RITROVARE LA PAROLA VERA

Abbiamo sostituito la parola autentica con quella materialistica e utilitaristica. 

In questo tempo di difficoltà e d’emergenza sanitaria, c’è bisogno di riappropriarci 

di una parola che dia vigore, unione e speranza. Capace di fecondare e salvare il girono

 

Abbiamo svilito la parola. L’abbiamo logorata. Stracciata. Offesa. L’abbiamo svenduta e resa insignificante.

La parola, il mezzo più importante che ha l’uomo per esprimersi, per conoscere, per farsi conoscere, per capire, per aiutare, per amare.

L’abbiamo fatto incuranti di quello che poteva significare. Insensibili ai suoi effetti. Tanto eravamo presi a identificare la parola con qualcosa che servisse unicamente a veicolare la nostra smania di possesso, di successo, le nostre attitudini, i nostri pregi, come fossimo imbonitori di noi stessi, mercanti tra i mercanti di una mercanzia chiamata uomo. 

Così la parola diveniva falsa, ruffiana, superficiale, precaria, frusta. Ce ne accorgiamo ora, in questo tempo di crisi, che improvviso, ha toccato e intaccato le nostre vite. Ce ne accorgiamo ora, immersi nella solitudine dei nostri io, che scopriamo più poveri, labili e sbandati. Ce ne accorgiamo ora che il dolore ha invaso un’intera Comunità, interi continenti, scoprendo, inaspettatamente, quel senso di precarietà, di finitezza, che avevamo dimenticato a favore di un’onnipotenza fittizia che governava i nostri giorni, allontanandoci da uno sguardo responsabile, sereno e fecondo sulla vita e sulla sua essenza. Ci manca la parola vera. Ci manca come mai avremmo immaginato, ora che la nostra voce e quella degli altri sono più distanti, più rare e malinconiche. Ora che il mondo s’è fatto muto e solo il silenzio sembra offrire momenti e spunti di riflessione e verità. Ci manca la parola e ci mancano i suoi effetti, adesso che ci rendiamo conto di ciò che può essere in grado d’offrire. Ora che ne assaporiamo la consistenza, perché capiamo come è importante saperla coniugare con il nostro sentire. Quando diviene capace di fecondare un rapporto, di nutrirlo, di farlo crescere nel tempo, di caratterizzarlo. Di renderlo unico. Quando capiamo che essa può indirizzare una vita, creare un destino. Quando sentiamo che la sua forza può alleviare un dolore, placare un istinto, migliorare un momento, renderlo ricco, coinvolgente autentico e virtuoso. Quando intuiamo che sa aprire varchi nel cuore dell’altro, lo sa conquistare, lo sa inondare di gioia, lo sa portare a trovare la forza di credere, sperare e sognare. Quella parola che per essere tale va ricercata con responsabilità, pazienza e dedizione. Va alimentata sempre di senso e d’amore. Quella parola che ci domanda di continuo se è quella giusta, quella autentica, quella penetrante. Perché essa è un dono che facciamo a chi la riceve e come tale deve sempre nutrire le aspettative e i desideri dell’altro. Dobbiamo risvegliare le parole addormentate. Quelle dimenticate. E recuperare quelle perdute, se vogliamo dare a ogni istante di vita un colore e un valore.  Platone preferiva la parola parlata a quella scritta, perché diceva che quella orale permette il dialogo, nutre la domanda e alimenta lo sguardo attento sul momento e su ciò che essa, dentro di noi, fa fiorire. Nella mia libreria, sparso tra i volumi, ho trovato un foglio con su scritto un pensiero di un autore anonimo, che così dice: “Amo la parola, perché mi rappresenta. Per questo cerco sempre quella più appropriata alle situazioni. Perdo del tempo a studiare il senso delle parole, così che quando le uso, nessuno potrà fraintendere il mio pensiero e il mio sentire. E quando non c’è alcuna parola capace di farlo, allora mi rifugio nel silenzio, piuttosto che usarne una inopportuna o inutile”.

E’ vero! E’ meglio il silenzio di una parola vaga e fredda. 

Ma ora è il tempo di riappropriarci delle parole che aiutano, che danno coraggio, che infondono speranza. Abbiamo bisogno di ritrovare quelle capaci di salvare il giorno. Il nostro giorno e quello di chi ci sta accanto. Anche se non lo conosciamo. Anche se fino a ieri ci sembrava lontano, distratto, ostile. Coscienti che solo la parola vera sa creare comunione, sa costruire e salvare, e sa avvicinarci al bagliore della verità.

Romolo Paradiso

Abbiamo sostituito la parola autentica con quella materialistica e utilitaristica. 

In questo tempo di difficoltà e d’emergenza sanitaria, c’è bisogno di riappropriarci 

di una parola che dia vigore, unione e speranza. Capace di fecondare e salvare il girono

 

Abbiamo svilito la parola. L’abbiamo logorata. Stracciata. Offesa. L’abbiamo svenduta e resa insignificante.

La parola, il mezzo più importante che ha l’uomo per esprimersi, per conoscere, per farsi conoscere, per capire, per aiutare, per amare.

L’abbiamo fatto incuranti di quello che poteva significare. Insensibili ai suoi effetti. Tanto eravamo presi a identificare la parola con qualcosa che servisse unicamente a veicolare la nostra smania di possesso, di successo, le nostre attitudini, i nostri pregi, come fossimo imbonitori di noi stessi, mercanti tra i mercanti di una mercanzia chiamata uomo. 

Così la parola diveniva falsa, ruffiana, superficiale, precaria, frusta. Ce ne accorgiamo ora, in questo tempo di crisi, che improvviso, ha toccato e intaccato le nostre vite. Ce ne accorgiamo ora, immersi nella solitudine dei nostri io, che scopriamo più poveri, labili e sbandati. Ce ne accorgiamo ora che il dolore ha invaso un’intera Comunità, interi continenti, scoprendo, inaspettatamente, quel senso di precarietà, di finitezza, che avevamo dimenticato a favore di un’onnipotenza fittizia che governava i nostri giorni, allontanandoci da uno sguardo responsabile, sereno e fecondo sulla vita e sulla sua essenza. Ci manca la parola vera. Ci manca come mai avremmo immaginato, ora che la nostra voce e quella degli altri sono più distanti, più rare e malinconiche. Ora che il mondo s’è fatto muto e solo il silenzio sembra offrire momenti e spunti di riflessione e verità. Ci manca la parola e ci mancano i suoi effetti, adesso che ci rendiamo conto di ciò che può essere in grado d’offrire. Ora che ne assaporiamo la consistenza, perché capiamo come è importante saperla coniugare con il nostro sentire. Quando diviene capace di fecondare un rapporto, di nutrirlo, di farlo crescere nel tempo, di caratterizzarlo. Di renderlo unico. Quando capiamo che essa può indirizzare una vita, creare un destino. Quando sentiamo che la sua forza può alleviare un dolore, placare un istinto, migliorare un momento, renderlo ricco, coinvolgente autentico e virtuoso. Quando intuiamo che sa aprire varchi nel cuore dell’altro, lo sa conquistare, lo sa inondare di gioia, lo sa portare a trovare la forza di credere, sperare e sognare. Quella parola che per essere tale va ricercata con responsabilità, pazienza e dedizione. Va alimentata sempre di senso e d’amore. Quella parola che ci domanda di continuo se è quella giusta, quella autentica, quella penetrante. Perché essa è un dono che facciamo a chi la riceve e come tale deve sempre nutrire le aspettative e i desideri dell’altro. Dobbiamo risvegliare le parole addormentate. Quelle dimenticate. E recuperare quelle perdute, se vogliamo dare a ogni istante di vita un colore e un valore.  Platone preferiva la parola parlata a quella scritta, perché diceva che quella orale permette il dialogo, nutre la domanda e alimenta lo sguardo attento sul momento e su ciò che essa, dentro di noi, fa fiorire. Nella mia libreria, sparso tra i volumi, ho trovato un foglio con su scritto un pensiero di un autore anonimo, che così dice: “Amo la parola, perché mi rappresenta. Per questo cerco sempre quella più appropriata alle situazioni. Perdo del tempo a studiare il senso delle parole, così che quando le uso, nessuno potrà fraintendere il mio pensiero e il mio sentire. E quando non c’è alcuna parola capace di farlo, allora mi rifugio nel silenzio, piuttosto che usarne una inopportuna o inutile”.

E’ vero! E’ meglio il silenzio di una parola vaga e fredda. 

Ma ora è il tempo di riappropriarci delle parole che aiutano, che danno coraggio, che infondono speranza. Abbiamo bisogno di ritrovare quelle capaci di salvare il giorno. Il nostro giorno e quello di chi ci sta accanto. Anche se non lo conosciamo. Anche se fino a ieri ci sembrava lontano, distratto, ostile. Coscienti che solo la parola vera sa creare comunione, sa costruire e salvare, e sa avvicinarci al bagliore della verità.

Romolo Paradiso

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