Rossini nella bacchetta di Pappano

Di RICCARDO LENZI
“La Messa di Gloria è una massa di luce. Rossini si è sempre connesso intensamente al suo pubblico nel suo modo inimitabile: i solisti hanno bisogno di cantare con fervore spirituale e grande sicurezza per comunicare il suo impavido rapporto con Dio”. Il direttore d’orchestra Antonio Pappano parla così della Messa di Gloria che lo vede protagonista in un cd della Warner registrato dopo il concerto di Santa Cecilia, probabilmente uno dei più interessanti dell’annata discografica.
Ma nonostante questo apprezzamento, rimane un mistero perché questa partitura sia così poco conosciuta rispetto ad altri capolavori sacri del Pesarese, come la Petite Messe solennelle o lo Stabat Mater. Rossini scrisse l’opera, una composizione in nove movimenti che si sviluppa sui testi del “Kyrie” e del “Gloria”, per cinque solisti, coro e orchestra. Sin dalle prime battute porta impressa l’impronta inconfondibile del suo verbo stilistico.
Eseguita per la prima volta nella Chiesa di San Ferdinando a Napoli il 24 marzo 1820, è l’unico lavoro liturgico scritto dal compositore prima del ritiro anticipato dalla ribalta del teatro d’opera. Come compositore era in pieno stato di grazia, riconosciuto da tutti (a parte i critici musicali tedeschi) come l’enfant terrible del melodramma e l’esperienza napoletana aveva ampliato enormemente la sua padronanza della scrittura orchestrale e corale. Prono ai suoi piedi aveva uno stuolo di grandi voci che rimasero a sua disposizione, tanto che poté permettersi di scrivere la messa per una coppia di tenori di livello.
Già nel “Kyrie” d’apertura la diffusa opinione che Rossini scriva in un modo operistico ben lontano dagli stilemi liturgici per l’esecuzione in chiesa si conferma in modo più evidente che nello Stabat mater o nella Petite messe. Era più forte di lui scrivere per il sacro in una maniera per così dire “leggera”. In proposito torna in mente il suo celebre commiato in calce all'”Agnus Dei”, sul manoscritto autografo della Petite messe: “Buon Dio, ecco terminata questa povera piccola messa. E’ musica sacra quella che ho appena fatto, o che altro? Ero nato per l’opera buffa, Tu lo sai bene! Un po’ di scienza, un po’ di cuore, e il giuoco è fatto”.
Ma veniamo all’esecuzione: nel quintetto di cantanti solisti il soprano Eleonora Buratto esibisce l’alto livello tecnico, la qualità e il colore della sua voce, che nel “Laudamus te” sale e scende in faraonici volteggi canori, in completo dominio degli effetti, impreziositi dalla perfetta dizione. I due tenori Lawrence Brownlee e Michael Spyres sono encomiabili rispettivamente nel “Gratias” e nel “Qui tollis”: il primo con il suo timbro morbido padroneggia il registro acuto, il secondo imprimendo alla cabaletta l’andamento virtuosistico di cui è riconosciuto maestro.
Il cast è completato dal contralto Teresa Iervolino che ha fatto echeggiare una voce molto robusta nel registro grave, con una emissione che riesce a raggiungere con naturalezza quello acuto, e dal basso Carlo Lepore che riafferma nel “Quoniam” la sua eccellenza istrionica di “buffo”.
Benissimo il coro, a rappresentare nel “Gloria” un assembramento sbarazzino di pastori e angeli, e l’orchestra di Santa Cecilia, che ormai in questo repertorio non hanno rivali.
Anche il grande Stendhal nella sua “Vita di Rossini” ironizza su questa messa insolita per la tradizione, della quale fu spettatore a Napoli: “Rossini lavorò per tre giorni per dare l’apparenza di un canto di chiesa ai suoi più bei motivi. Fu uno spettacolo delizioso; vedemmo sfilare davanti a noi, con una forma un po’ diversa che metteva un che di seducente nei riconoscimenti, tutte le arie sublimi di questo grande compositore”. Rossini non potè evitare il commento di un prete, inevitabilmente presente alla prima, che esclamò con la massima serietà, stando sempre alla cronaca di Stendhal: “Rossini, se tu busserai alle porte del Paradiso con questa messa, malgrado tutti i tuoi peccati, San Pietro non potrà fare a meno di aprirti”.
Di RICCARDO LENZI
“La Messa di Gloria è una massa di luce. Rossini si è sempre connesso intensamente al suo pubblico nel suo modo inimitabile: i solisti hanno bisogno di cantare con fervore spirituale e grande sicurezza per comunicare il suo impavido rapporto con Dio”. Il direttore d’orchestra Antonio Pappano parla così della Messa di Gloria che lo vede protagonista in un cd della Warner registrato dopo il concerto di Santa Cecilia, probabilmente uno dei più interessanti dell’annata discografica.
Ma nonostante questo apprezzamento, rimane un mistero perché questa partitura sia così poco conosciuta rispetto ad altri capolavori sacri del Pesarese, come la Petite Messe solennelle o lo Stabat Mater. Rossini scrisse l’opera, una composizione in nove movimenti che si sviluppa sui testi del “Kyrie” e del “Gloria”, per cinque solisti, coro e orchestra. Sin dalle prime battute porta impressa l’impronta inconfondibile del suo verbo stilistico.
Eseguita per la prima volta nella Chiesa di San Ferdinando a Napoli il 24 marzo 1820, è l’unico lavoro liturgico scritto dal compositore prima del ritiro anticipato dalla ribalta del teatro d’opera. Come compositore era in pieno stato di grazia, riconosciuto da tutti (a parte i critici musicali tedeschi) come l’enfant terrible del melodramma e l’esperienza napoletana aveva ampliato enormemente la sua padronanza della scrittura orchestrale e corale. Prono ai suoi piedi aveva uno stuolo di grandi voci che rimasero a sua disposizione, tanto che poté permettersi di scrivere la messa per una coppia di tenori di livello.
Già nel “Kyrie” d’apertura la diffusa opinione che Rossini scriva in un modo operistico ben lontano dagli stilemi liturgici per l’esecuzione in chiesa si conferma in modo più evidente che nello Stabat mater o nella Petite messe. Era più forte di lui scrivere per il sacro in una maniera per così dire “leggera”. In proposito torna in mente il suo celebre commiato in calce all'”Agnus Dei”, sul manoscritto autografo della Petite messe: “Buon Dio, ecco terminata questa povera piccola messa. E’ musica sacra quella che ho appena fatto, o che altro? Ero nato per l’opera buffa, Tu lo sai bene! Un po’ di scienza, un po’ di cuore, e il giuoco è fatto”.
Ma veniamo all’esecuzione: nel quintetto di cantanti solisti il soprano Eleonora Buratto esibisce l’alto livello tecnico, la qualità e il colore della sua voce, che nel “Laudamus te” sale e scende in faraonici volteggi canori, in completo dominio degli effetti, impreziositi dalla perfetta dizione. I due tenori Lawrence Brownlee e Michael Spyres sono encomiabili rispettivamente nel “Gratias” e nel “Qui tollis”: il primo con il suo timbro morbido padroneggia il registro acuto, il secondo imprimendo alla cabaletta l’andamento virtuosistico di cui è riconosciuto maestro.
Il cast è completato dal contralto Teresa Iervolino che ha fatto echeggiare una voce molto robusta nel registro grave, con una emissione che riesce a raggiungere con naturalezza quello acuto, e dal basso Carlo Lepore che riafferma nel “Quoniam” la sua eccellenza istrionica di “buffo”.
Benissimo il coro, a rappresentare nel “Gloria” un assembramento sbarazzino di pastori e angeli, e l’orchestra di Santa Cecilia, che ormai in questo repertorio non hanno rivali.
Anche il grande Stendhal nella sua “Vita di Rossini” ironizza su questa messa insolita per la tradizione, della quale fu spettatore a Napoli: “Rossini lavorò per tre giorni per dare l’apparenza di un canto di chiesa ai suoi più bei motivi. Fu uno spettacolo delizioso; vedemmo sfilare davanti a noi, con una forma un po’ diversa che metteva un che di seducente nei riconoscimenti, tutte le arie sublimi di questo grande compositore”. Rossini non potè evitare il commento di un prete, inevitabilmente presente alla prima, che esclamò con la massima serietà, stando sempre alla cronaca di Stendhal: “Rossini, se tu busserai alle porte del Paradiso con questa messa, malgrado tutti i tuoi peccati, San Pietro non potrà fare a meno di aprirti”.
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