Salvare i ricci dall’estinzione: una ricerca universitaria

“Se non faremo nulla per fermare il declino di questa specie, i ricci si estingueranno in 10-20 anni. Se sono ad un passo dall’estinzione animali così comuni, i prossimi saremo noi, perché siamo – a tutti gli effetti – ad un passo dalla sesta estinzione di massa. Il nostro dovere è proteggerli, perché dalla salute dei ricci dipende anche la nostra sopravvivenza”. A parlare è il dottor Massimo Vacchetta, veterinario che dirige il Centro Recupero Ricci “La Ninna” che oggi ospita circa 200 ricci, alcuni resi disabili dall’attività dell’uomo (investimenti, ferite da decespugliatori e dai tosaerba robotizzati), altri recuperati in condizioni difficili a causa delle conseguenze del cambiamento climatico (impossibilità di andare in letargo, mancanza di prede per l’utilizzo massiccio di prodotti chimici in agricoltura, nei nostri orti e nei giardini).

“Nell’inverno 2022, con un incremento della tendenza negativa registrata negli anni precedenti – aggiunge -, c’è stato un calo dei ricoveri al Centro Ricci “La Ninna” a causa della mortalità elevatissima dovuta alla siccità e al cambiamento climatico: in tutta Europa migliaia di adulti non sono sopravvissuti all’inverno precedente perché non sono stati in grado di acquisire un peso sufficiente per affrontare il letargo o si sono risvegliati precocemente per le elevate temperature dei primi due mesi dell’anno che hanno “mimato” la primavera: questi ultimi non sono sopravvissuti a causa della mancanza di acqua e cibo o per gravi colpi di calore. Sono state rinvenute, come ci hanno confermato anche colleghi dei Centri Europei analoghi al nostro, madri morte a fianco dei loro cuccioli a causa della disidratazione e debilitazione. Invece, in questo inizio d’autunno, abbiamo registrato un incremento preoccupante dei ricoveri di piccoli ricci in difficoltà, molto debilitati o orfani: un altro effetto del riscaldamento globale è il crollo drammatico della popolazione di insetti, prede d’elezione dei ricci che scarseggiano tutto l’anno e ancora di più durante l’autunno, quando il calo sarebbe stato fisiologico anche in condizioni meno critiche di quella attuale”.

Per documentare i numeri di questa emergenza, il Centro Ricci di Novello in provincia di Cuneo ha avviato una collaborazione con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino (DSV) per indagare le cause di ricovero e morte dei ricci. Il progetto, coordinato dalla professoressa Maria Teresa Capucchio, cercherà di mettere a punto i parametri del profilo metabolico ematico di questi piccoli mammiferi e indagherà gli agenti infettivi e parassitari che possono essere veicolati e potenzialmente pericolosi per i ricci e l’ambiente. Si cercherà, inoltre, di capire se, a seguito di periodi di ospedalizzazione di almeno 10-15 giorni, i ricci possono sviluppare resistenza agli antibiotici o modificare il proprio microbiota intestinale.

Saranno presi in considerazione i ricci ricoverati e deceduti presso il Centro Animali Non Convenzionali (C.A.N.C.) del DSV e quelli del Centro Recupero Ricci “La Ninna”.

I dati preliminari sinora disponibili sono stati ottenuti esaminando i soggetti deceduti presso il C.A.N.C. da gennaio 2018 a luglio 2022 e quelli deceduti nel Centro “La Ninna” nel 2022. Un totale di 160 ricci è stato sinora incluso nello studio.

I risultati sono in accordo con la letteratura, che considera i traumi, la debilitazione e le malattie infettive come le principali ragioni di ricovero. I traumi rappresentano una delle cause più comuni di mortalità nei ricci e nella maggior parte dei casi sono legati all’uomo. Le malattie infettive (batteriche o parassitarie) che colpiscono principalmente i polmoni o il tratto gastrointestinale sono un’altra importante causa di morte. Sono stati rilevati frequentemente vermi polmonari, ma  sono necessari ulteriori studi al fine di comprendere l’ecobiologia di questi parassiti e la patogenesi delle loro lesioni. L’aumento della presenza di malattie parassitarie potrebbe dipendere dal cambiamento climatico e/o dalla distruzione dell’habitat dei ricci da parte dell’uomo: la mancanza delle prede di cui solitamente si ciba il riccio, spinge questa specie a nutrirsi di prede inconsuete, spesso ospiti di parassiti potenzialmente letali. E sono in corso indagini istologiche e microbiologiche per verificare il potenziale ruolo degli agenti infettivi nel causare la mortalità dei ricci e nel contribuire al declino della loro popolazione.

“Credo che la collaborazione tra i due centri permetterà di conoscere le cause di morte e malattia dei ricci del Piemonte al fine di poter attuare misure di profilassi adeguate. È importante lavorare ora per evitare che questi piccoli mammiferi essenziali nell’ecosistema, possano arrivare all’estinzione con conseguenze molto gravi per l’ambiente che ci circonda. Conoscere meglio gli agenti infettivi infestivi eventualmente veicolati è altrettanto essenziale per monitorare la circolazione degli agenti biologici nell’ambiente ed i potenziali rischi per le altre specie viventi in un’ottica One Health! È inoltre molto importante valutare l’impatto dell’ospedalizzazione sul microbiota intestinale e sullo sviluppo di antibioticoresistenze per capire quanto l’antropizzazione possa determinarne modifiche/insorgenze potenzialmente dannose per la salute animale e l’equilibrio dell’ecosistema”, aggiunge la Capucchio.

Il prossimo passo sarà quello di trasformare il Centro Ricci “La Ninna” nel primo ospedale e Centro di Ricerca totalmente dedicato a questi piccoli mammiferi. Per questo è stata avviata una raccolta fondi. Il contributo necessario per l’apparecchio radiologico digitale è stato ottenuto, ma sono necessarie altre strumentazioni per indagare il profilo metabolico dei ricci e costruire la sala operatoria; per questo motivo, la raccolta fondi rimarrà aperta anche dopo il superamento dei 15mila euro.

IL RUOLO DEL RISCALDAMENTO GLOBALE E IL DRAMMATICO CALO DELLA SPECIE

Secondo i dati dell’organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) il 2021 è stato uno dei sette anni più caldi mai registrati ed il settimo anno consecutivo (2015-2021) in cui la temperatura globale è stata mediamente superiore di oltre 1 grado centigrado in confronto ai livelli preindustriali.

La scienza prevede che, se andremo avanti di questo passo, nell’arco di questo secolo le temperature potrebbero aumentare di 4-6 gradi causando una tremenda devastazione dell’ambiente in cui viviamo. Per far capire l’entità del problema, basti pensare che i cambiamenti che stiamo vivendo ora sono la conseguenza dell’aumento di un solo grado in 30 anni. I più giovani non hanno conosciuto gli inverni di una quarantina di anni fa: freddi e rigidi, con precipitazioni nevose copiose, candelotti di ghiaccio ad ornare il bordo dei tetti e temperature che scendevano spesso abbondantemente sotto lo zero. Questo era un bene per noi e per l’agricoltura, perché il manto nevoso proteggeva la vegetazione e le colture dal freddo e le manteneva umide e sane.

I ricci sono animali considerati sentinella dello stato di salute di un ecosistema, in quanto a stretto contatto con il suolo, territoriali e insettivori. Il rapido declino di questa specie che, nella sua forma attuale, vive sul pianeta da circa 15 milioni di anni è sintomatico del grado di devastazione che la razza umana sta causando al pianeta. I ricci hanno subìto un calo numerico di ben il 70% in Europa, in soli 20 anni. I dati rilevati in Inghilterra sono ancora più impressionanti; secondo una stima fatta dagli anni settanta ad oggi, gli esemplari presenti sul territorio sarebbero scesi da 30 milioni a meno di ottocentomila.

“Ciò che mi preoccupa di più è la tendenza al rapido peggioramento inserito nel contesto del riscaldamento globale: le temperature in tutto il mondo stanno aumentando vertiginosamente a causa della continua immissione da parte dell’uomo di gas serra, CO2, nell’atmosfera”.

Nell’autunno del 2021 (e temo questa situazione si ripeterà quest’anno) abbiamo dovuto recuperare oltre 70 soggetti molto giovani nati nei mesi di ottobre, novembre e dicembre: troppo tardi per poter mettere su il peso necessario a superare l’inverno. Vent’anni fa queste cose non succedevano perché la stagione delle nascite era limitata alla primavera e all’estate. Ora abbiamo, da diversi anni, una seconda cucciolata in autunno (*vi raccontiamo la storia di Alaska al fondo del comunicato stampa). Il novanta per cento dei piccoli nati in questo periodo è destinato a morire di fame e di stenti. Un riccio dovrebbe andare in letargo a novembre con un peso superiore ai 600 grammi per avere qualche possibilità di rivedere la primavera. Invece nel nostro ospedale abbiamo soccorso piccoli di appena 200 grammi in tardo autunno, come “Talpa”, un bellissimo cucciolo dal nasino rosa, trovato in pieno giorno, che barcollava stremato dalla denutrizione.

Il problema più grave da affrontare in questo momento è l’inerzia, la mancanza di azione. Il genere umano sembra non comprendere l’entità e l’imminenza della crisi climatica, percepita come una situazione certamente pericolosa ma lontana nel tempo e che quindi che non ci tocca direttamente. Complice di tutto questo è l’informazione non abbastanza incisiva, capillare e costante e la disinformazione legata agli interessi delle multinazionali che, noncuranti del destino che ci attende, continuano a privilegiare il profitto a breve termine “dimenticandosi” che presto ampie zone della Terra diventeranno inabitabili”  

Non voglio che i ricci si estinguano, non solo perché li ritengo animali meravigliosi, ma perché temo che il loro destino possa presto diventare il nostro…” conclude Massimo Vacchetta.

Per chi volesse informarsi sui ricci e su come poterli aiutare, sui canali social del Centro, si possono trovare consigli preziosi per il primo soccorso, su come raccogliere e trasportare un riccio, come costruire una mangiatoia e una sezione in cui si può adottare un riccio che non potrà tornare in libertà o fare una donazione.

I NUMERI DELLO STUDIO IN CORSO SULLA MORTALITÀ DEI RICCI

Dei 160 ricci esaminati, 85 erano maschi (53,1%) e 75 femmine (46,9%). La maggior parte dei ricci era adulta (n= 79, 49,4%) o giovane (n=78, 48,7%), mentre solo l’1,9% era neonato (n=3). Inoltre, la metà dei ricci deceduti è stata ricoverata in estate (n=60, 37,5%) e in primavera (n=57, 35,6%), mentre pochi animali sono stati raccolti in inverno (n=5, 3,1%) e in autunno (n=38, 23,8%). I traumi (n=63, 39,4%) e la debolezza (n=61, 38,1%) sono state le principali cause di ricovero, seguite da ricoveri casuali di ricci trovati in luoghi inappropriati e portati ai centri dai cittadini (n=27, 16,9%) e da sintomi respiratori/gastrointestinali (n=9, 5,6%). Secondo i risultati della necroscopia, le lesioni traumatiche (n=56, 35,0%) e le malattie infettive/parassitarie (n=47, 29,4%) sono state le principali cause di morte. Meno frequentemente, i ricci sono morti per inedia (n=15, 9,4%) e predazione (n=9, 5,6%). Macroscopicamente, i polmoni sono stati gli organi più colpiti (n=117, 73,1%), principalmente con broncopolmonite catarrale, purulenta o granulomatosa (n=102, 87,2%). Tra i ricci affetti da broncopolmonite, 34 (29,0%) presentavano nematodi polmonari. Sono state registrate lesioni anche nell’intestino (n=29, 18,1%), nello stomaco (n=27, 16,9%), nella milza (n=22, 13,7%), nel fegato (n=18, 11,2%) e nel cervello (n=14, 8,75%). In particolare, le lesioni principali registrate nell’intestino colpito sono state l’enterite catarrale segmentaria (n=24, 82,7%) e l’enterite emorragica (n=5, 17,3%), mentre la gastrite catarrale (n=18, 66,7%) e quella emorragica (n=5, 18,5%) sono state registrate principalmente nello stomaco. Le milze hanno mostrato splenomegalia (n=12, 54,5%) e decolorazione (n=10, 45,5%); la lipidosi è stata la principale lesione osservata nel fegato (n=9, 50%). Nel cervello, le lesioni traumatiche come ematomi subdurali (n=7, 50,0%), emorragie (n=2, 14,3%) e iperemia (n=5, 35,7%) erano i principali reperti. I traumi cerebrali erano generalmente associati ad altre lesioni traumatiche come fratture dell’arto anteriore (n=1, 0,6%), dell’arto posteriore (n=6, 3,7%), del cranio (n=2, 1,2%) o del bacino (n=1, 0,6%), amputazioni (n=6, 3,7%), ematomi cutanei (n=27, 16,9%) e lacerazioni/eruzioni (n=13, 8,1%) o rottura del fegato (n=2, 1,2%).

COME RICONOSCERE UN RICCIO IN DIFFICOLTA’  

Un riccio che pesa indicativamente sotto i 300 grammi a ottobre, 400 grammi a novembre e 500 grammi a dicembre deve essere raccolto e portato a un centro di recupero. Un riccio trovato  a vagare di giorno è sempre  da recuperare e soccorrere (è un animale notturno e se si trova in giro nelle ore diurne è perché non sta bene). I ricci trovati a bordo strada, se feriti (controllare se si appallottola, se perde sangue dal naso o ha perdite ematiche sul corpo) sono da portare immediatamente a un centro di recupero: hanno bisogno di un soccorso immediato.

“Se non faremo nulla per fermare il declino di questa specie, i ricci si estingueranno in 10-20 anni. Se sono ad un passo dall’estinzione animali così comuni, i prossimi saremo noi, perché siamo – a tutti gli effetti – ad un passo dalla sesta estinzione di massa. Il nostro dovere è proteggerli, perché dalla salute dei ricci dipende anche la nostra sopravvivenza”. A parlare è il dottor Massimo Vacchetta, veterinario che dirige il Centro Recupero Ricci “La Ninna” che oggi ospita circa 200 ricci, alcuni resi disabili dall’attività dell’uomo (investimenti, ferite da decespugliatori e dai tosaerba robotizzati), altri recuperati in condizioni difficili a causa delle conseguenze del cambiamento climatico (impossibilità di andare in letargo, mancanza di prede per l’utilizzo massiccio di prodotti chimici in agricoltura, nei nostri orti e nei giardini).

“Nell’inverno 2022, con un incremento della tendenza negativa registrata negli anni precedenti – aggiunge -, c’è stato un calo dei ricoveri al Centro Ricci “La Ninna” a causa della mortalità elevatissima dovuta alla siccità e al cambiamento climatico: in tutta Europa migliaia di adulti non sono sopravvissuti all’inverno precedente perché non sono stati in grado di acquisire un peso sufficiente per affrontare il letargo o si sono risvegliati precocemente per le elevate temperature dei primi due mesi dell’anno che hanno “mimato” la primavera: questi ultimi non sono sopravvissuti a causa della mancanza di acqua e cibo o per gravi colpi di calore. Sono state rinvenute, come ci hanno confermato anche colleghi dei Centri Europei analoghi al nostro, madri morte a fianco dei loro cuccioli a causa della disidratazione e debilitazione. Invece, in questo inizio d’autunno, abbiamo registrato un incremento preoccupante dei ricoveri di piccoli ricci in difficoltà, molto debilitati o orfani: un altro effetto del riscaldamento globale è il crollo drammatico della popolazione di insetti, prede d’elezione dei ricci che scarseggiano tutto l’anno e ancora di più durante l’autunno, quando il calo sarebbe stato fisiologico anche in condizioni meno critiche di quella attuale”.

Per documentare i numeri di questa emergenza, il Centro Ricci di Novello in provincia di Cuneo ha avviato una collaborazione con il Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino (DSV) per indagare le cause di ricovero e morte dei ricci. Il progetto, coordinato dalla professoressa Maria Teresa Capucchio, cercherà di mettere a punto i parametri del profilo metabolico ematico di questi piccoli mammiferi e indagherà gli agenti infettivi e parassitari che possono essere veicolati e potenzialmente pericolosi per i ricci e l’ambiente. Si cercherà, inoltre, di capire se, a seguito di periodi di ospedalizzazione di almeno 10-15 giorni, i ricci possono sviluppare resistenza agli antibiotici o modificare il proprio microbiota intestinale.

Saranno presi in considerazione i ricci ricoverati e deceduti presso il Centro Animali Non Convenzionali (C.A.N.C.) del DSV e quelli del Centro Recupero Ricci “La Ninna”.

I dati preliminari sinora disponibili sono stati ottenuti esaminando i soggetti deceduti presso il C.A.N.C. da gennaio 2018 a luglio 2022 e quelli deceduti nel Centro “La Ninna” nel 2022. Un totale di 160 ricci è stato sinora incluso nello studio.

I risultati sono in accordo con la letteratura, che considera i traumi, la debilitazione e le malattie infettive come le principali ragioni di ricovero. I traumi rappresentano una delle cause più comuni di mortalità nei ricci e nella maggior parte dei casi sono legati all’uomo. Le malattie infettive (batteriche o parassitarie) che colpiscono principalmente i polmoni o il tratto gastrointestinale sono un’altra importante causa di morte. Sono stati rilevati frequentemente vermi polmonari, ma  sono necessari ulteriori studi al fine di comprendere l’ecobiologia di questi parassiti e la patogenesi delle loro lesioni. L’aumento della presenza di malattie parassitarie potrebbe dipendere dal cambiamento climatico e/o dalla distruzione dell’habitat dei ricci da parte dell’uomo: la mancanza delle prede di cui solitamente si ciba il riccio, spinge questa specie a nutrirsi di prede inconsuete, spesso ospiti di parassiti potenzialmente letali. E sono in corso indagini istologiche e microbiologiche per verificare il potenziale ruolo degli agenti infettivi nel causare la mortalità dei ricci e nel contribuire al declino della loro popolazione.

“Credo che la collaborazione tra i due centri permetterà di conoscere le cause di morte e malattia dei ricci del Piemonte al fine di poter attuare misure di profilassi adeguate. È importante lavorare ora per evitare che questi piccoli mammiferi essenziali nell’ecosistema, possano arrivare all’estinzione con conseguenze molto gravi per l’ambiente che ci circonda. Conoscere meglio gli agenti infettivi infestivi eventualmente veicolati è altrettanto essenziale per monitorare la circolazione degli agenti biologici nell’ambiente ed i potenziali rischi per le altre specie viventi in un’ottica One Health! È inoltre molto importante valutare l’impatto dell’ospedalizzazione sul microbiota intestinale e sullo sviluppo di antibioticoresistenze per capire quanto l’antropizzazione possa determinarne modifiche/insorgenze potenzialmente dannose per la salute animale e l’equilibrio dell’ecosistema”, aggiunge la Capucchio.

Il prossimo passo sarà quello di trasformare il Centro Ricci “La Ninna” nel primo ospedale e Centro di Ricerca totalmente dedicato a questi piccoli mammiferi. Per questo è stata avviata una raccolta fondi. Il contributo necessario per l’apparecchio radiologico digitale è stato ottenuto, ma sono necessarie altre strumentazioni per indagare il profilo metabolico dei ricci e costruire la sala operatoria; per questo motivo, la raccolta fondi rimarrà aperta anche dopo il superamento dei 15mila euro.

IL RUOLO DEL RISCALDAMENTO GLOBALE E IL DRAMMATICO CALO DELLA SPECIE

Secondo i dati dell’organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) il 2021 è stato uno dei sette anni più caldi mai registrati ed il settimo anno consecutivo (2015-2021) in cui la temperatura globale è stata mediamente superiore di oltre 1 grado centigrado in confronto ai livelli preindustriali.

La scienza prevede che, se andremo avanti di questo passo, nell’arco di questo secolo le temperature potrebbero aumentare di 4-6 gradi causando una tremenda devastazione dell’ambiente in cui viviamo. Per far capire l’entità del problema, basti pensare che i cambiamenti che stiamo vivendo ora sono la conseguenza dell’aumento di un solo grado in 30 anni. I più giovani non hanno conosciuto gli inverni di una quarantina di anni fa: freddi e rigidi, con precipitazioni nevose copiose, candelotti di ghiaccio ad ornare il bordo dei tetti e temperature che scendevano spesso abbondantemente sotto lo zero. Questo era un bene per noi e per l’agricoltura, perché il manto nevoso proteggeva la vegetazione e le colture dal freddo e le manteneva umide e sane.

I ricci sono animali considerati sentinella dello stato di salute di un ecosistema, in quanto a stretto contatto con il suolo, territoriali e insettivori. Il rapido declino di questa specie che, nella sua forma attuale, vive sul pianeta da circa 15 milioni di anni è sintomatico del grado di devastazione che la razza umana sta causando al pianeta. I ricci hanno subìto un calo numerico di ben il 70% in Europa, in soli 20 anni. I dati rilevati in Inghilterra sono ancora più impressionanti; secondo una stima fatta dagli anni settanta ad oggi, gli esemplari presenti sul territorio sarebbero scesi da 30 milioni a meno di ottocentomila.

“Ciò che mi preoccupa di più è la tendenza al rapido peggioramento inserito nel contesto del riscaldamento globale: le temperature in tutto il mondo stanno aumentando vertiginosamente a causa della continua immissione da parte dell’uomo di gas serra, CO2, nell’atmosfera”.

Nell’autunno del 2021 (e temo questa situazione si ripeterà quest’anno) abbiamo dovuto recuperare oltre 70 soggetti molto giovani nati nei mesi di ottobre, novembre e dicembre: troppo tardi per poter mettere su il peso necessario a superare l’inverno. Vent’anni fa queste cose non succedevano perché la stagione delle nascite era limitata alla primavera e all’estate. Ora abbiamo, da diversi anni, una seconda cucciolata in autunno (*vi raccontiamo la storia di Alaska al fondo del comunicato stampa). Il novanta per cento dei piccoli nati in questo periodo è destinato a morire di fame e di stenti. Un riccio dovrebbe andare in letargo a novembre con un peso superiore ai 600 grammi per avere qualche possibilità di rivedere la primavera. Invece nel nostro ospedale abbiamo soccorso piccoli di appena 200 grammi in tardo autunno, come “Talpa”, un bellissimo cucciolo dal nasino rosa, trovato in pieno giorno, che barcollava stremato dalla denutrizione.

Il problema più grave da affrontare in questo momento è l’inerzia, la mancanza di azione. Il genere umano sembra non comprendere l’entità e l’imminenza della crisi climatica, percepita come una situazione certamente pericolosa ma lontana nel tempo e che quindi che non ci tocca direttamente. Complice di tutto questo è l’informazione non abbastanza incisiva, capillare e costante e la disinformazione legata agli interessi delle multinazionali che, noncuranti del destino che ci attende, continuano a privilegiare il profitto a breve termine “dimenticandosi” che presto ampie zone della Terra diventeranno inabitabili”  

Non voglio che i ricci si estinguano, non solo perché li ritengo animali meravigliosi, ma perché temo che il loro destino possa presto diventare il nostro…” conclude Massimo Vacchetta.

Per chi volesse informarsi sui ricci e su come poterli aiutare, sui canali social del Centro, si possono trovare consigli preziosi per il primo soccorso, su come raccogliere e trasportare un riccio, come costruire una mangiatoia e una sezione in cui si può adottare un riccio che non potrà tornare in libertà o fare una donazione.

I NUMERI DELLO STUDIO IN CORSO SULLA MORTALITÀ DEI RICCI

Dei 160 ricci esaminati, 85 erano maschi (53,1%) e 75 femmine (46,9%). La maggior parte dei ricci era adulta (n= 79, 49,4%) o giovane (n=78, 48,7%), mentre solo l’1,9% era neonato (n=3). Inoltre, la metà dei ricci deceduti è stata ricoverata in estate (n=60, 37,5%) e in primavera (n=57, 35,6%), mentre pochi animali sono stati raccolti in inverno (n=5, 3,1%) e in autunno (n=38, 23,8%). I traumi (n=63, 39,4%) e la debolezza (n=61, 38,1%) sono state le principali cause di ricovero, seguite da ricoveri casuali di ricci trovati in luoghi inappropriati e portati ai centri dai cittadini (n=27, 16,9%) e da sintomi respiratori/gastrointestinali (n=9, 5,6%). Secondo i risultati della necroscopia, le lesioni traumatiche (n=56, 35,0%) e le malattie infettive/parassitarie (n=47, 29,4%) sono state le principali cause di morte. Meno frequentemente, i ricci sono morti per inedia (n=15, 9,4%) e predazione (n=9, 5,6%). Macroscopicamente, i polmoni sono stati gli organi più colpiti (n=117, 73,1%), principalmente con broncopolmonite catarrale, purulenta o granulomatosa (n=102, 87,2%). Tra i ricci affetti da broncopolmonite, 34 (29,0%) presentavano nematodi polmonari. Sono state registrate lesioni anche nell’intestino (n=29, 18,1%), nello stomaco (n=27, 16,9%), nella milza (n=22, 13,7%), nel fegato (n=18, 11,2%) e nel cervello (n=14, 8,75%). In particolare, le lesioni principali registrate nell’intestino colpito sono state l’enterite catarrale segmentaria (n=24, 82,7%) e l’enterite emorragica (n=5, 17,3%), mentre la gastrite catarrale (n=18, 66,7%) e quella emorragica (n=5, 18,5%) sono state registrate principalmente nello stomaco. Le milze hanno mostrato splenomegalia (n=12, 54,5%) e decolorazione (n=10, 45,5%); la lipidosi è stata la principale lesione osservata nel fegato (n=9, 50%). Nel cervello, le lesioni traumatiche come ematomi subdurali (n=7, 50,0%), emorragie (n=2, 14,3%) e iperemia (n=5, 35,7%) erano i principali reperti. I traumi cerebrali erano generalmente associati ad altre lesioni traumatiche come fratture dell’arto anteriore (n=1, 0,6%), dell’arto posteriore (n=6, 3,7%), del cranio (n=2, 1,2%) o del bacino (n=1, 0,6%), amputazioni (n=6, 3,7%), ematomi cutanei (n=27, 16,9%) e lacerazioni/eruzioni (n=13, 8,1%) o rottura del fegato (n=2, 1,2%).

COME RICONOSCERE UN RICCIO IN DIFFICOLTA’  

Un riccio che pesa indicativamente sotto i 300 grammi a ottobre, 400 grammi a novembre e 500 grammi a dicembre deve essere raccolto e portato a un centro di recupero. Un riccio trovato  a vagare di giorno è sempre  da recuperare e soccorrere (è un animale notturno e se si trova in giro nelle ore diurne è perché non sta bene). I ricci trovati a bordo strada, se feriti (controllare se si appallottola, se perde sangue dal naso o ha perdite ematiche sul corpo) sono da portare immediatamente a un centro di recupero: hanno bisogno di un soccorso immediato.

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