Rifiuti: il sogno di un’Europa a impatto zero

Nei prossimi 30 anni si stima che la produzione mondiale annua di rifiuti salirà a 3,4 miliardi di tonnellate, con un incremento di circa il 70% rispetto ai livelli attuali. Vero è che la comunità internazionale ha grandi ambizioni, attraverso l’attuazione di politiche “green” e l’imposizione di scadenze ed obiettivi collettivi, come indicato dall’Accordo di Parigi. Ripensare l’intero assetto della società moderna, cambiando la tradizionale catena produzione-consumo-scarto-inquinamento in produzione-consumo-riciclo-nuova risorsa, l’unica capace di garantire un’economia sostenibile per l’ambiente, è ormai un processo improrogabile. Proprio lo scorso febbraio, il Parlamento europeo ha richiesto norme più stringenti sul riciclo dei rifiuti, con obiettivi vincolanti da raggiungere entro il 2030 per l’uso e il consumo di materiali. Si pensi che la sola Unione europea produce circa 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno, il 10% dei quali rappresentato da rifiuti urbani. In questa direzione si colloca lo sforzo di raggiungere, entro il 2050, la neutralità climatica, vale a dire realizzare un’Europa ad impatto climatico zero.

Secondo le stime demografiche, dagli anni Settanta ad oggi, la popolazione mondiale è quasi raddoppiata richiedendo, inevitabilmente, un dispiego di risorse naturali senza precedenti nella storia dell’uomo. Il prezzo da pagare per il “benessere” raggiunto si traduce nell’impatto sempre più catastrofico che tale crescente utilizzo delle risorse ha in termini ambientali, dal momento che se si continuano a sfruttare le risorse così come facciamo oggi, entro il 2050 avremo bisogno di ben tre pianeti per poter soddisfare le esigenze dell’intera popolazione mondiale.

La produzione di rifiuti urbani nel nostro Paese si aggirava, nel 2019, attorno ai 30 milioni di tonnellate, con una produzione pro capite di circa 500 Kg di rifiuti (Report ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Dati incoraggianti riguardano la raccolta differenziata – in aumento nel 2019 di ben 3 punti rispetto all’anno precedente – che si attesta al 61,3% con 18,5 milioni di tonnellate.

A livello nazionale si registra un miglioramento omogeneo su tutto il territorio, con il Sud che per la prima volta supera il 50% di raccolta differenziata, confermando una crescita positiva. Il trend fotografato dal Rapporto ISPRA racconta di un Paese nel quale, in poco più di dieci anni, la raccolta differenziata risulta essere raddoppiata, passando da 9,9 milioni di tonnellate (2008) a 18,5 milioni (2019).

L’organico si conferma il materiale più raccolto, rappresentando il 39,5% del totale. Carta e cartone occupano il 19,1% del totale, seguiti dal vetro (12,3%) e dalla plastica (8,3%). 

Quella della plastica è la tipologia di rifiuti che mostra maggiori ritardi al nostro Paese, che è riuscito a riciclarne nel 2018 e nel 2019 rispettivamente il 43,8% e il 45,5%. In tal senso, il confronto con gli altri materiali riciclati è obbligatorio, perché, ad esempio, carta e vetro hanno raggiunto percentuali di riciclo nel 2019 rispettivamente dell’80,8% e del 77,3%, superando con largo anticipo gli obiettivi europei.

Alla base di questi dati vi è sicuramente la difficoltà insita nel riciclo di un materiale complesso come la plastica che, però, potrebbe essere sostituita in molti dei suoi usi dal vetro, un supporto considerato “pulito”, proprio perché non prodotto con sostanze inquinanti e che può essere facilmente riutilizzato e riciclato molte volte.

Nel 2018, la produzione di materie plastiche a livello globale è stata di 359 Mt, ed è la Cina a confermarsi come il maggior produttore. Gli imballaggi, a differenza di quello che si potrebbe credere a causa del loro ampio utilizzo in campo alimentare, non rappresentano un problema secondario, soprattutto per il nostro Paese, dal momento che nel 2018 rappresentavano il 28% dei rifiuti solidi urbani. Secondo le stime di CONAI, 8,4 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio confluiscono nei rifiuti solidi urbani: cifre ancora alte, ma che fanno ben sperare, visto che l’87% di essi è stato avviato al riciclo, mentre il restante 13% è stato destinato al recupero energetico (2019).

Riuscire a realizzare un mercato europeo di prodotti sostenibili, eliminando gli incarti in plastica e le microplastiche e che siano, allo stesso tempo, ad impatto zero per l’ambiente ed efficienti dal punto di vista delle prestazioni e degli utilizzi, rappresenta la sfida di un futuro non così lontano, perché nonostante le nostre esigenze non c’è più tempo per volgere lo sguarda da un’altra parte e fare finta di niente. 

Di fronte a cambiamenti climatici sempre più repentini e violenti, a mari e spiagge ricoperti di plastica, ad animali a rischio estinzione perché privati del loro naturale habitat, di quale altra prova abbiamo bisogno?

Ilaria Tirellii

 

Nei prossimi 30 anni si stima che la produzione mondiale annua di rifiuti salirà a 3,4 miliardi di tonnellate, con un incremento di circa il 70% rispetto ai livelli attuali. Vero è che la comunità internazionale ha grandi ambizioni, attraverso l’attuazione di politiche “green” e l’imposizione di scadenze ed obiettivi collettivi, come indicato dall’Accordo di Parigi. Ripensare l’intero assetto della società moderna, cambiando la tradizionale catena produzione-consumo-scarto-inquinamento in produzione-consumo-riciclo-nuova risorsa, l’unica capace di garantire un’economia sostenibile per l’ambiente, è ormai un processo improrogabile. Proprio lo scorso febbraio, il Parlamento europeo ha richiesto norme più stringenti sul riciclo dei rifiuti, con obiettivi vincolanti da raggiungere entro il 2030 per l’uso e il consumo di materiali. Si pensi che la sola Unione europea produce circa 2,5 miliardi di tonnellate di rifiuti all’anno, il 10% dei quali rappresentato da rifiuti urbani. In questa direzione si colloca lo sforzo di raggiungere, entro il 2050, la neutralità climatica, vale a dire realizzare un’Europa ad impatto climatico zero.

Secondo le stime demografiche, dagli anni Settanta ad oggi, la popolazione mondiale è quasi raddoppiata richiedendo, inevitabilmente, un dispiego di risorse naturali senza precedenti nella storia dell’uomo. Il prezzo da pagare per il “benessere” raggiunto si traduce nell’impatto sempre più catastrofico che tale crescente utilizzo delle risorse ha in termini ambientali, dal momento che se si continuano a sfruttare le risorse così come facciamo oggi, entro il 2050 avremo bisogno di ben tre pianeti per poter soddisfare le esigenze dell’intera popolazione mondiale.

La produzione di rifiuti urbani nel nostro Paese si aggirava, nel 2019, attorno ai 30 milioni di tonnellate, con una produzione pro capite di circa 500 Kg di rifiuti (Report ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Dati incoraggianti riguardano la raccolta differenziata – in aumento nel 2019 di ben 3 punti rispetto all’anno precedente – che si attesta al 61,3% con 18,5 milioni di tonnellate.

A livello nazionale si registra un miglioramento omogeneo su tutto il territorio, con il Sud che per la prima volta supera il 50% di raccolta differenziata, confermando una crescita positiva. Il trend fotografato dal Rapporto ISPRA racconta di un Paese nel quale, in poco più di dieci anni, la raccolta differenziata risulta essere raddoppiata, passando da 9,9 milioni di tonnellate (2008) a 18,5 milioni (2019).

L’organico si conferma il materiale più raccolto, rappresentando il 39,5% del totale. Carta e cartone occupano il 19,1% del totale, seguiti dal vetro (12,3%) e dalla plastica (8,3%). 

Quella della plastica è la tipologia di rifiuti che mostra maggiori ritardi al nostro Paese, che è riuscito a riciclarne nel 2018 e nel 2019 rispettivamente il 43,8% e il 45,5%. In tal senso, il confronto con gli altri materiali riciclati è obbligatorio, perché, ad esempio, carta e vetro hanno raggiunto percentuali di riciclo nel 2019 rispettivamente dell’80,8% e del 77,3%, superando con largo anticipo gli obiettivi europei.

Alla base di questi dati vi è sicuramente la difficoltà insita nel riciclo di un materiale complesso come la plastica che, però, potrebbe essere sostituita in molti dei suoi usi dal vetro, un supporto considerato “pulito”, proprio perché non prodotto con sostanze inquinanti e che può essere facilmente riutilizzato e riciclato molte volte.

Nel 2018, la produzione di materie plastiche a livello globale è stata di 359 Mt, ed è la Cina a confermarsi come il maggior produttore. Gli imballaggi, a differenza di quello che si potrebbe credere a causa del loro ampio utilizzo in campo alimentare, non rappresentano un problema secondario, soprattutto per il nostro Paese, dal momento che nel 2018 rappresentavano il 28% dei rifiuti solidi urbani. Secondo le stime di CONAI, 8,4 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio confluiscono nei rifiuti solidi urbani: cifre ancora alte, ma che fanno ben sperare, visto che l’87% di essi è stato avviato al riciclo, mentre il restante 13% è stato destinato al recupero energetico (2019).

Riuscire a realizzare un mercato europeo di prodotti sostenibili, eliminando gli incarti in plastica e le microplastiche e che siano, allo stesso tempo, ad impatto zero per l’ambiente ed efficienti dal punto di vista delle prestazioni e degli utilizzi, rappresenta la sfida di un futuro non così lontano, perché nonostante le nostre esigenze non c’è più tempo per volgere lo sguarda da un’altra parte e fare finta di niente. 

Di fronte a cambiamenti climatici sempre più repentini e violenti, a mari e spiagge ricoperti di plastica, ad animali a rischio estinzione perché privati del loro naturale habitat, di quale altra prova abbiamo bisogno?

Ilaria Tirellii

 

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