Sconfiggere la dittatura  del “politicamente corretto”

 

Una nuova dittatura da tempo sta condizionando la vita di noi occidentali: il “politicamente corretto”. Quel modo di pensare e agire attraverso un linguaggio e un atteggiamento considerati gli unici in grado di qualificarci come persone “civili”, al passo coi tempi e quindi degne di considerazione e rispetto. 

Eppure, il primo principio di un sistema democratico è proprio la libertà di pensiero e d’espressione.

L’affermano tutte le moderne costituzioni, che per questo si differenziano da quelle totalitarie. Ma nel momento in cui all’interno delle società s’impone, come base di rispetto, un pensiero unico, cade il castello sulle cui fondamenta è improntata la libertà della persona. Perché dichiararsi a favore della famiglia tradizionale diventa una bestemmia da pagare con feroci manifestazioni di piazza e un variopinto gay pride, o dichiararsi per una “famiglia arcobaleno” ha un’accoglienza compiacente, bonaria e rispettosa? Perché se si definisce l’utero in affitto un mercimonio, si finisce linciati dai social e sotto la lente d’ingrandimento punitiva della comunità intellettuale? Perché se nelle scuole si fanno i presepi per il Natale o si tiene un crocifisso in aula si è etichettati come irrispettosi della libertà di culto? Disconoscendo che la religione cattolica appartiene da sempre alle nostre radici culturali ed etiche. Perché se si dice di credere nella Patria, nelle tradizioni, in una storia comune obiettiva e condivisa come valori collanti di una Comunità o se si critica questa Europa concepita e guidata da logiche esclusivamente mercantili e finanziarie, per volerne invece una solidale, federale, liberale e sociale si è tacciati d’essere sovranisti, populisti, nazionalisti, dando a tali definizioni un significato spregevole? Perché se ci si definisce, ancor oggi, “comunisti”, nessuno alza la manina per dire che il comunismo, come il nazismo e il fascismo è caratterizzato da un chiaro intento liberticida e da tracciati storici ancora oggi pregni di sangue, anzi trovi più di qualche esponente della cultura che conta che ne fa motivo di fregio e d’orgoglio? Perché poeti, scrittori, artisti, filosofi che hanno dato un’impronta culturale importante non solo alla nostra Nazione, ma al mondo intero, come Giovanni Gentile, Fernando Pessoa, Niccolò Machiavelli, Osvald Spengler, Gabriele D’Annunzio, Giovanni Papini, Ortega y Gasset, Giuseppe Prezzolini, Ezra Pound, Filippo Tommaso Marinetti, Vittorio G. Rossi, Martin Heidegger, Giuseppe Berto, Ennio Flaiano, Leo Longanesi, Gesualdo Bufalino, Julius Evola, Giovannino Guareschi, Ernst Jünger, Emil Cioran, Pier Paolo Pasolini, Yukio Mishima, Leonardo Sciascia, Vilfredo Pareto, Cesare Pavese, Mircea Eliade, Renzo De Felice, Nicolas Gómez Dávila, Hans Georg Gadamer, Alain De Benoist, G. K. Chesterton, Georges Sorel, Leonardo Sciascia, Miguel Unamuno e si potrebbe continuare all’infinito, sono stati messi nel dimenticatoio e non si leggono e studiano più? Perché erano scomodi, in quanto uomini liberi che esprimono un pensiero alternativo a quello dominante e quindi danno fastidio, disturbano i manovratori delle folle e dei popoli?

Perché l’ambientalismo deve considerarsi un patrimonio esclusivo della sinistra, quando è invece l’espressione più autentica della cultura conservatrice, la quale si prefigge di tutelare quanto è utile allo sviluppo etico, civile e naturale dell’uomo, considerando questo un elemento organico e in relazione con gli altri elementi del creato, quando è invece insito nella cultura marxista, liberista, positivista, che la natura deve sottomettersi agli interessi dell’uomo?

E’ una questione di ignoranza? O è un atteggiamento puramente demagogico e utilitaristico di una certa intellighenzia di potere che sfrutta anche una flebile presa di posizione in tal senso da parte delle correnti partitiche conservatrici? 

Cosa spinge l’azione violenta dei politicamente corretti a distruggere statue e simboli di uomini o di opere appartenenti a epoche storiche passate, sol perché qualcuno o qualcosa non ha agito o non è stata fatta secondo i canoni a loro oggi appartenenti? Evitando oltretutto, di dare un giudizio equanime su tutto e tutti, per un evidente intento demagogico. Il “politicamente corretto” invade e coinvolge ogni aspetto e ogni istituzione della società, anche quella che più di tutte dovrebbe esserne distante, soprattutto per una questione di giustizia umana: la Chiesa. Il suo atteggiamento di silenzio nei confronti di quanto accade da mesi a Hong Kong non si spiega, se non nell’evitare conflitti con il Partito Comunista Cinese con il quale s’è trovato un accordo storico per la nomina, congiunta, dei vescovi della stessa Repubblica Popolare. In questo contesto si colloca anche il silenzio nei confronti delle popolazioni del Tibet e dei monaci buddisti lì residenti sottoposti a privazioni e angherie, più volte fortemente denunciate a suo tempo da Giovanni Paolo II. Stesso dicasi per la mancanza dei diritti civili e delle libertà sociali del popolo cinese. Anche sul problema emigrazione la Chiesa rimane cauta, limitandosi a pronunciare la necessità di un’accoglienza umanitaria per popolazioni in evidente e tragico disagio, non facendo menzione che tale accoglienza deve essere un dovere di tutti gli Stati europei e addirittura di quelli più evoluti del mondo.  E, ancora, perché la stessa Chiesa non è scesa a difesa della famiglia, che dovrebbe essere un baluardo della religione cattolica, nel convegno internazionale di Verona a essa dedicato dello scorso anno, di fronte ai numerosi e furiosi attacchi verbali e morali da parte dei media e delle intelligenze che contano, mentre si dimostra cauta nel giudicare forme altre di unioni al di fuori dell’istituto familiare? Perché il suo rappresentante più importante, il Papa, s’affretta a ricevere politici di governo ed esponenti di partiti spesso nemmeno credenti, come è accaduto in Italia, e non accenna a farlo con quelli che ne rappresentano la “democratica” opposizione, come se la religione, ma soprattutto Dio, abbia una precisa visione politica, invece d’essere il Dio di tutti, anche e soprattutto di quelli che sbagliano, se sbagliano? Per opportunismo politico? Per non trovarsi in difficoltà con il pensiero dominante? Per una crisi di valori e d’orientamento che l’attraversa? 

Insomma, viviamo un tempo in cui trionfa l’isteria della faziosità, quella del vedere dappertutto un nemico, quella dell’omologazione a tutti i costi, quella “dell’io che prevale su ogni cosa”, quella del pensiero unico. 

Un periodo di decadenza di valori, sì, ma anche d’una fragilità di libertà di pensiero e d’azione che sta mortificando l’umana intelligenza e sensibilità. 

Il dialogo, l’ascolto, il rispetto tra i diversi pensieri e orientamenti politici, tra differenti percorsi ed esperienze di vita è una ricchezza infungibile dell’uomo. 

Serve alla sua  evoluzione umana e sociale. Perché mette nelle condizioni di accrescere la visione e l’analisi su se stessi e sulla vita. Dispone ad allontanare il desiderio di sopraffazione e alimenta quello della conoscenza e della comprensione. Favorisce l’empatia, l’afflato, l’amicizia e anche l’amore.

E spinge al pensiero, l’arma più potente contro l’omologazione di massa, con la conseguenza d’allontanare l’essere dalla solitudine e dalle sirene del possesso, del successo, dell’utile, dell’individualismo esasperati, ancelle suadenti del mercato, che invece la procurano, facendolo cadere in forme di depressione nelle quali il nulla, la disperazione e il disorientamento hanno il sopravvento. 

Abbiamo bisogno di ritrovarci nella nostra umanità, proprio attraverso l’accettazione delle differenze. Abbiamo necessità di allargare gli orizzonti di pensiero per un pensiero che funga da stimolo, da propellente per un oggi e un domani dominato dai valori e logiche veramente necessari all’uomo e al senso di civiltà. 

Solo così sconfiggeremo ogni tentativo di limitare la nostra libertà, il senso della democrazia e quello della giustizia. Solo così potremmo dire con Voltaire: “Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”.

Romolo Paradiso

 

Una nuova dittatura da tempo sta condizionando la vita di noi occidentali: il “politicamente corretto”. Quel modo di pensare e agire attraverso un linguaggio e un atteggiamento considerati gli unici in grado di qualificarci come persone “civili”, al passo coi tempi e quindi degne di considerazione e rispetto. 

Eppure, il primo principio di un sistema democratico è proprio la libertà di pensiero e d’espressione.

L’affermano tutte le moderne costituzioni, che per questo si differenziano da quelle totalitarie. Ma nel momento in cui all’interno delle società s’impone, come base di rispetto, un pensiero unico, cade il castello sulle cui fondamenta è improntata la libertà della persona. Perché dichiararsi a favore della famiglia tradizionale diventa una bestemmia da pagare con feroci manifestazioni di piazza e un variopinto gay pride, o dichiararsi per una “famiglia arcobaleno” ha un’accoglienza compiacente, bonaria e rispettosa? Perché se si definisce l’utero in affitto un mercimonio, si finisce linciati dai social e sotto la lente d’ingrandimento punitiva della comunità intellettuale? Perché se nelle scuole si fanno i presepi per il Natale o si tiene un crocifisso in aula si è etichettati come irrispettosi della libertà di culto? Disconoscendo che la religione cattolica appartiene da sempre alle nostre radici culturali ed etiche. Perché se si dice di credere nella Patria, nelle tradizioni, in una storia comune obiettiva e condivisa come valori collanti di una Comunità o se si critica questa Europa concepita e guidata da logiche esclusivamente mercantili e finanziarie, per volerne invece una solidale, federale, liberale e sociale si è tacciati d’essere sovranisti, populisti, nazionalisti, dando a tali definizioni un significato spregevole? Perché se ci si definisce, ancor oggi, “comunisti”, nessuno alza la manina per dire che il comunismo, come il nazismo e il fascismo è caratterizzato da un chiaro intento liberticida e da tracciati storici ancora oggi pregni di sangue, anzi trovi più di qualche esponente della cultura che conta che ne fa motivo di fregio e d’orgoglio? Perché poeti, scrittori, artisti, filosofi che hanno dato un’impronta culturale importante non solo alla nostra Nazione, ma al mondo intero, come Giovanni Gentile, Fernando Pessoa, Niccolò Machiavelli, Osvald Spengler, Gabriele D’Annunzio, Giovanni Papini, Ortega y Gasset, Giuseppe Prezzolini, Ezra Pound, Filippo Tommaso Marinetti, Vittorio G. Rossi, Martin Heidegger, Giuseppe Berto, Ennio Flaiano, Leo Longanesi, Gesualdo Bufalino, Julius Evola, Giovannino Guareschi, Ernst Jünger, Emil Cioran, Pier Paolo Pasolini, Yukio Mishima, Leonardo Sciascia, Vilfredo Pareto, Cesare Pavese, Mircea Eliade, Renzo De Felice, Nicolas Gómez Dávila, Hans Georg Gadamer, Alain De Benoist, G. K. Chesterton, Georges Sorel, Leonardo Sciascia, Miguel Unamuno e si potrebbe continuare all’infinito, sono stati messi nel dimenticatoio e non si leggono e studiano più? Perché erano scomodi, in quanto uomini liberi che esprimono un pensiero alternativo a quello dominante e quindi danno fastidio, disturbano i manovratori delle folle e dei popoli?

Perché l’ambientalismo deve considerarsi un patrimonio esclusivo della sinistra, quando è invece l’espressione più autentica della cultura conservatrice, la quale si prefigge di tutelare quanto è utile allo sviluppo etico, civile e naturale dell’uomo, considerando questo un elemento organico e in relazione con gli altri elementi del creato, quando è invece insito nella cultura marxista, liberista, positivista, che la natura deve sottomettersi agli interessi dell’uomo?

E’ una questione di ignoranza? O è un atteggiamento puramente demagogico e utilitaristico di una certa intellighenzia di potere che sfrutta anche una flebile presa di posizione in tal senso da parte delle correnti partitiche conservatrici? 

Cosa spinge l’azione violenta dei politicamente corretti a distruggere statue e simboli di uomini o di opere appartenenti a epoche storiche passate, sol perché qualcuno o qualcosa non ha agito o non è stata fatta secondo i canoni a loro oggi appartenenti? Evitando oltretutto, di dare un giudizio equanime su tutto e tutti, per un evidente intento demagogico. Il “politicamente corretto” invade e coinvolge ogni aspetto e ogni istituzione della società, anche quella che più di tutte dovrebbe esserne distante, soprattutto per una questione di giustizia umana: la Chiesa. Il suo atteggiamento di silenzio nei confronti di quanto accade da mesi a Hong Kong non si spiega, se non nell’evitare conflitti con il Partito Comunista Cinese con il quale s’è trovato un accordo storico per la nomina, congiunta, dei vescovi della stessa Repubblica Popolare. In questo contesto si colloca anche il silenzio nei confronti delle popolazioni del Tibet e dei monaci buddisti lì residenti sottoposti a privazioni e angherie, più volte fortemente denunciate a suo tempo da Giovanni Paolo II. Stesso dicasi per la mancanza dei diritti civili e delle libertà sociali del popolo cinese. Anche sul problema emigrazione la Chiesa rimane cauta, limitandosi a pronunciare la necessità di un’accoglienza umanitaria per popolazioni in evidente e tragico disagio, non facendo menzione che tale accoglienza deve essere un dovere di tutti gli Stati europei e addirittura di quelli più evoluti del mondo.  E, ancora, perché la stessa Chiesa non è scesa a difesa della famiglia, che dovrebbe essere un baluardo della religione cattolica, nel convegno internazionale di Verona a essa dedicato dello scorso anno, di fronte ai numerosi e furiosi attacchi verbali e morali da parte dei media e delle intelligenze che contano, mentre si dimostra cauta nel giudicare forme altre di unioni al di fuori dell’istituto familiare? Perché il suo rappresentante più importante, il Papa, s’affretta a ricevere politici di governo ed esponenti di partiti spesso nemmeno credenti, come è accaduto in Italia, e non accenna a farlo con quelli che ne rappresentano la “democratica” opposizione, come se la religione, ma soprattutto Dio, abbia una precisa visione politica, invece d’essere il Dio di tutti, anche e soprattutto di quelli che sbagliano, se sbagliano? Per opportunismo politico? Per non trovarsi in difficoltà con il pensiero dominante? Per una crisi di valori e d’orientamento che l’attraversa? 

Insomma, viviamo un tempo in cui trionfa l’isteria della faziosità, quella del vedere dappertutto un nemico, quella dell’omologazione a tutti i costi, quella “dell’io che prevale su ogni cosa”, quella del pensiero unico. 

Un periodo di decadenza di valori, sì, ma anche d’una fragilità di libertà di pensiero e d’azione che sta mortificando l’umana intelligenza e sensibilità. 

Il dialogo, l’ascolto, il rispetto tra i diversi pensieri e orientamenti politici, tra differenti percorsi ed esperienze di vita è una ricchezza infungibile dell’uomo. 

Serve alla sua  evoluzione umana e sociale. Perché mette nelle condizioni di accrescere la visione e l’analisi su se stessi e sulla vita. Dispone ad allontanare il desiderio di sopraffazione e alimenta quello della conoscenza e della comprensione. Favorisce l’empatia, l’afflato, l’amicizia e anche l’amore.

E spinge al pensiero, l’arma più potente contro l’omologazione di massa, con la conseguenza d’allontanare l’essere dalla solitudine e dalle sirene del possesso, del successo, dell’utile, dell’individualismo esasperati, ancelle suadenti del mercato, che invece la procurano, facendolo cadere in forme di depressione nelle quali il nulla, la disperazione e il disorientamento hanno il sopravvento. 

Abbiamo bisogno di ritrovarci nella nostra umanità, proprio attraverso l’accettazione delle differenze. Abbiamo necessità di allargare gli orizzonti di pensiero per un pensiero che funga da stimolo, da propellente per un oggi e un domani dominato dai valori e logiche veramente necessari all’uomo e al senso di civiltà. 

Solo così sconfiggeremo ogni tentativo di limitare la nostra libertà, il senso della democrazia e quello della giustizia. Solo così potremmo dire con Voltaire: “Io combatto la tua idea, che è diversa dalla mia, ma sono pronto a battermi fino al prezzo della mia vita perché tu, la tua idea, possa esprimerla liberamente”.

Romolo Paradiso

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