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Esteri

Lo scudo giuridico che l’Ue non ha mai avuto il coraggio di usare

Dopo le sanzioni annunciate da Washington contro la Cpi, cresce la pressione affinché Bruxelles attivi lo statuto di blocco

di Ernesto Ferrante -


Dopo l’annuncio delle sanzioni con cui gli Stati Uniti intendono limitare l’operato della Corte penale internazionale, da più parti è arrivata la richiesta che l’Unione europea attivi lo statuto di blocco. Si tratta del regolamento che consente a cittadini e aziende europee di sottrarsi agli effetti extraterritoriali di normative imposte da Paesi terzi, neutralizzandone le conseguenze all’interno dell’Unione.

Nella pratica, gli operatori europei non sarebbero tenuti a conformarsi alle disposizioni straniere inserite nell’allegato del regolamento. Sentenze, decisioni e lodi arbitrali fondati su quelle norme cesserebbero di produrre effetti nel territorio dell’Ue. Chi subisce danni economici potrebbe inoltre rivalersi in giudizio chiedendo il risarcimento. Uno strumento robusto, pensato proprio per difendere la sovranità giuridica europea quando potenze esterne tentano di imporre la propria legislazione oltre i confini nazionali. Eppure, nonostante le ambizioni proclamate da Bruxelles, questo scudo non è mai stato realmente utilizzato.

La credibilità dell’Ue si misura adesso, non nei comunicati

Lo statuto di blocco nacque nel 1996 per contrastare le sanzioni statunitensi contro Cuba, Iran e Libia. Nel 2018 venne aggiornato dopo il ritiro americano dall’accordo sul nucleare iraniano deciso dalla prima amministrazione Trump. Anche allora l’Europa rivendicò autonomia e determinazione. Anche allora, però, alle parole non seguirono azioni all’altezza delle dichiarazioni.

Per questo il caso della Corte penale internazionale va ben oltre il profilo tecnico e giuridico. È una prova di forza politica. Bruxelles si trova davanti a una scelta netta: difendere un’istituzione che incarna il principio del diritto internazionale oppure accettare che siano gli Stati Uniti a stabilire, di fatto, quali organismi internazionali possano operare senza subire rappresaglie.

Da anni l’Unione europea rivendica una maggiore autonomia strategica, promette una politica estera più assertiva e reclama un ruolo geopolitico all’altezza del proprio peso economico. Ma la credibilità internazionale non si costruisce con i documenti programmatici né con le formule diplomatiche. Si edifica assumendo decisioni scomode quando sono in gioco i principi che si dichiarano irrinunciabili.

Una buona occasione

Se la Commissione scegliesse di attivare lo statuto di blocco, invierebbe il messaggio chiaro che il diritto internazionale non è un valore da difendere solo quando conviene e la sovranità europea non è subordinata agli umori dell’inquilino di turno della Casa Bianca. Se invece dovesse prevalere la cautela, l’Unione rischierebbe di confermare la percezione che la accompagna da troppo tempo di essere una potenza economica incapace di trasformare il proprio peso in autorevolezza politica.

Per Ursula von der Leyen e soci, in definitiva, non c’è in gioco soltanto la sorte della Corte dell’Aia. C’è la possibilità di dimostrare, una volta per tutte, di avere quella schiena dritta che troppe volte, nelle grandi crisi internazionali, è sembrata mancare.

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