Se i risparmi di una vita vanno a finire all’estero

Non è un mistero, ormai lo sanno tutti. Bisogna prestare ascolto ai banchieri se si vuole capire, davvero, dove andrà a parare (e soprattutto che effetti avrà) una manovra economica e finanziaria varata da un qualsiasi governo. Per questo hanno un peso, importante, le parole che Carlo Messina, amministratore delegato del gruppo Intesa-San Paolo, ha pronunciato all’iniziativa di Gedi de “L’Alfabeto del futuro”. A proposito della manovra, Messina non è stato molto originale: “Nel mix finanziario, credo, ci sia una manovra di ragionevolezza e di consapevolezza dei vincoli che ha il nostro Paese, avendo cura delle parti che hanno più difficoltà”. E, intervistato da La Stampa, Messina è stato ancora più diretto: “La legge di bilancio ha tranquillizzato i mercati, è nel complesso ragionevole. L’Europa ha capito che si è scelta la continuità”. Insomma, Giorgia Meloni s’è inserita nel solco tracciato da Mario Draghi senza allontanarsi, neanche per un centimetro, dalla “retta” via. Fin qui, nulla di nuovo. Ormai, anche questo, l’hanno capito tutti.
La “novità” è altrove. È nelle pieghe del discorso di Carlo Messina, o meglio, in uno dei temi che ha toccato e che è molto più importante di quanto, a tutta prima, sembrerebbe. Quello dei capitali all’estero. Il ceo di Intesa San Paolo ha spiegato: “Abbiamo anche una componente importante di detenzione di capitali all’estero da parte sia di imprenditori sia di famiglie e aziende che inviterei a investire in titoli di Stato italiani, così come sono convinto che debbano investire nel Paese gran parte dei fondi pensione, delle associazioni, cioè tutti coloro che stanno investendo il 10% del loro capitale in Italia e il 90% all’estero”. Già, perché il risparmio degli italiani, anche dei pensionati che faticosamente riescono (nonostante tutto) a mettere qualcosina da parte, finisce investito all’estero. Messina sta dicendo che è arrivato il momento di una presa di coscienza, da parte degli istituti di risparmio, e di dare una mano al sistema Paese. Sottoscrivendo Btp che è, in pratica, dare risorse allo Stato. E, soprattutto, fa capire ai risparmiatori che la stragrande maggioranza dei soldi che consegnano, che vengono affidati ai libretti o ai conti corrente, agli strumenti sempre più raffinati di investimento assicurativo e finanziario, sono, troppe volte, investiti in Paesi stranieri.
Il trend non è sconosciuto al governo. Anzi. Il ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti, nell’ambito della 98esima giornata mondiale del risparmio celebratasi il 31 ottobre scorso, aveva rivolto un appello affinché “in questo tempo di incertezze, per rendere effettivo il dettato costituzionale, dobbiamo incoraggiare il risparmio e destinarlo, anche attraverso nuovi strumenti al sostegno dei processi di transizione (quali quella digitale e green) e, allo stesso tempo, tutelarlo dai rischi connessi all’inflazione”. In pratica, acquistando Btp si troverebbero risorse utili allo Stato per procedere alla modernizzazione del Paese, obiettivo cruciale degli anni durissimi, di cambiamento e non solo, che ci è toccato in sorte di dover attraversare. Giorgetti, inoltre, aveva parlato della necessità di completare le riforme già avviate, di modernizzare i mercati finanziari e valorizzare l’educazione finanziaria italiana. Cioè per permettere “lo sviluppo di mercati solidi ed efficienti, capaci di allocare le risorse in modo proficuo e sostenibile, offrendo opportunità ai risparmiatori e alle imprese”.
Ma non è tutto: “Perché ciò avvenga è necessario che il settore finanziario – aveva spiegato Giorgetti – , oggi qui rappresentato ai massimi livelli, assolva alla sua missione di aiutare i risparmiatori e gli investitori a compiere scelte consapevoli che indirizzino le loro risorse verso obiettivi ottimali, coerenti con una sana crescita del Paese, consapevoli della necessità di assicurare l’equilibrio di bilancio nel medio-lungo periodo”. Il messaggio è chiarissimo.

Non è un mistero, ormai lo sanno tutti. Bisogna prestare ascolto ai banchieri se si vuole capire, davvero, dove andrà a parare (e soprattutto che effetti avrà) una manovra economica e finanziaria varata da un qualsiasi governo. Per questo hanno un peso, importante, le parole che Carlo Messina, amministratore delegato del gruppo Intesa-San Paolo, ha pronunciato all’iniziativa di Gedi de “L’Alfabeto del futuro”. A proposito della manovra, Messina non è stato molto originale: “Nel mix finanziario, credo, ci sia una manovra di ragionevolezza e di consapevolezza dei vincoli che ha il nostro Paese, avendo cura delle parti che hanno più difficoltà”. E, intervistato da La Stampa, Messina è stato ancora più diretto: “La legge di bilancio ha tranquillizzato i mercati, è nel complesso ragionevole. L’Europa ha capito che si è scelta la continuità”. Insomma, Giorgia Meloni s’è inserita nel solco tracciato da Mario Draghi senza allontanarsi, neanche per un centimetro, dalla “retta” via. Fin qui, nulla di nuovo. Ormai, anche questo, l’hanno capito tutti.
La “novità” è altrove. È nelle pieghe del discorso di Carlo Messina, o meglio, in uno dei temi che ha toccato e che è molto più importante di quanto, a tutta prima, sembrerebbe. Quello dei capitali all’estero. Il ceo di Intesa San Paolo ha spiegato: “Abbiamo anche una componente importante di detenzione di capitali all’estero da parte sia di imprenditori sia di famiglie e aziende che inviterei a investire in titoli di Stato italiani, così come sono convinto che debbano investire nel Paese gran parte dei fondi pensione, delle associazioni, cioè tutti coloro che stanno investendo il 10% del loro capitale in Italia e il 90% all’estero”. Già, perché il risparmio degli italiani, anche dei pensionati che faticosamente riescono (nonostante tutto) a mettere qualcosina da parte, finisce investito all’estero. Messina sta dicendo che è arrivato il momento di una presa di coscienza, da parte degli istituti di risparmio, e di dare una mano al sistema Paese. Sottoscrivendo Btp che è, in pratica, dare risorse allo Stato. E, soprattutto, fa capire ai risparmiatori che la stragrande maggioranza dei soldi che consegnano, che vengono affidati ai libretti o ai conti corrente, agli strumenti sempre più raffinati di investimento assicurativo e finanziario, sono, troppe volte, investiti in Paesi stranieri.
Il trend non è sconosciuto al governo. Anzi. Il ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti, nell’ambito della 98esima giornata mondiale del risparmio celebratasi il 31 ottobre scorso, aveva rivolto un appello affinché “in questo tempo di incertezze, per rendere effettivo il dettato costituzionale, dobbiamo incoraggiare il risparmio e destinarlo, anche attraverso nuovi strumenti al sostegno dei processi di transizione (quali quella digitale e green) e, allo stesso tempo, tutelarlo dai rischi connessi all’inflazione”. In pratica, acquistando Btp si troverebbero risorse utili allo Stato per procedere alla modernizzazione del Paese, obiettivo cruciale degli anni durissimi, di cambiamento e non solo, che ci è toccato in sorte di dover attraversare. Giorgetti, inoltre, aveva parlato della necessità di completare le riforme già avviate, di modernizzare i mercati finanziari e valorizzare l’educazione finanziaria italiana. Cioè per permettere “lo sviluppo di mercati solidi ed efficienti, capaci di allocare le risorse in modo proficuo e sostenibile, offrendo opportunità ai risparmiatori e alle imprese”.
Ma non è tutto: “Perché ciò avvenga è necessario che il settore finanziario – aveva spiegato Giorgetti – , oggi qui rappresentato ai massimi livelli, assolva alla sua missione di aiutare i risparmiatori e gli investitori a compiere scelte consapevoli che indirizzino le loro risorse verso obiettivi ottimali, coerenti con una sana crescita del Paese, consapevoli della necessità di assicurare l’equilibrio di bilancio nel medio-lungo periodo”. Il messaggio è chiarissimo.

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