Se nel presepe della politica resta solo la mangiatoia

Come si dice in politica, il governo Meloni mangerà il panettone. Perché dopo il tiramolla, gli errori, le trappole, le retromarce di queste settimane, la manovrina – quella vera, questa specie di Draghiloni – dovrebbe finire ormai il suo corso sul rettilineo della doppia fiducia delle Camere, fra oggi e il 28 dicembre. Il che significa: maggioranza vota sì, opposizioni votano no. E poi tutti a casa a festeggiare. I numeri ci sono, almeno quelli delle poltrone. Un po’ meno quelli del Paese, dove il panettone lo mangeremo, ma non senza fare i conti con la crisi, la guerra, la povertà e questo senso di inerzia delle istituzioni, per cui sembra che ormai il mondo vada per la sua strada e la politica sia lì solo per dire che va bene così. Anzi che si può fare solo così. Ed è qui forse che sta il punto vero. Mentre la politica si gioca l’ultima chance di essere creduta, al Parlamento europeo va in scena l’incipit di quello che sembra presentarsi come uno scandalo dalle proporzioni internazionali inedite. Uno scandalo che ha al centro la sinistra europea e italiana, il Pd in modo particolare. Scandalo che, al di là del surreale dibattito sul garantismo e dei sacchi pieni di contanti ritrovati nelle case di Panzeri e Kaili come in un film di Totò, sta minando la residua credibilità di un’opposizione a brandelli. L’impressione che questo Natale rischia di dare al Paese, che nel nome dell’Europa, dei diritti umani e dei migranti ha sentito lezioni morali per anni, è che nel presepio della politica sia rimasta solo la mangiatoia. E che, comunque la si metta, la corruzione non è un incidente ma un sistema di potere e di affari ben incastrato in mezzo ai proclami e alle grandi professioni di fede che si sentono arrivare dai banchi della sinistra. C’è un solo modo per non finire travolti da questa richiesta di pulizia e trasparenza, che non viene dalla destra, o meglio dalla destra viene per ovvi motivi: sparare sull’opposizione per marciare più uniti e ripulirsi di un po’ dell’onta delle inchieste che l’hanno travolta a più riprese. La richiesta che conta viene piuttosto dal popolo della sinistra, che è ferito da quanto sta succedendo. E che non ha in cuore di fare tutti quei distinguo che fanno Letta & C. La richiesta è quella che sia proprio il Pd a prendere in mano questa situazione e a togliere di mezzo ogni equivoco. E deve farlo prima del congresso. Con due necessità: un radicale cambio della dirigenza, non un camuffamento della stessa dietro i faccini finto nuovi dei tre candidati in campo: Bonaccini, Schlein, De Micheli; smetterla di parlare al proprio interno, ma calare il congresso, i valori, le idee, i progetti dentro il Paese reale. Quello che dal 2011 il Pd ha via via dimenticato. In nome di un governismo a tutti i costi, che non è estraneo al virus che lo sta colpendo in questi giorni.
Come si dice in politica, il governo Meloni mangerà il panettone. Perché dopo il tiramolla, gli errori, le trappole, le retromarce di queste settimane, la manovrina – quella vera, questa specie di Draghiloni – dovrebbe finire ormai il suo corso sul rettilineo della doppia fiducia delle Camere, fra oggi e il 28 dicembre. Il che significa: maggioranza vota sì, opposizioni votano no. E poi tutti a casa a festeggiare. I numeri ci sono, almeno quelli delle poltrone. Un po’ meno quelli del Paese, dove il panettone lo mangeremo, ma non senza fare i conti con la crisi, la guerra, la povertà e questo senso di inerzia delle istituzioni, per cui sembra che ormai il mondo vada per la sua strada e la politica sia lì solo per dire che va bene così. Anzi che si può fare solo così. Ed è qui forse che sta il punto vero. Mentre la politica si gioca l’ultima chance di essere creduta, al Parlamento europeo va in scena l’incipit di quello che sembra presentarsi come uno scandalo dalle proporzioni internazionali inedite. Uno scandalo che ha al centro la sinistra europea e italiana, il Pd in modo particolare. Scandalo che, al di là del surreale dibattito sul garantismo e dei sacchi pieni di contanti ritrovati nelle case di Panzeri e Kaili come in un film di Totò, sta minando la residua credibilità di un’opposizione a brandelli. L’impressione che questo Natale rischia di dare al Paese, che nel nome dell’Europa, dei diritti umani e dei migranti ha sentito lezioni morali per anni, è che nel presepio della politica sia rimasta solo la mangiatoia. E che, comunque la si metta, la corruzione non è un incidente ma un sistema di potere e di affari ben incastrato in mezzo ai proclami e alle grandi professioni di fede che si sentono arrivare dai banchi della sinistra. C’è un solo modo per non finire travolti da questa richiesta di pulizia e trasparenza, che non viene dalla destra, o meglio dalla destra viene per ovvi motivi: sparare sull’opposizione per marciare più uniti e ripulirsi di un po’ dell’onta delle inchieste che l’hanno travolta a più riprese. La richiesta che conta viene piuttosto dal popolo della sinistra, che è ferito da quanto sta succedendo. E che non ha in cuore di fare tutti quei distinguo che fanno Letta & C. La richiesta è quella che sia proprio il Pd a prendere in mano questa situazione e a togliere di mezzo ogni equivoco. E deve farlo prima del congresso. Con due necessità: un radicale cambio della dirigenza, non un camuffamento della stessa dietro i faccini finto nuovi dei tre candidati in campo: Bonaccini, Schlein, De Micheli; smetterla di parlare al proprio interno, ma calare il congresso, i valori, le idee, i progetti dentro il Paese reale. Quello che dal 2011 il Pd ha via via dimenticato. In nome di un governismo a tutti i costi, che non è estraneo al virus che lo sta colpendo in questi giorni.
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