Se la casa è radioattiva

Acque, suolo e alimenti: in Italia, le concentrazioni di radioattività sono sotto controllo e non costituiscono un rischio per l’ambiente e per la nostra salute. A 8 anni dalla sua costituzione, voluta per adempiere ad un quadro comunitario per la gestione del carburante nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi l’Ispin, Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, intensifica i suoi monitoraggi, anche alla luce di una situazione geopolitica globale che ha fatto diventare attuale il rischio di incidenti nucleari transfrontalieri. E oggi lo fa con Resorad, la rete nazionale di sorveglianza della radioattività ambientale costituita da Arpa, Appa e Istituiti zooprofilattici.
Nel 2020 la Rete ha raccolto 35mila dati, dei quali 24mila in 8.200 campioni ambientali e circa 11mila in 3.800 campioni alimentari, alla fonte del più recente Rapporto di sorveglianza della radioattività ambientale in Italia, che ha studiato innanzitutto il cesio – 137, il radionuclide che fa da guida della contaminazione nell’ambiente, il cui livello di radioattività si dimezza ogni 30 anni circa, e che deriva dalle attività nucleari e dalle ricadute degli esperimenti atomici condotti in atmosfera nel dopoguerra e di quelle dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl. Anche quest’anno, le concentrazioni misurate risultano stazionarie, nonostante discontinuità sui territori locali.
Più significativa, l’analisi dei dati sul radon, il gas naturale che, spiega l’Isin “è generato dal decadimento radioattivo del radio che si trova nelle rocce, nei suoli e nei materiali da costruzione che ne derivano. Entra e si diffonde negli edifici, raggiungendo concentrazioni, variabili da ambiente ad ambiente, che possono rappresentare un rischio per gli occupanti a causa della cancerogenicità accertata”. Per l’Istituto Superiore di Sanità può essere causa dell’aumento del cancro polmonare perché “i suoi prodotti di decadimento, essendo elettricamente carichi, si attaccano al particolato dell’aria e penetrano nel nostro organismo tramite le vie respiratorie. Quando questi elementi “figli” si attaccano alla superficie dei tessuti polmonari, continuano a decadere e a emettere particelle alfa che possono danneggiare in modo diretto o indiretto il Dna delle cellule”.
Da qui, l’importanza di un monitoraggio continuo dei livelli di esposizione della popolazione. La brutta notizia è che in Italia, come riferisce il Rapporto dell’Isin, “su circa 31 milioni di abitazioni del territorio nazionale, più di 500mila (pari a circa l’1,7%) presenterebbero livelli di radon superiori al limite di massimo riferimento di 300 becquerel per metro cubo fissato dalle norme vigenti per i luoghi di lavoro e per le abitazioni esistenti”. Una geografia del pericolo ove in testa alla classifica del rischio c’è la Lombardia, con 200mila abitazioni (pari al 4,1% del totale) in cui i valori di radon superano quello di riferimento nazionale. A seguire, il Lazio (circa 170mila abitazioni, pari al 6,2%), il Friuli Venezia Giulia, con circa 39mila abitazioni (pari al 5,7%), la Campania, con 34mila e una percentuale dell’1,4%, E l’Abruzzo, che presenta circa 22mila abitazioni, pari al 2,9% del totale.
Un quadro che si riflette sulla scena nazionale, dove la concentrazione media stimata è risultata pari a circa 70 Becquerel per metro cubo, un valore superiore alla media europea in vece pari a circa 55 Becquerel per metro cubo. E a quella mondiale, che è di circa 40 Becquerel per metro cubo.
Acque, suolo e alimenti: in Italia, le concentrazioni di radioattività sono sotto controllo e non costituiscono un rischio per l’ambiente e per la nostra salute. A 8 anni dalla sua costituzione, voluta per adempiere ad un quadro comunitario per la gestione del carburante nucleare esaurito e dei rifiuti radioattivi l’Ispin, Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, intensifica i suoi monitoraggi, anche alla luce di una situazione geopolitica globale che ha fatto diventare attuale il rischio di incidenti nucleari transfrontalieri. E oggi lo fa con Resorad, la rete nazionale di sorveglianza della radioattività ambientale costituita da Arpa, Appa e Istituiti zooprofilattici.
Nel 2020 la Rete ha raccolto 35mila dati, dei quali 24mila in 8.200 campioni ambientali e circa 11mila in 3.800 campioni alimentari, alla fonte del più recente Rapporto di sorveglianza della radioattività ambientale in Italia, che ha studiato innanzitutto il cesio – 137, il radionuclide che fa da guida della contaminazione nell’ambiente, il cui livello di radioattività si dimezza ogni 30 anni circa, e che deriva dalle attività nucleari e dalle ricadute degli esperimenti atomici condotti in atmosfera nel dopoguerra e di quelle dell’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl. Anche quest’anno, le concentrazioni misurate risultano stazionarie, nonostante discontinuità sui territori locali.
Più significativa, l’analisi dei dati sul radon, il gas naturale che, spiega l’Isin “è generato dal decadimento radioattivo del radio che si trova nelle rocce, nei suoli e nei materiali da costruzione che ne derivano. Entra e si diffonde negli edifici, raggiungendo concentrazioni, variabili da ambiente ad ambiente, che possono rappresentare un rischio per gli occupanti a causa della cancerogenicità accertata”. Per l’Istituto Superiore di Sanità può essere causa dell’aumento del cancro polmonare perché “i suoi prodotti di decadimento, essendo elettricamente carichi, si attaccano al particolato dell’aria e penetrano nel nostro organismo tramite le vie respiratorie. Quando questi elementi “figli” si attaccano alla superficie dei tessuti polmonari, continuano a decadere e a emettere particelle alfa che possono danneggiare in modo diretto o indiretto il Dna delle cellule”.
Da qui, l’importanza di un monitoraggio continuo dei livelli di esposizione della popolazione. La brutta notizia è che in Italia, come riferisce il Rapporto dell’Isin, “su circa 31 milioni di abitazioni del territorio nazionale, più di 500mila (pari a circa l’1,7%) presenterebbero livelli di radon superiori al limite di massimo riferimento di 300 becquerel per metro cubo fissato dalle norme vigenti per i luoghi di lavoro e per le abitazioni esistenti”. Una geografia del pericolo ove in testa alla classifica del rischio c’è la Lombardia, con 200mila abitazioni (pari al 4,1% del totale) in cui i valori di radon superano quello di riferimento nazionale. A seguire, il Lazio (circa 170mila abitazioni, pari al 6,2%), il Friuli Venezia Giulia, con circa 39mila abitazioni (pari al 5,7%), la Campania, con 34mila e una percentuale dell’1,4%, E l’Abruzzo, che presenta circa 22mila abitazioni, pari al 2,9% del totale.
Un quadro che si riflette sulla scena nazionale, dove la concentrazione media stimata è risultata pari a circa 70 Becquerel per metro cubo, un valore superiore alla media europea in vece pari a circa 55 Becquerel per metro cubo. E a quella mondiale, che è di circa 40 Becquerel per metro cubo.
Previous article
Next article
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli