Ritorno al proporzionale? No, grazie!

La rottura tra Luigi Di Maio e il Movimento Cinque Stelle apre una fase nuova della vicenda politica italiana. Terminate le elezioni amministrative, giocate ancora in larga misura sulla base di uno schema bipolare con coalizioni contrapposte, ci troviamo subito di fronte ad un’accelerazione, attesa ma improvvisa, dell’evoluzione dello scenario che potrebbe favorire il ritorno di una legge elettorale proporzionale, non più basata sulla logica di coalizione.

In effetti la rottura all’interno del gruppo grillino, oltre a mettere in fibrillazione la maggioranza di governo, mina alla radice la strategia lettiana del Campo Largo, che si basa sulla centralità del PD, ma anche sull’alleanza con una seconda stampella costituita da un M5S in grado di raccogliere un consenso almeno a due cifre, attorno al quale aggregare le forze minori.

La caduta nei sondaggi del partito di Conte già produceva incrinature pesanti nello schema progettato, rendendolo poco competitivo, ma la fuoriuscita di Di Maio significa molto di più. Vuol dire che l’ipotesi di costruzione di una compagine centrista, dotata di una certa consistenza, acquisisce un nuovo adepto, che ha dimostrato, con la costituzione di un gruppo parlamentare, di poter incidere in aula significativamente. I suoi numeri potrebbero rivelarsi decisivi per la riforma elettorale, dal momento che il proporzionale, come noto, riscuote simpatie a varie latitudini, tanto palesi quanto occulte.

Quelle palesi insistono sul fatto che il paese in questa fase ha bisogno di stabilità, di un coinvolgimento ampio delle forze politiche, soprattutto per garantire le riforme e le spese legate al PNRR. Secondo molti commentatori non sarebbe più il momento di prendersi il lusso di assistere a campagne elettorali violente e polarizzate, né di affrontare i prossimi anni perseguendo un’alternanza di uomini e programmi, a seconda degli esiti elettorali.

C’è nostalgia della “stabilità politica” della Prima Repubblica, fondata sull’esistenza di un grande partito di centro come la Democrazia Cristiana. Recuperarla sarebbe l’obiettivo di una riforma elettorale in senso proporzionale.

Ora, a parte il fatto che dal 2011, ovvero dalla fine dell’ultimo Governo Berlusconi, gli italiani non riescono a godere il privilegio, tipico di tutte le grandi democrazie occidentali, di farsi guidare da una maggioranza sancita dalle urne, esistono anche clamorose differenze con il sistema politico che ha guidato l’Italia fino ai Tangentopoli.

La DC era, infatti, un grande partito di massa, all’interno del quale esisteva una dialettica politica (e di programmi) intensa, votato alla conquista del consenso sul territorio e attento alle istanze provenienti dalla società. Godeva soprattutto della necessaria autorevolezza, indispensabile a dettare la linea ai tecnici, alla burocrazia e agli apparati. Oggi non c’è niente di tutto questo. Anzi.

Ci troviamo di fronte ad un personale politico sfibrato e debolissimo, che difficilmente potrebbe eguagliare i voti che furono della DC, ma certamente in grado di frantumare ancora di più la politica italiana e di consegnare i destini del paese ad attori esterni alla competizione democratica. Gli apparati, appunto. Il centrodestra soprattutto dovrebbe opporsi senza indugi ad una simile prospettiva, perché ne verrebbe travolto, tanto più che esistono tutte le condizioni per portare a casa la vittoria tra un anno. E provare a ridare alla politica ciò che le spetta: determinare, in base al mandato elettorale, le scelte su cui fondare il futuro del paese.

Alessandro Sansoni

La rottura tra Luigi Di Maio e il Movimento Cinque Stelle apre una fase nuova della vicenda politica italiana. Terminate le elezioni amministrative, giocate ancora in larga misura sulla base di uno schema bipolare con coalizioni contrapposte, ci troviamo subito di fronte ad un’accelerazione, attesa ma improvvisa, dell’evoluzione dello scenario che potrebbe favorire il ritorno di una legge elettorale proporzionale, non più basata sulla logica di coalizione.

In effetti la rottura all’interno del gruppo grillino, oltre a mettere in fibrillazione la maggioranza di governo, mina alla radice la strategia lettiana del Campo Largo, che si basa sulla centralità del PD, ma anche sull’alleanza con una seconda stampella costituita da un M5S in grado di raccogliere un consenso almeno a due cifre, attorno al quale aggregare le forze minori.

La caduta nei sondaggi del partito di Conte già produceva incrinature pesanti nello schema progettato, rendendolo poco competitivo, ma la fuoriuscita di Di Maio significa molto di più. Vuol dire che l’ipotesi di costruzione di una compagine centrista, dotata di una certa consistenza, acquisisce un nuovo adepto, che ha dimostrato, con la costituzione di un gruppo parlamentare, di poter incidere in aula significativamente. I suoi numeri potrebbero rivelarsi decisivi per la riforma elettorale, dal momento che il proporzionale, come noto, riscuote simpatie a varie latitudini, tanto palesi quanto occulte.

Quelle palesi insistono sul fatto che il paese in questa fase ha bisogno di stabilità, di un coinvolgimento ampio delle forze politiche, soprattutto per garantire le riforme e le spese legate al PNRR. Secondo molti commentatori non sarebbe più il momento di prendersi il lusso di assistere a campagne elettorali violente e polarizzate, né di affrontare i prossimi anni perseguendo un’alternanza di uomini e programmi, a seconda degli esiti elettorali.

C’è nostalgia della “stabilità politica” della Prima Repubblica, fondata sull’esistenza di un grande partito di centro come la Democrazia Cristiana. Recuperarla sarebbe l’obiettivo di una riforma elettorale in senso proporzionale.

Ora, a parte il fatto che dal 2011, ovvero dalla fine dell’ultimo Governo Berlusconi, gli italiani non riescono a godere il privilegio, tipico di tutte le grandi democrazie occidentali, di farsi guidare da una maggioranza sancita dalle urne, esistono anche clamorose differenze con il sistema politico che ha guidato l’Italia fino ai Tangentopoli.

La DC era, infatti, un grande partito di massa, all’interno del quale esisteva una dialettica politica (e di programmi) intensa, votato alla conquista del consenso sul territorio e attento alle istanze provenienti dalla società. Godeva soprattutto della necessaria autorevolezza, indispensabile a dettare la linea ai tecnici, alla burocrazia e agli apparati. Oggi non c’è niente di tutto questo. Anzi.

Ci troviamo di fronte ad un personale politico sfibrato e debolissimo, che difficilmente potrebbe eguagliare i voti che furono della DC, ma certamente in grado di frantumare ancora di più la politica italiana e di consegnare i destini del paese ad attori esterni alla competizione democratica. Gli apparati, appunto. Il centrodestra soprattutto dovrebbe opporsi senza indugi ad una simile prospettiva, perché ne verrebbe travolto, tanto più che esistono tutte le condizioni per portare a casa la vittoria tra un anno. E provare a ridare alla politica ciò che le spetta: determinare, in base al mandato elettorale, le scelte su cui fondare il futuro del paese.

Alessandro Sansoni

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