Riscoprire il tempo del pensiero

 

Cosa scaturisce da un’umanità dedita al fare continuo e nevrotico in cui solo la produzione, la ricerca dell’utile e il consumo di beni ha senso? E a chi fa comodo? L’autenticità di un uomo e la forza di una Comunità nascono dalla riflessione e dal pensiero. Da un tempo dedito alla ricerca, alla cultura, alla conoscenza, al rafforzamento dello spirito, al senso di responsabilità.

“Per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione l’ha privati”. Così scriveva Alberto Moravia ne: “L’uomo come fine”, una raccolta di saggi apparsa nel 1964. E lo faceva in tempi non sospetti, quando ancora il ritmo della vita non era stato invaso dalla freneticità, dall’ansia e dalla convulsione del fare. Il suo era un avvertimento che già Guareschi e Pasolini avevano espresso in vario modo in articoli e interviste apparse in un periodo appena precedente a quel ’64, nei quali mettevano in guardia l’umanità dalla perdita costante dei valori base di una comunità, e dall’assunzioni di comportamenti che portano l’essere a distanziarsi da un percorso di vita finalizzato al vero bene personale e comune. Ma Moravia, diversamente dagli altri suoi due colleghi, aveva indicato qualcosa di particolare per far fronte a un modus vivendi che avrebbe, col tempo, logorato le energie più ricche e vivaci dell’umanità: la contemplazione, o, se volete, l’ozio creativo. Oggi, in un’era marcata dal tecnicismo e dallo sforzo indirizzato alla produttività e alla ricerca dell’utile a tutti i costi, parlare di contemplazione può apparire fuori contesto. Una perdita di tempo, un vuoto improduttivo nella quotidianità. Un modo per assentarsi dal fare, dal partecipare alla fase di crescita della società. Ma non è così. E’ vero il contrario, che, cioè, l’azione sola, indebolisce, frena, inibisce il pensiero creativo, l’idea vincente, l’espressività più efficace e originale, l’attenzione feconda alle cose e al loro senso. Frenando anche l’originalità e il successo di una produttività lavorativa pure importante. E, ancor più, rende gli esseri umani vuoti, inutili, privandoli della loro autenticità. L’anemia interiore che oggi colpisce molte persone è da ricercare proprio nell’impossibilità di trovare il tempo della riflessione, dell’indagine, della conoscenza, del sapere. Quel tempo vitale che i greci chiamavano Kairos, perché in grado di fornire all’uomo la consapevolezza dei propri pensieri e delle proprie azioni, la cui finalità era rivolta alla crescita e allo sviluppo civile. E non c’è bisogno di scomodare la filosofia e i filosofi per rendersi conto, ora più che mai, che il bene maggiore in possesso dell’umanità è proprio il tempo! Il tempo produttivo, non nel senso di produzione di beni materiali, ma quello per ricercare e confrontarsi con quei valori etici, spirituali e culturali, viatico per guidare gli esseri umani nel difficile cammino della vita.  Senza questo tempo si è più poveri, in balia delle culture dominanti, inermi di fronte a quanto nuoce, a ciò che non è congeniale alla nostra crescita personale e comunitaria. Si è preda e ostaggio di chi vuole imporre la propria visione della vita per tornaconto, per interesse, sollecitando i nostri istinti materiali, coccolandoli, assecondandoli, facendoceli apparire necessari e legittimi. Lasciandoci imprigionati nel mito della caverna di Platone, nella quale si è impossibilitati e incapaci di guardare oltre l’orizzonte che quelle mura disegnano, ignari di ciò che sta oltre. La contemplazione, il momento dell’attenzione, dell’osservazione sono le fonti che, come afferma Moravia, fanno risalire l’acqua nel bacino, per ritrovare quell’energia capace di ridare vigore, impulso a un fare cosciente e produttivo a tutto tondo.  La voglia di realizzare un sogno non si perpetua con un atteggiamento robotico, o esclusivamente tecnico. Ha bisogno della creatività, e questa della riflessione, di quel tempo immerso nel silenzio, nella indagine, nella voglia di scoperta e conoscenza. Le società civili, le aziende, dovrebbero tener conto di questo. Dovrebbero favorire e assecondare il momento della contemplazione, dell’analisi delle cose. Dovrebbero prendere coscienza della forza che da questo ne scaturisce, a vantaggio di tutti. Gli uomini migliori di una Comunità sono quelli che sanno coniugare pensiero e azione, consapevoli della responsabilità che ciò comporta. Perché questo avvenga, è necessario disporsi a una cultura comunitaria aderente a tali valori, nella quale s’insegni, in famiglia, nelle scuole, negli ambiti artistici e politici e in quelli del lavoro, il valore del tempo fecondo. Il momento in cui la persona possa riflettere e indagare su se stesso, sul proprio pensare e agire, su ciò che lo circonda e comprendere quanto può renderlo migliore, quanto può risultare proficuo per il suo e per l’altrui percorso di vita. Tracciando il solco nel quale far scorrere quell’energia rappresentata dal pensiero creativo, nutrimento di una propulsiva e coinvolgente vitalità. 

Romolo Paradiso

 

 

Cosa scaturisce da un’umanità dedita al fare continuo e nevrotico in cui solo la produzione, la ricerca dell’utile e il consumo di beni ha senso? E a chi fa comodo? L’autenticità di un uomo e la forza di una Comunità nascono dalla riflessione e dal pensiero. Da un tempo dedito alla ricerca, alla cultura, alla conoscenza, al rafforzamento dello spirito, al senso di responsabilità.

“Per ritrovare un’idea dell’uomo, ossia una vera fonte di energia, bisogna che gli uomini ritrovino il gusto della contemplazione. La contemplazione è la diga che fa risalire l’acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare di nuovo l’energia di cui l’azione l’ha privati”. Così scriveva Alberto Moravia ne: “L’uomo come fine”, una raccolta di saggi apparsa nel 1964. E lo faceva in tempi non sospetti, quando ancora il ritmo della vita non era stato invaso dalla freneticità, dall’ansia e dalla convulsione del fare. Il suo era un avvertimento che già Guareschi e Pasolini avevano espresso in vario modo in articoli e interviste apparse in un periodo appena precedente a quel ’64, nei quali mettevano in guardia l’umanità dalla perdita costante dei valori base di una comunità, e dall’assunzioni di comportamenti che portano l’essere a distanziarsi da un percorso di vita finalizzato al vero bene personale e comune. Ma Moravia, diversamente dagli altri suoi due colleghi, aveva indicato qualcosa di particolare per far fronte a un modus vivendi che avrebbe, col tempo, logorato le energie più ricche e vivaci dell’umanità: la contemplazione, o, se volete, l’ozio creativo. Oggi, in un’era marcata dal tecnicismo e dallo sforzo indirizzato alla produttività e alla ricerca dell’utile a tutti i costi, parlare di contemplazione può apparire fuori contesto. Una perdita di tempo, un vuoto improduttivo nella quotidianità. Un modo per assentarsi dal fare, dal partecipare alla fase di crescita della società. Ma non è così. E’ vero il contrario, che, cioè, l’azione sola, indebolisce, frena, inibisce il pensiero creativo, l’idea vincente, l’espressività più efficace e originale, l’attenzione feconda alle cose e al loro senso. Frenando anche l’originalità e il successo di una produttività lavorativa pure importante. E, ancor più, rende gli esseri umani vuoti, inutili, privandoli della loro autenticità. L’anemia interiore che oggi colpisce molte persone è da ricercare proprio nell’impossibilità di trovare il tempo della riflessione, dell’indagine, della conoscenza, del sapere. Quel tempo vitale che i greci chiamavano Kairos, perché in grado di fornire all’uomo la consapevolezza dei propri pensieri e delle proprie azioni, la cui finalità era rivolta alla crescita e allo sviluppo civile. E non c’è bisogno di scomodare la filosofia e i filosofi per rendersi conto, ora più che mai, che il bene maggiore in possesso dell’umanità è proprio il tempo! Il tempo produttivo, non nel senso di produzione di beni materiali, ma quello per ricercare e confrontarsi con quei valori etici, spirituali e culturali, viatico per guidare gli esseri umani nel difficile cammino della vita.  Senza questo tempo si è più poveri, in balia delle culture dominanti, inermi di fronte a quanto nuoce, a ciò che non è congeniale alla nostra crescita personale e comunitaria. Si è preda e ostaggio di chi vuole imporre la propria visione della vita per tornaconto, per interesse, sollecitando i nostri istinti materiali, coccolandoli, assecondandoli, facendoceli apparire necessari e legittimi. Lasciandoci imprigionati nel mito della caverna di Platone, nella quale si è impossibilitati e incapaci di guardare oltre l’orizzonte che quelle mura disegnano, ignari di ciò che sta oltre. La contemplazione, il momento dell’attenzione, dell’osservazione sono le fonti che, come afferma Moravia, fanno risalire l’acqua nel bacino, per ritrovare quell’energia capace di ridare vigore, impulso a un fare cosciente e produttivo a tutto tondo.  La voglia di realizzare un sogno non si perpetua con un atteggiamento robotico, o esclusivamente tecnico. Ha bisogno della creatività, e questa della riflessione, di quel tempo immerso nel silenzio, nella indagine, nella voglia di scoperta e conoscenza. Le società civili, le aziende, dovrebbero tener conto di questo. Dovrebbero favorire e assecondare il momento della contemplazione, dell’analisi delle cose. Dovrebbero prendere coscienza della forza che da questo ne scaturisce, a vantaggio di tutti. Gli uomini migliori di una Comunità sono quelli che sanno coniugare pensiero e azione, consapevoli della responsabilità che ciò comporta. Perché questo avvenga, è necessario disporsi a una cultura comunitaria aderente a tali valori, nella quale s’insegni, in famiglia, nelle scuole, negli ambiti artistici e politici e in quelli del lavoro, il valore del tempo fecondo. Il momento in cui la persona possa riflettere e indagare su se stesso, sul proprio pensare e agire, su ciò che lo circonda e comprendere quanto può renderlo migliore, quanto può risultare proficuo per il suo e per l’altrui percorso di vita. Tracciando il solco nel quale far scorrere quell’energia rappresentata dal pensiero creativo, nutrimento di una propulsiva e coinvolgente vitalità. 

Romolo Paradiso

 

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