Il ras delle soffitte, la legge e l’occupazione abusiva: l’ironia amara di Ilaria Salis
Il caso Molino a Torino tra reati, indignazione di Ilaria Salis e il dibattito sull’occupazione abusiva tra legge e paradosso sociale
Molino, Salis e la strana aritmetica della legalità
Ci sono giorni in cui la realtà ha la grazia di una pièce teatrale.
A Torino il signor Molino, ribattezzato “il ras delle soffitte” – un soprannome che già da solo basterebbe per un romanzo verista rivisitato in salsa noir – finisce davanti alla giustizia per un curriculum giudiziario che sembra scritto direttamente dal Codice Penale: appropriazione indebita, evasione fiscale, truffa allo Stato, autoriciclaggio, false comunicazioni sociali.
Ha patteggiato. Pagherà.
La legge, una volta tanto, si è svegliata puntuale.
E come sempre, appena la giustizia muove un passo, la politica corre.
E corre più veloce.
L’indignazione pubblica della Salis
Quando la giustizia decide di occuparsi di un palazzinaro che lucra sulle soffitte altrui, c’è chi non può resistere: entra in scena l’indignazione social.
L’on. Ilaria Salis non ha fatto eccezione, e ha dato libero sfogo al suo senso del dramma:
“A Torino il signor Molino, il cosiddetto “ras delle soffitte”, noto palazzinaro, è finito nei guai dopo anni e anni passati a lucrare sulle persone più povere: migranti, famiglie in difficoltà, chiunque fosse abbastanza vulnerabile da potersene approfittare.
Non contento delle sue modestissime rendite, faceva di tutto per guadagnare ancora di più.
Era accusato di appropriazione indebita, evasione fiscale, truffa ai danni dello Stato, autoriciclaggio, impiego di denaro illecito e false comunicazioni sociali. E ha patteggiato.
Che schifo!”
Ecco, il “che schifo!” che vale più di mille analisi economiche: semplice, diretto, universale.
Funziona per tutto: corruzione, buche in strada, traffico infinito e, ovviamente, il “ras delle soffitte”.
In meno di due righe, Salis ha condensato indignazione morale, condanna sociale e un po’ di teatro da bar.
Perché se la cronaca giudiziaria da sola è noiosa, l’indignazione pubblica è sempre pronta a trasformarla in spettacolo.
Il paradosso della legittimità
Ma il vero nodo arriva subito dopo, non nel commento recente, ma nella memoria dell’anno scorso.
Perché parlando di case e proprietà, Salis dichiarava:
“Chi entra in un alloggio occupato prende senza togliere a nessuno. Ed è un’azione legittima, anche se in base alle leggi attuali è illegale.”
Legittima ma illegale: la nuova formula magica della politica emozionale.
Funziona come certe tisane: non cura nulla ma scalda l’ideologia.
E qui la satira si arrende alla realtà, che da sola è parodia.
Da un lato abbiamo un proprietario che ha violato la legge e che la giustizia sta punendo;
dall’altro, una visione politica che, di fatto, considera l’occupazione abusiva una risposta socialmente accettabile — e perfino “legittima”, benché illegale.
È una specie di aritmetica alternativa:
reato + reato = giustizia sociale.
Un algoritmo che il codice penale, purtroppo, non riconosce.
Nel frattempo, i dati ricordano una cosa poco spettacolare: la legge non condanna la proprietà, né la concentrazione immobiliare, né l’investimento; condanna i reati. Punto.
Molino pagherà non perché era proprietario, ma perché ha violato la legge. È qui che la narrazione traballa: non esiste alcuna equazione per cui l’illegalità del potente autorizza l’illegalità del vulnerabile.
La giustizia non funziona a compensazione emotiva. Né lo Stato può diventare un condominio moralmente autogestito in cui ognuno entra dove “non toglie a nessuno”.
La scorciatoia emotiva della legalità
L’indignazione per Molino da sola non basta.
Serve porsi una domanda più semplice e scomoda: Chi difende davvero la legalità quando la legalità va di moda solo a giorni alterni?
Perché altrimenti rischiamo che la “legittimità sentimentale” di certi slogan diventi la nuova palestra della disobbedienza… e non della civiltà.
Leggi anche: Ilaria Salis e il lavoro come epopea: quando il precariato diventa autostima parlamentare
Torna alle notizie in home