Ricatto Europa

La Banca Centrale Europea è ben consapevole del fatto che l’economia dell’Eurozona è “rallentata in maniera significativa nel terzo trimestre 2022”, si attende addirittura “un ulteriore indebolimento per la parte restante dell’anno e l’inizio del 2023”. Eppure non molla la presa sui tassi e, anzi, annuncia un nuovo giro di vite “per assicurare il ritorno tempestivo dell’inflazione all’obiettivo del 2 per cento a medio termine”. Ma dato che, evidentemente, le strette sul costo del denaro non sortiscono gli effetti desiderati in tempi ragionevoli, ecco che spunta il cannone, anzi la Grosse Berthe, della “stretta quantitativa”, esatto opposto del “bazooka” del quantitative easing imbracciato, ai tempi, da Mario Draghi. L’Ue cederà titoli di Stato, anzi ha già iniziato e per farlo ha “scelto” di liberarsi di buoni italiani.
Il bollettino emesso dagli economisti della Bce non dice granché di nuovo. L’Eurotower conferma la sua “dipendenza” dalle scelte della Fed americana che ha ingaggiato, contro l’inflazione, una lotta senza quartiere a colpi di aumenti dei tassi di interesse. Ma l’Ue potrebbe varare una strategia ancora più restrittiva, puntando sul quantitative tightening cioè sulla dismissione dei titoli di Stato che la Bce ha acquisito nel corso degli anni. La Banca centrale europea potrebbe cedere buona parte del suo portafogli e, dai dati emersi dall’analisi del piano anticrisi Pepp, avrebbe già iniziato a farlo cedendo (almeno) 1,2 miliardi di titolo di Stato italiani. L’ipotesi della chiusura dei cordoni della borsa comunitaria era stata ventilata, qualche giorno fa, dal vicegovernatore Bce Luis de Guindos. Intervistato da Politico ha dato praticamente per certo il nuovo corso della banca centrale affermando che “le caratteristiche della tempistica saranno discusse a dicembre”.
La parole di de Guindos sono state sostanzialmente confermate da quelle pronunciare ieri dal membro tedesco del board Bce Isabel Schnabel durante un incontro organizzato dalla banca centrale della Slovenia. Schnabel ha detto, in maniera inequivocabile, che “continueremo ad alzare i tassi di interesse” e che “non sarà questione solo di tassi ma anche di stretta quantitativa”. La Bce, dunque, brucia le tappe e “smentisce” le parole che a settembre aveva pronunciato la presidente Christine Lagarde. Che aveva promesso di prendere in considerazione il quantitative tightening solo una volta che i tassi si fossero normalizzati e, magari, come extrema ratio. Evidentemente, la Bce non attende aspettare ancora e, anzi, schiaccia il piede sull’acceleratore. All’Eurotower hanno ben presenti le conseguenze delle loro scelte e si aspettano un forte calo della domanda di mutui e prestiti da parte di famiglie e imprese. Un modo “tecnico” per dire che l’accesso al credito sarà, se non impossibile, quanto meno difficilissimo e che a brevissimo i problemi di liquidità che già attanagliano le aziende si aggraveranno ancora. Intanto la Banca d’Italia ha riferito che per le famiglie sulle quali grava un mutuo, la situazione oggi è pesantissima: a settembre, i prestiti sono stati collocati al 2,65% in più con un aggravio pari a ben venti punti base rispetto ad agosto (2,45%). Peggio ancora va alle imprese che si trovano ad accedere a mutui e prestiti con tassi al 2% rispetto all’1,45% di agosto. Un balzo netto di 55 punti base. Ma non è tutto, perché i tassi salgono al 2,59% per i prestiti inferiori al milione, mentre quelli che superano questa soglia vengono collocati all’1,69%. E non è ancora finita, il peggio deve ancora venire.

La Banca Centrale Europea è ben consapevole del fatto che l’economia dell’Eurozona è “rallentata in maniera significativa nel terzo trimestre 2022”, si attende addirittura “un ulteriore indebolimento per la parte restante dell’anno e l’inizio del 2023”. Eppure non molla la presa sui tassi e, anzi, annuncia un nuovo giro di vite “per assicurare il ritorno tempestivo dell’inflazione all’obiettivo del 2 per cento a medio termine”. Ma dato che, evidentemente, le strette sul costo del denaro non sortiscono gli effetti desiderati in tempi ragionevoli, ecco che spunta il cannone, anzi la Grosse Berthe, della “stretta quantitativa”, esatto opposto del “bazooka” del quantitative easing imbracciato, ai tempi, da Mario Draghi. L’Ue cederà titoli di Stato, anzi ha già iniziato e per farlo ha “scelto” di liberarsi di buoni italiani.
Il bollettino emesso dagli economisti della Bce non dice granché di nuovo. L’Eurotower conferma la sua “dipendenza” dalle scelte della Fed americana che ha ingaggiato, contro l’inflazione, una lotta senza quartiere a colpi di aumenti dei tassi di interesse. Ma l’Ue potrebbe varare una strategia ancora più restrittiva, puntando sul quantitative tightening cioè sulla dismissione dei titoli di Stato che la Bce ha acquisito nel corso degli anni. La Banca centrale europea potrebbe cedere buona parte del suo portafogli e, dai dati emersi dall’analisi del piano anticrisi Pepp, avrebbe già iniziato a farlo cedendo (almeno) 1,2 miliardi di titolo di Stato italiani. L’ipotesi della chiusura dei cordoni della borsa comunitaria era stata ventilata, qualche giorno fa, dal vicegovernatore Bce Luis de Guindos. Intervistato da Politico ha dato praticamente per certo il nuovo corso della banca centrale affermando che “le caratteristiche della tempistica saranno discusse a dicembre”.
La parole di de Guindos sono state sostanzialmente confermate da quelle pronunciare ieri dal membro tedesco del board Bce Isabel Schnabel durante un incontro organizzato dalla banca centrale della Slovenia. Schnabel ha detto, in maniera inequivocabile, che “continueremo ad alzare i tassi di interesse” e che “non sarà questione solo di tassi ma anche di stretta quantitativa”. La Bce, dunque, brucia le tappe e “smentisce” le parole che a settembre aveva pronunciato la presidente Christine Lagarde. Che aveva promesso di prendere in considerazione il quantitative tightening solo una volta che i tassi si fossero normalizzati e, magari, come extrema ratio. Evidentemente, la Bce non attende aspettare ancora e, anzi, schiaccia il piede sull’acceleratore. All’Eurotower hanno ben presenti le conseguenze delle loro scelte e si aspettano un forte calo della domanda di mutui e prestiti da parte di famiglie e imprese. Un modo “tecnico” per dire che l’accesso al credito sarà, se non impossibile, quanto meno difficilissimo e che a brevissimo i problemi di liquidità che già attanagliano le aziende si aggraveranno ancora. Intanto la Banca d’Italia ha riferito che per le famiglie sulle quali grava un mutuo, la situazione oggi è pesantissima: a settembre, i prestiti sono stati collocati al 2,65% in più con un aggravio pari a ben venti punti base rispetto ad agosto (2,45%). Peggio ancora va alle imprese che si trovano ad accedere a mutui e prestiti con tassi al 2% rispetto all’1,45% di agosto. Un balzo netto di 55 punti base. Ma non è tutto, perché i tassi salgono al 2,59% per i prestiti inferiori al milione, mentre quelli che superano questa soglia vengono collocati all’1,69%. E non è ancora finita, il peggio deve ancora venire.

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