SALVINI IN DIFICOLTÀ: AL GOVERNO E NEL PARTITO

Una cosa Matteo Salvini dovrebbe capire: La Lega non è come la Democrazia Cristiana della Prima Repubblica in grado di tenere insieme, pur nelle loro diversità, tutte le sue varie anime interne e lui non è Enrico Berlinguer capace di guidare un Partito Comunista che, pur non tradendo una storica linea di opposizione, contribuì con i governi di allora a sconfiggere il terrorismo. Per dire che il Partito di lotta e di governo o lo sai fare, oppure – per citare il Dante dell’Inferno – finirai tra color “c’hanno perduto il ben dell’intelletto”. Non si capirebbe diversamente la schizofrenia di una Lega che entra nel Governo per poi oscillare di continuo tra il richiamo di Fratelli d’Italia e gli “schiaffi”, ovviamente metaforici, di Palazzo Chigi. Una prima “bacchettata” Salvini se l’è presa il giorno d’insediamento del Governo con l’elogio della moneta unica e con la condanna del nazionalismo. Eravamo, allora, a febbraio ma ai primi di maggio un nuovo “schiaffone” ha riguardato il tema dell’immigrazione, quando Draghi disse che “nessuno deve essere lasciato solo nelle acque territoriali italiane”. E come sorvolare – per restare solo ai casi più eclatanti – sulle dimissioni ottenute dal sottosegretario Claudio Durigon e sulle parole con le quali più volte il Presidente del Consiglio ha difeso di Ministri della Salute e degli Interni? Di Speranza disse che le critiche “non sono né fondate né giustificate” e della Lamorgese che “è brava e lavora bene”. Due, in particolare, i problemi che impediscono al Segretario della Lega di stare con convinzione nella maggioranza governativa: il fiato sul collo di Giorgia Meloni che nei sondaggi lo ha stabilmente superato, e le divisioni interne del partito tra i Governatori portatori degli interessi dell’imprenditoria del nord e i Bagnai e i Borghi sensibili ai richiami dei no vax e comunque critici con Draghi. E poi ci sono i malumori fra i leghisti ortodossi cresciuti nel solco bossiano e alcuni esponenti del partito, come l’europarlamentare Francesca Donato, che con le loro uscite creano sconcerto e disappunto. Anche così si spiega – in parte ma è un’aggravante – la gaffe televisiva del Segretario della Lega secondo il quale “le varianti nascono come reazioni ai vaccini”. La replica del mondo della scienza è stata tranchant e secca: “Il senatore Salvini deve parlare delle cose che sa e non di cose orecchiate in giro”. Un monito che difficilmente il “Nostro” ascolterà, soprattutto con un importante turno amministrativo alle porte. Poi, a seconda dei risultati, si vedrà.

PdA

Una cosa Matteo Salvini dovrebbe capire: La Lega non è come la Democrazia Cristiana della Prima Repubblica in grado di tenere insieme, pur nelle loro diversità, tutte le sue varie anime interne e lui non è Enrico Berlinguer capace di guidare un Partito Comunista che, pur non tradendo una storica linea di opposizione, contribuì con i governi di allora a sconfiggere il terrorismo. Per dire che il Partito di lotta e di governo o lo sai fare, oppure – per citare il Dante dell’Inferno – finirai tra color “c’hanno perduto il ben dell’intelletto”. Non si capirebbe diversamente la schizofrenia di una Lega che entra nel Governo per poi oscillare di continuo tra il richiamo di Fratelli d’Italia e gli “schiaffi”, ovviamente metaforici, di Palazzo Chigi. Una prima “bacchettata” Salvini se l’è presa il giorno d’insediamento del Governo con l’elogio della moneta unica e con la condanna del nazionalismo. Eravamo, allora, a febbraio ma ai primi di maggio un nuovo “schiaffone” ha riguardato il tema dell’immigrazione, quando Draghi disse che “nessuno deve essere lasciato solo nelle acque territoriali italiane”. E come sorvolare – per restare solo ai casi più eclatanti – sulle dimissioni ottenute dal sottosegretario Claudio Durigon e sulle parole con le quali più volte il Presidente del Consiglio ha difeso di Ministri della Salute e degli Interni? Di Speranza disse che le critiche “non sono né fondate né giustificate” e della Lamorgese che “è brava e lavora bene”. Due, in particolare, i problemi che impediscono al Segretario della Lega di stare con convinzione nella maggioranza governativa: il fiato sul collo di Giorgia Meloni che nei sondaggi lo ha stabilmente superato, e le divisioni interne del partito tra i Governatori portatori degli interessi dell’imprenditoria del nord e i Bagnai e i Borghi sensibili ai richiami dei no vax e comunque critici con Draghi. E poi ci sono i malumori fra i leghisti ortodossi cresciuti nel solco bossiano e alcuni esponenti del partito, come l’europarlamentare Francesca Donato, che con le loro uscite creano sconcerto e disappunto. Anche così si spiega – in parte ma è un’aggravante – la gaffe televisiva del Segretario della Lega secondo il quale “le varianti nascono come reazioni ai vaccini”. La replica del mondo della scienza è stata tranchant e secca: “Il senatore Salvini deve parlare delle cose che sa e non di cose orecchiate in giro”. Un monito che difficilmente il “Nostro” ascolterà, soprattutto con un importante turno amministrativo alle porte. Poi, a seconda dei risultati, si vedrà.

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