Scovare la plastica negli oceani con l’aiuto dei satelliti, la ricerca dell’Agenzia spaziale europea

Rilevare con gli occhi dei satelliti la plastica presente negli oceani. È l’obiettivo di un importante studio made in Olanda che ha ricevuto il prezioso supporto dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea.

La campagna di test si è svolta presso l’istituto di ricerca Deltares di Delft, nei Paesi Bassi, all’interno dell’enorme struttura Atlantic Basin Facility, dove avviene la simulazione delle onde e delle correnti di marea. In pratica, nella struttura di prova di circa 650 m2 che riproduce le onde oceaniche, con una suite di strumenti a microonde e ottici, il team di ricercatori ha prodotto uno studio per Esa per valutare come il monitoraggio satellitare potrebbe in futuro supportare la rilevazione della quantità di plastica presente negli oceani.

Peter de Maagt dell’Esa, supervisore della campagna di studio, spiega che con gli strumenti utilizzati sinora sono stati registrati aumenti significativi del segnale quando sono presenti rifiuti di plastica in mare. Allo stato attuale i ricercatori non hanno la certezza se il monitoraggio possa essere riconducibile alla sola plastica o se i segnali siano dovuti a qualche fattore correlato, come rientranze sulla superficie dell’acqua causate dalla plastica galleggiante o piccole increspature.

“La stima più realistica – aggiunge de Maagt- è che 10 milioni di tonnellate di plastica in media entrino nell’oceano ogni anno: l’equivalente di un nuovo carico di plastica scaricato ogni minuto, ma i ricercatori sanno cosa succede solo a circa l’1% di essa. Il monitoraggio satellitare potrebbe in futuro aiutare a tracciarne l’estensione e seguire la direzione di grandi masse”.

Una rete di centri di ricerca e di università ha partecipato allo studio, mettendo in campo tanti gruppi diversi con competenze diversificate, dalle onde oceaniche alle microonde, dall’ottica ai rifiuti di plastica, oltre che esperti di spazio.
I ricercatori dell’Institute for Telecommunications in Portogallo e dell’Università di Stirling in Scozia, stanno utilizzando il telerilevamento radar. L’Università di Twente (Paesi Bassi) ha implementato la strumentazione ottica. Un gruppo costituito dall’Università dell’Alberta in Canada e da quella di Delft stanno eseguendo analisi fisiche fondamentali, incluso il tentativo di quantificare meglio l’effetto di smorzamento delle onde dei rifiuti di plastica marini, che potrebbero essere sfruttati per stimare le concentrazioni di tale materiale in futuro.

Il progetto segue la precedente campagna di test dello scorso anno e fa parte della più ampia campagna Open Space Innovation Platform-Osip sui rifiuti di plastica marina, supportata dal programma Discovery and Preparation dell’Esa, che utilizza la ricerca di base per valutare le future missioni dell’Agenzia.

Rilevare con gli occhi dei satelliti la plastica presente negli oceani. È l’obiettivo di un importante studio made in Olanda che ha ricevuto il prezioso supporto dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea.

La campagna di test si è svolta presso l’istituto di ricerca Deltares di Delft, nei Paesi Bassi, all’interno dell’enorme struttura Atlantic Basin Facility, dove avviene la simulazione delle onde e delle correnti di marea. In pratica, nella struttura di prova di circa 650 m2 che riproduce le onde oceaniche, con una suite di strumenti a microonde e ottici, il team di ricercatori ha prodotto uno studio per Esa per valutare come il monitoraggio satellitare potrebbe in futuro supportare la rilevazione della quantità di plastica presente negli oceani.

Peter de Maagt dell’Esa, supervisore della campagna di studio, spiega che con gli strumenti utilizzati sinora sono stati registrati aumenti significativi del segnale quando sono presenti rifiuti di plastica in mare. Allo stato attuale i ricercatori non hanno la certezza se il monitoraggio possa essere riconducibile alla sola plastica o se i segnali siano dovuti a qualche fattore correlato, come rientranze sulla superficie dell’acqua causate dalla plastica galleggiante o piccole increspature.

“La stima più realistica – aggiunge de Maagt- è che 10 milioni di tonnellate di plastica in media entrino nell’oceano ogni anno: l’equivalente di un nuovo carico di plastica scaricato ogni minuto, ma i ricercatori sanno cosa succede solo a circa l’1% di essa. Il monitoraggio satellitare potrebbe in futuro aiutare a tracciarne l’estensione e seguire la direzione di grandi masse”.

Una rete di centri di ricerca e di università ha partecipato allo studio, mettendo in campo tanti gruppi diversi con competenze diversificate, dalle onde oceaniche alle microonde, dall’ottica ai rifiuti di plastica, oltre che esperti di spazio.
I ricercatori dell’Institute for Telecommunications in Portogallo e dell’Università di Stirling in Scozia, stanno utilizzando il telerilevamento radar. L’Università di Twente (Paesi Bassi) ha implementato la strumentazione ottica. Un gruppo costituito dall’Università dell’Alberta in Canada e da quella di Delft stanno eseguendo analisi fisiche fondamentali, incluso il tentativo di quantificare meglio l’effetto di smorzamento delle onde dei rifiuti di plastica marini, che potrebbero essere sfruttati per stimare le concentrazioni di tale materiale in futuro.

Il progetto segue la precedente campagna di test dello scorso anno e fa parte della più ampia campagna Open Space Innovation Platform-Osip sui rifiuti di plastica marina, supportata dal programma Discovery and Preparation dell’Esa, che utilizza la ricerca di base per valutare le future missioni dell’Agenzia.

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