RIPRENDIAMOCI IL FUTURO

Abbiamo dimenticato l’importanza di saper operare per il futuro.

La politica non se ne preoccupa e anche noi cittadini

sembriamo insensibili a questo tema. La salvezza? In menti capaci

di creare nuovo pensiero, nuova idealità, coniugando un progetto originale

per il domani con quelle eticità che non temono il tempo e, come le radici di

un albero secolare, veicolano il nuovo alimento per dar frutti consistenti e duraturi

Sono stati alcuni giovani ricercatori italiani dell’ospedale Spallanzani di Roma a isolare il virus del coronavirus, l’epidemia che sta spaventando il mondo intero e rischia di mettere al tappeto importanti settori dell’economia mondiale. Ancora una volta il genio italiano s’impone agli occhi del mondo per le sue grandi capacità d’indagine, per la sua perspicacia, per il suo senso di abnegazione.

Ancora una volta a salire alla ribalta scientifica internazionale sono dei ragazzi di grande volontà, amanti della loro professione, per la quale fino a qualche giorno fa non avevano ancora un contratto di lavoro stabile, ma solo precario. Un precariato che in moltissimi casi come questo può durare a lungo, che spesso non riesce a trasformarsi in qualcosa di duraturo, costringendo chi in tali condizioni si trova, a cercare all’estero uno sbocco che possa offrire non solo soddisfazione, ma una posizione sicura e una riconosciuta dignità sociale. E questo è solo uno spaccato, dei tanti, che caratterizzano il nostro Paese, ormai da decenni incapace di programmare il proprio futuro e quello della sua gente, con la conseguenza di elevare a sistema il precariato, rendendo “fragile” la vita pubblica e quella privata.  Eppure alla base di qualsiasi sistema politico civile e nell’animo di chi in esso opera, dovrebbe avvertirsi la responsabilità di avere visione, di sapere guardare oltre il presente, di capire dove tira il vento della civiltà e del progresso e agire in tal senso, invece di tappare falle che improvvise squarciano il momento, o di operare solo negli ambiti degli interessi personali, di greppia politica o di una demagogica propaganda a fini elettorali.  La nostra classe dirigente da troppo tempo si riempie la bocca con suadenti parole pregne di buone intenzioni, di dichiarate volontà d’impegnarsi per il bene comune, di un buonismo politicamente corretto volto, a parer loro, a dar linfa al nostro senso di civiltà, di creare le condizioni per una crescita sociale ed economica degne di una Nazione moderna, per poi deflagrare miseramente di fronte a ponti che crollano, città che si allagano con estrema facilità, territori mortificati per l’incuria e la mancanza di rispetto, ospedali, scuole, acquedotti, strade, servizi pubblici inefficienti, malandati e insicuri, alla crescita esponenziale dell’immondizia nelle città, all’insicurezza che regna nelle metropoli, a una delinquenza organizzata crescente e autoritaria. E ancora, per un’insufficiente sistema sanitario, per una scuola mal diretta e poco al passo con i tempi, per una pericolosa crescita tra i giovani di uso di sostanze stupefacenti e d’alcool, per un comparto lavorativo instabile, con conseguente mancanza di impiego per le giovani generazioni, per un sistema fiscale tra i più penalizzanti, per una decrescita perniciosa delle nascite, per un continua demagogica ricerca di elementi politici divisivi, spesso fomentatori di odio, per un’inesistente politica familiare e per un’economia che non decolla, costretta a inseguire perennemente la sanatoria del suo enorme debito pubblico e a sottostare alle bacchettate e ai non rari e non poco mortificnti ricatti che per questo le impone l’attuale, mercantile, Unione Europea. Forse qualche altra disfunzione l’ho dimenticata, ma queste bastano a descrivere un Paese che non mostra alcuna voglia di guardare al futuro, di dar linfa a una speranza di miglioramento e di benessere socio-economico. Il futuro non è qualcosa che non ci appartiene, è parte della vita di ogni cittadino e di ogni Nazione. Non è demandabile a chi verrà domani, come si è abituati a fare, anche perché quel domani è quello dei nostri figli, dei nostri nipoti, del nostro popolo, della nostra Nazione. Pensarci e operare per esso è un onere di ogni cittadino, se a questo è stato educato e guidato. E più ancora, di chi è delegato ad agire per il bene della Comunità.  Alcune Stati stanno tentando di porre rimedio alla loro “mancanza di futuro” istituendo organismi per indicare ai governanti i settori nei quali intervenire al fine di garantirsi un domani migliore, consono ai tempi e alle situazioni che si potranno verificare. Nel Regno Unito l’azione di governo è monitorata dal “Programma per la scansione del futuro”, sotto il controllo del primo ministro. Nello scorso anno alla Camera dei Comuni si è formata un’alleanza interpartitica per la difesa delle nuove generazioni, che studia correttivi alla vigente legislazione e vorrebbe inserire un “ministro del Futuro” nella compagine di ogni esecutivo. In Francia, il Presidente della Repubblica ha creato un nuovo organo costituzionale formato da cittadini estratti a sorte, che dovrebbe funzionare come un “Camera per il futuro”, soprattutto sulla questione ambientale. Identica iniziativa è in discussione in Canada. In Giappone, in alcune città si tengono assemblee consultive per orientare le decisioni più delicate, e c’è chi propone addirittura di istituire un “Tribunale delle generazioni” che dovrebbe fornire pareri vincolanti sulle politiche pubbliche e sulle implicazioni a lungo termine. Tutte proposte valide, ma tutte sintomatiche della necessità di dare un impulso, mancante, a chi è delegato a governare e a decidere sul presente e sul futuro di un popolo. Ma il desiderio di futuro dovrebbe risiedere nel dna della politica. Ha detto Marcello Veneziani nel suo libro: “Nostalgia degli dei” (Marsilio Editore 21019) che è inutile identificare le deficienze e la crisi morale e culturale che attanaglia l’Italia e l’Occidente nella mancanza dei valori base, quelli che costituiscono le radici per lo sviluppo di un popolo, quando invece ciò che latita è l’assenza di un fertilizzante capace di dare a un terreno arido e infruttifero, la linfa vitale per la sua rinascita. Cioè, una cultura dello Stato ampia, coinvolgente e soprattutto sentita e partecipata, in grado di far fronte, con responsabilità, determinazione e programmazione minuziosa, ai problemi dell’oggi e a quelli del domani. Perché ciò avvenga però, servono menti in grado di nutrire e rinvigorire con le loro lungimiranti idealità l’animo asfittico e insensibile dell’Occidente, conservando o rivitalizzando quegli elementi di eticità che non hanno e non temono il tempo, e che il tempo sanno sempre fecondare. Una sorta di “rivoluzione conservatrice”, nella quale la nuova linfa scorra gagliarda e dirompente nelle radici consolidate nel terreno per dare frutti consistenti e duraturi. Riprendersi il futuro è alimentare la voglia di donare, a chi dopo di noi ci sarà, un ambiente comune nel quale si possa vivere con dignità, rispetto, partecipazione, idealità, amore per ciò che si condivide, per le proprie radici, per la propria terra, per la propria lingua, per la propria cultura, per le proprie tradizioni, per la propria storia, per il proprio passato. Nutrendo e dando concreto senso al desiderio di essere protagonisti per sognare, tracciare e realizzare gli itinerari migliori e più giusti per un altro tempo che verrà.

Romolo Paradiso la diffusione

Abbiamo dimenticato l’importanza di saper operare per il futuro.

La politica non se ne preoccupa e anche noi cittadini

sembriamo insensibili a questo tema. La salvezza? In menti capaci

di creare nuovo pensiero, nuova idealità, coniugando un progetto originale

per il domani con quelle eticità che non temono il tempo e, come le radici di

un albero secolare, veicolano il nuovo alimento per dar frutti consistenti e duraturi

Sono stati alcuni giovani ricercatori italiani dell’ospedale Spallanzani di Roma a isolare il virus del coronavirus, l’epidemia che sta spaventando il mondo intero e rischia di mettere al tappeto importanti settori dell’economia mondiale. Ancora una volta il genio italiano s’impone agli occhi del mondo per le sue grandi capacità d’indagine, per la sua perspicacia, per il suo senso di abnegazione.

Ancora una volta a salire alla ribalta scientifica internazionale sono dei ragazzi di grande volontà, amanti della loro professione, per la quale fino a qualche giorno fa non avevano ancora un contratto di lavoro stabile, ma solo precario. Un precariato che in moltissimi casi come questo può durare a lungo, che spesso non riesce a trasformarsi in qualcosa di duraturo, costringendo chi in tali condizioni si trova, a cercare all’estero uno sbocco che possa offrire non solo soddisfazione, ma una posizione sicura e una riconosciuta dignità sociale. E questo è solo uno spaccato, dei tanti, che caratterizzano il nostro Paese, ormai da decenni incapace di programmare il proprio futuro e quello della sua gente, con la conseguenza di elevare a sistema il precariato, rendendo “fragile” la vita pubblica e quella privata.  Eppure alla base di qualsiasi sistema politico civile e nell’animo di chi in esso opera, dovrebbe avvertirsi la responsabilità di avere visione, di sapere guardare oltre il presente, di capire dove tira il vento della civiltà e del progresso e agire in tal senso, invece di tappare falle che improvvise squarciano il momento, o di operare solo negli ambiti degli interessi personali, di greppia politica o di una demagogica propaganda a fini elettorali.  La nostra classe dirigente da troppo tempo si riempie la bocca con suadenti parole pregne di buone intenzioni, di dichiarate volontà d’impegnarsi per il bene comune, di un buonismo politicamente corretto volto, a parer loro, a dar linfa al nostro senso di civiltà, di creare le condizioni per una crescita sociale ed economica degne di una Nazione moderna, per poi deflagrare miseramente di fronte a ponti che crollano, città che si allagano con estrema facilità, territori mortificati per l’incuria e la mancanza di rispetto, ospedali, scuole, acquedotti, strade, servizi pubblici inefficienti, malandati e insicuri, alla crescita esponenziale dell’immondizia nelle città, all’insicurezza che regna nelle metropoli, a una delinquenza organizzata crescente e autoritaria. E ancora, per un’insufficiente sistema sanitario, per una scuola mal diretta e poco al passo con i tempi, per una pericolosa crescita tra i giovani di uso di sostanze stupefacenti e d’alcool, per un comparto lavorativo instabile, con conseguente mancanza di impiego per le giovani generazioni, per un sistema fiscale tra i più penalizzanti, per una decrescita perniciosa delle nascite, per un continua demagogica ricerca di elementi politici divisivi, spesso fomentatori di odio, per un’inesistente politica familiare e per un’economia che non decolla, costretta a inseguire perennemente la sanatoria del suo enorme debito pubblico e a sottostare alle bacchettate e ai non rari e non poco mortificnti ricatti che per questo le impone l’attuale, mercantile, Unione Europea. Forse qualche altra disfunzione l’ho dimenticata, ma queste bastano a descrivere un Paese che non mostra alcuna voglia di guardare al futuro, di dar linfa a una speranza di miglioramento e di benessere socio-economico. Il futuro non è qualcosa che non ci appartiene, è parte della vita di ogni cittadino e di ogni Nazione. Non è demandabile a chi verrà domani, come si è abituati a fare, anche perché quel domani è quello dei nostri figli, dei nostri nipoti, del nostro popolo, della nostra Nazione. Pensarci e operare per esso è un onere di ogni cittadino, se a questo è stato educato e guidato. E più ancora, di chi è delegato ad agire per il bene della Comunità.  Alcune Stati stanno tentando di porre rimedio alla loro “mancanza di futuro” istituendo organismi per indicare ai governanti i settori nei quali intervenire al fine di garantirsi un domani migliore, consono ai tempi e alle situazioni che si potranno verificare. Nel Regno Unito l’azione di governo è monitorata dal “Programma per la scansione del futuro”, sotto il controllo del primo ministro. Nello scorso anno alla Camera dei Comuni si è formata un’alleanza interpartitica per la difesa delle nuove generazioni, che studia correttivi alla vigente legislazione e vorrebbe inserire un “ministro del Futuro” nella compagine di ogni esecutivo. In Francia, il Presidente della Repubblica ha creato un nuovo organo costituzionale formato da cittadini estratti a sorte, che dovrebbe funzionare come un “Camera per il futuro”, soprattutto sulla questione ambientale. Identica iniziativa è in discussione in Canada. In Giappone, in alcune città si tengono assemblee consultive per orientare le decisioni più delicate, e c’è chi propone addirittura di istituire un “Tribunale delle generazioni” che dovrebbe fornire pareri vincolanti sulle politiche pubbliche e sulle implicazioni a lungo termine. Tutte proposte valide, ma tutte sintomatiche della necessità di dare un impulso, mancante, a chi è delegato a governare e a decidere sul presente e sul futuro di un popolo. Ma il desiderio di futuro dovrebbe risiedere nel dna della politica. Ha detto Marcello Veneziani nel suo libro: “Nostalgia degli dei” (Marsilio Editore 21019) che è inutile identificare le deficienze e la crisi morale e culturale che attanaglia l’Italia e l’Occidente nella mancanza dei valori base, quelli che costituiscono le radici per lo sviluppo di un popolo, quando invece ciò che latita è l’assenza di un fertilizzante capace di dare a un terreno arido e infruttifero, la linfa vitale per la sua rinascita. Cioè, una cultura dello Stato ampia, coinvolgente e soprattutto sentita e partecipata, in grado di far fronte, con responsabilità, determinazione e programmazione minuziosa, ai problemi dell’oggi e a quelli del domani. Perché ciò avvenga però, servono menti in grado di nutrire e rinvigorire con le loro lungimiranti idealità l’animo asfittico e insensibile dell’Occidente, conservando o rivitalizzando quegli elementi di eticità che non hanno e non temono il tempo, e che il tempo sanno sempre fecondare. Una sorta di “rivoluzione conservatrice”, nella quale la nuova linfa scorra gagliarda e dirompente nelle radici consolidate nel terreno per dare frutti consistenti e duraturi. Riprendersi il futuro è alimentare la voglia di donare, a chi dopo di noi ci sarà, un ambiente comune nel quale si possa vivere con dignità, rispetto, partecipazione, idealità, amore per ciò che si condivide, per le proprie radici, per la propria terra, per la propria lingua, per la propria cultura, per le proprie tradizioni, per la propria storia, per il proprio passato. Nutrendo e dando concreto senso al desiderio di essere protagonisti per sognare, tracciare e realizzare gli itinerari migliori e più giusti per un altro tempo che verrà.

Romolo Paradiso la diffusione

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