Referendum sul Pdexit

Enrico Letta annuncia che traghetterà il Pd verso il congresso ma che non si candiderà. Sta in questa decisione la cifra di come il principale partito di centrosinistra del Paese rischia di restare all’opposizione (un bagno di umiltà che comunque potrebbe essergli salvifico) molto a lungo. Al Pd manca il contatto con la realtà. Ecco perché è stato snobbato dagli elettori. Stiamo parlando della realtà del Paese, che non è diviso in buoni e cattivi, in neri e rossi, in pro Putin o contro Putin, come nei manifesti elettorali dem. Ma anche della realtà della politica, che dimostra che dove il centrosinistra si è riunito, come a Trento (pur senza il M5S), ha vinto. Invece Letta ha optato per il campo ristretto, imbarcando SI e Verdi da una parte e Di Maio dall’altra: inconciliabili. Motivo per cui Carlo Calenda ha potuto sfruttare il casus belli per rompere ed andare con Matteo Renzi. Il campo largo, invece, con anche il Terzo polo e il M5S avrebbe disegnato tutto un altro Parlamento e forse insidiato la vittoria della Meloni.

Ma il segretario dem ha preferito blindare i suoi e stare attento a non scontentare nessuno, con le candidature. Tagliando così fuori la base, i dirigenti locali, i sindaci. In una logica da manuale Cencelli dei poveri ha tenuto in equilibrio quelle stesse correnti che ora se lo mangeranno e che da sempre sono la debolezza del Pd. Sì, perché quella dei dem è una Dc al contrario: laddove la forza della Balena bianca erano le correnti, al Nazareno si consumano lotte fratricide all’ultimo sangue che allontanano gli elettori. Il Pd si limita a lanciare allarmi democratici contro il pericolo di turno – Berlusconi, Salvini, ora Meloni – e nel frattempo la politica la fanno gli altri. Il minimo storico toccato dai dem in mano a Letta è il risultato di un doppio errore: di valutazione circa le alleanze e di impostazione di una campagna elettorale su questioni lontanissime dai reali problemi degli elettori.

Ecco perché l’annuncio di Letta non è un buon segnale. Perché si ha l’impressione che questo nuovo Pd di cui tutti parlano, questo nuovo leader che tutti invocano passeranno per il congresso e non per il popolo dem. Sarebbe stato sufficiente annunciare le primarie e gli stati generali, per dare un piccolo, concreto segnale di aver intercettato la crisi, individuato le ragioni e proposto qualcosa di concreto.

Anche la sinistra intanto va altrove, si ritrova nel M5S, nei partiti anti-sistema, ma non nel Pd. Partito né di centrosinistra né di centro, ma di sola ricerca e conservazione del potere. Al di là dei consensi reali. Niente di più venefico per chi a sinistra invoca giustamente un cambiamento radicale. Il partito della Ztl nelle città – l’immagine plastica di Milano centro roccaforte radical chic la dice lunga – è il partito dei palazzi di potere. Ma stavolta non avrà neanche uno strapuntino.
È vero, non è soltanto colpa di Letta: l’intera macchina dirigenziale dem è andata incontro alla sconfitta quando ha capito che si poteva al massimo salvare il salvabile. Fino ad arrivare al paradosso di Emiliano – in Puglia zero collegi uninominali, altro che Stalingrado – che invocava di votare per il M5S pur di fermare la Meloni. Ma il segretario ci ha messo il carico. Non ha l’appeal populista di Bonaccini, non ha la freschezza trendy della Schlein, non è di certo un abile federatore. Anzi, l’opposto. Il caos generato dalle correnti ha sacrificato esponenti locali con i voti veri sul territorio, che al sud si sono ritrovati con il M5S primo partito. A livello di dirigenza nessuno si è imposto per convincere Letta a trovare l’accordo con Conte, che forte della contrapposizione con il Pd ha risollevato il M5S, intercettando voti di sinistra.

Ora gambe in spalla e pedalare, come si suol dire: è l’ora del referendum popolare sul Pd. Non importa se in bici, in bus elettrico – magari carico, stavolta – o in monopattino, ma il Pd deve andare all’appuntamento con il suo destino preparato e cosciente. Enrico mai sereno ormai è storia. Una brutta storia.

Enrico Letta annuncia che traghetterà il Pd verso il congresso ma che non si candiderà. Sta in questa decisione la cifra di come il principale partito di centrosinistra del Paese rischia di restare all’opposizione (un bagno di umiltà che comunque potrebbe essergli salvifico) molto a lungo. Al Pd manca il contatto con la realtà. Ecco perché è stato snobbato dagli elettori. Stiamo parlando della realtà del Paese, che non è diviso in buoni e cattivi, in neri e rossi, in pro Putin o contro Putin, come nei manifesti elettorali dem. Ma anche della realtà della politica, che dimostra che dove il centrosinistra si è riunito, come a Trento (pur senza il M5S), ha vinto. Invece Letta ha optato per il campo ristretto, imbarcando SI e Verdi da una parte e Di Maio dall’altra: inconciliabili. Motivo per cui Carlo Calenda ha potuto sfruttare il casus belli per rompere ed andare con Matteo Renzi. Il campo largo, invece, con anche il Terzo polo e il M5S avrebbe disegnato tutto un altro Parlamento e forse insidiato la vittoria della Meloni.

Ma il segretario dem ha preferito blindare i suoi e stare attento a non scontentare nessuno, con le candidature. Tagliando così fuori la base, i dirigenti locali, i sindaci. In una logica da manuale Cencelli dei poveri ha tenuto in equilibrio quelle stesse correnti che ora se lo mangeranno e che da sempre sono la debolezza del Pd. Sì, perché quella dei dem è una Dc al contrario: laddove la forza della Balena bianca erano le correnti, al Nazareno si consumano lotte fratricide all’ultimo sangue che allontanano gli elettori. Il Pd si limita a lanciare allarmi democratici contro il pericolo di turno – Berlusconi, Salvini, ora Meloni – e nel frattempo la politica la fanno gli altri. Il minimo storico toccato dai dem in mano a Letta è il risultato di un doppio errore: di valutazione circa le alleanze e di impostazione di una campagna elettorale su questioni lontanissime dai reali problemi degli elettori.

Ecco perché l’annuncio di Letta non è un buon segnale. Perché si ha l’impressione che questo nuovo Pd di cui tutti parlano, questo nuovo leader che tutti invocano passeranno per il congresso e non per il popolo dem. Sarebbe stato sufficiente annunciare le primarie e gli stati generali, per dare un piccolo, concreto segnale di aver intercettato la crisi, individuato le ragioni e proposto qualcosa di concreto.

Anche la sinistra intanto va altrove, si ritrova nel M5S, nei partiti anti-sistema, ma non nel Pd. Partito né di centrosinistra né di centro, ma di sola ricerca e conservazione del potere. Al di là dei consensi reali. Niente di più venefico per chi a sinistra invoca giustamente un cambiamento radicale. Il partito della Ztl nelle città – l’immagine plastica di Milano centro roccaforte radical chic la dice lunga – è il partito dei palazzi di potere. Ma stavolta non avrà neanche uno strapuntino.
È vero, non è soltanto colpa di Letta: l’intera macchina dirigenziale dem è andata incontro alla sconfitta quando ha capito che si poteva al massimo salvare il salvabile. Fino ad arrivare al paradosso di Emiliano – in Puglia zero collegi uninominali, altro che Stalingrado – che invocava di votare per il M5S pur di fermare la Meloni. Ma il segretario ci ha messo il carico. Non ha l’appeal populista di Bonaccini, non ha la freschezza trendy della Schlein, non è di certo un abile federatore. Anzi, l’opposto. Il caos generato dalle correnti ha sacrificato esponenti locali con i voti veri sul territorio, che al sud si sono ritrovati con il M5S primo partito. A livello di dirigenza nessuno si è imposto per convincere Letta a trovare l’accordo con Conte, che forte della contrapposizione con il Pd ha risollevato il M5S, intercettando voti di sinistra.

Ora gambe in spalla e pedalare, come si suol dire: è l’ora del referendum popolare sul Pd. Non importa se in bici, in bus elettrico – magari carico, stavolta – o in monopattino, ma il Pd deve andare all’appuntamento con il suo destino preparato e cosciente. Enrico mai sereno ormai è storia. Una brutta storia.

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