Ricordi, note e impressioni degli scrittori garibaldini

Ruffilli, nell’introduzione, annota che a tenere campo, negli scritti, sono le sensazioni degli autori: il loro porsi a contatto con la realtà, non solo per viverla, ma anche per misurarla, testimoniandola, dopo averla conosciuta. Gli scrittori ricordati sono: Giuseppe Cesare Abba (“Noterelle d’uno dei Mille”); Giulio Adamoli (“Ricordi di un volontario”); Giuseppe Bandi (“I Mille da Genova a Capua”); Anton Giulio Barrili (“Con Garibaldi alle porte di Roma”); Achille Bizzoni (“Impressioni di un volontario”); Eugenio Checchi (“Memorie di un Garibaldino”); Nino Costa (“Quel che vidi e quel che intesi”); Emilio Dandolo (“I volontari ed i bersaglieri lombardi”); Giuseppe Guerzoni (“Garibaldi”); Alberto Mario (“La camicia rossa”). Abba stampò le sue “Noterelle” nel 1880; Bandi pubblicò “I Mille” nel 1886 su “Il Messaggero” di Roma e sul “Telegrafo” di Livorno. Nino Costa dettò i suoi ricordi alla figlia, a cominciare dall’inverno 1892. Adamoli scrisse le sue “Memorie” nel 1866. Alberto Mario scrisse “La camicia rossa” nel 1870. Bizzoni pubblicò le sue “Impressioni” sulla campagna di Francia, con i volontari garibaldini, nel 1874. “Pigliavo nota a punto di luna – dice Eugenio Checchi – di quello che avevamo armeggiato nel giorno, e ora rileggendo quelle note m’è parso che se ne potesse cavare un costrutto”. Mentre Bizzani precisa che raccoglieva, giorno dopo giorno, le sue “povere impressioni”, accorgendosi solo dopo del quadro d’insieme che componevano. Il ricordo dell’impresa garibaldina diventa col tempo, per gran parte dei volontari, la ragione e il senso stesso delle loro esistenze. Meritano attenzione le pagine scritte di Alberto Mario. Il suo libro, forse più di altri, dà testimonianza del confronto delle idee e delle posizioni tra i volontari al seguito di Garibaldi. Mario morì il 2 giugno 1883, lasciando molti scritti politici e letterari, raccolti e pubblicati in due volumi, nel 1885 e nel 1901. Osservazione finale è quella di Ruffilli sul linguaggio di questi scrittori che si pone secondo una diversa esigenza, che è sì l’urgenza della realtà, ma anche la volontà di dare a quella necessità un ordine preciso. E questo linguaggio trova una sua codificazione, mescolando finemente la lingua “illustre” a quella “parlata”.

M.D.

Ruffilli, nell’introduzione, annota che a tenere campo, negli scritti, sono le sensazioni degli autori: il loro porsi a contatto con la realtà, non solo per viverla, ma anche per misurarla, testimoniandola, dopo averla conosciuta. Gli scrittori ricordati sono: Giuseppe Cesare Abba (“Noterelle d’uno dei Mille”); Giulio Adamoli (“Ricordi di un volontario”); Giuseppe Bandi (“I Mille da Genova a Capua”); Anton Giulio Barrili (“Con Garibaldi alle porte di Roma”); Achille Bizzoni (“Impressioni di un volontario”); Eugenio Checchi (“Memorie di un Garibaldino”); Nino Costa (“Quel che vidi e quel che intesi”); Emilio Dandolo (“I volontari ed i bersaglieri lombardi”); Giuseppe Guerzoni (“Garibaldi”); Alberto Mario (“La camicia rossa”). Abba stampò le sue “Noterelle” nel 1880; Bandi pubblicò “I Mille” nel 1886 su “Il Messaggero” di Roma e sul “Telegrafo” di Livorno. Nino Costa dettò i suoi ricordi alla figlia, a cominciare dall’inverno 1892. Adamoli scrisse le sue “Memorie” nel 1866. Alberto Mario scrisse “La camicia rossa” nel 1870. Bizzoni pubblicò le sue “Impressioni” sulla campagna di Francia, con i volontari garibaldini, nel 1874. “Pigliavo nota a punto di luna – dice Eugenio Checchi – di quello che avevamo armeggiato nel giorno, e ora rileggendo quelle note m’è parso che se ne potesse cavare un costrutto”. Mentre Bizzani precisa che raccoglieva, giorno dopo giorno, le sue “povere impressioni”, accorgendosi solo dopo del quadro d’insieme che componevano. Il ricordo dell’impresa garibaldina diventa col tempo, per gran parte dei volontari, la ragione e il senso stesso delle loro esistenze. Meritano attenzione le pagine scritte di Alberto Mario. Il suo libro, forse più di altri, dà testimonianza del confronto delle idee e delle posizioni tra i volontari al seguito di Garibaldi. Mario morì il 2 giugno 1883, lasciando molti scritti politici e letterari, raccolti e pubblicati in due volumi, nel 1885 e nel 1901. Osservazione finale è quella di Ruffilli sul linguaggio di questi scrittori che si pone secondo una diversa esigenza, che è sì l’urgenza della realtà, ma anche la volontà di dare a quella necessità un ordine preciso. E questo linguaggio trova una sua codificazione, mescolando finemente la lingua “illustre” a quella “parlata”.

M.D.

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