo di utilità”, conclude ad Adnkronos il sondaggista Renato Mannheimer.

 
 
   

L’affluenza definitiva (7.903 Comuni) per il voto di domenica sui 5 quesiti (Separazione funzioni dei magistrati, incandidabilità dopo condanna, limitazione misure cautelari, membri laici consigli giudiziari, elezioni componenti togati Csm,) è stata poco superiore al 20,9%.

“Un clamoroso insuccesso di chi li ha promossi. La ragione principale è che si trattava di questioni molto tecniche, peraltro su punti specifici dell’ordinamento; quasi impossibile, per chi non è un esperto della materia, poter comprendere fino in fondo i quesiti”, ha dichiarato all’AdnKronos Giuseppe Marra, consigliere del Csm di Autonomia&Indipendenza, la corrente della magistratura capeggiata da Piercamillo Davigo. La componente centrista dell’associazionismo giudiziario, rappresentata da Unicost, per bocca della sua presidente, Rossella Marro, ragiona: “Si è avuta l’impressione che qualcuno abbia inteso utilizzare questo referendum come strumento di propaganda politica, una sorta di chiamata alle urne per sancire la bocciatura della magistratura da parte dei cittadini”. “Su temi complessi e tecnici come quelli che riguardano l’ordinamento giudiziario – è la riflessione di Marro -, è compito del parlamento intervenire con riforme non punitive della magistratura ma nell’interesse dei cittadini”. L’idea che la politica voglia punire la magistratura – dopo lo scandalo Palamara, ma anche per ben altre ragioni, presumibilmente legate ad uno scontro con le toghe che risale alle fine della I Repubblica, è la riflessione che sviluppa anche il Consigliere del Csm Nino Di Matteo: “Evidentemente molti italiani hanno capito che con il referendum non si voleva migliorare la giustizia ma punire la magistratura e renderla meno autonoma e indipendente”. L’insuccesso serve anche a stigmatizzare l’attuale riforma giudiziaria, che giunge al Senato martedì, invisa alle toghe: “Anche la riforma Cartabia, va nella stessa direzione”, conclude Di Matteo. Sulla discussa separazione delle carriere, attacca la corrente di sinistra della magistratura, Area, con il segretario Eugenio Albamonte, che si augura che la misura venga archiviata. Fra i promotori, in difficoltà per il risultato, parla Matteo Salvini, che affida a Twitter le sue considerazioni: “Grazie ai 10 milioni di italiani che hanno scelto di votare”. Calderoli rivendica come la Lega “ci abbia messo la faccia”. Enrico Costa di Azione mette zizzania in casa Lega “Salvini si è fermato” ma “ho apprezzato lo sforzo di Calderoli”. Toti, di Coraggio Italia, ritiene che accorpare il referendum a queste amministrative sia stata una “scelta infelice”. Molti, non solo gli sconfitti, dai Radicali a Loredana De Pretis di Leu, chiedono di modificare referendum e quorum. “Da tanti anni diciamo che va cambiato il quorum del referendum. D’accordo, i quesiti erano complicati, ma in questo modo lo strumento referendario perde ogni tipo di utilità”, conclude ad Adnkronos il sondaggista Renato Mannheimer.

 
 
   
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