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Se si fermano i pensionati: sciopero nazionale?

Sono oltre 14 milioni, le loro attuali attività complessive nel welfare familiare valgono 40 miliardi

di Angelo Vitale -


L’ipotesi di uno sciopero simbolico dei pensionati, avanzata dalla Uil Pensionati e rilanciata a livello territoriale in Basilicata, va letta fuori dalle categorie tradizionali del conflitto sindacale.

Pensionati: sarà sciopero nazionale?

Non nasce per bloccare la produzione o esercitare una pressione economica diretta, ma per rendere visibile una frattura sociale che da anni attraversa il Paese senza trovare spazio nel dibattito pubblico. In Italia i pensionati sono oltre 14 milioni e rappresentano più del 23% della popolazione.

Secondo l’Istat, nel 2050 gli over 65 supereranno il 34%, mentre la popolazione in età lavorativa continuerà a ridursi. Questo dato demografico non è neutro: incide sul welfare, sulla sanità, sulla tenuta delle famiglie e sul funzionamento stesso dell’economia.

Oggi più di un terzo dei pensionati percepisce assegni inferiori ai 1.000 euro mensili e quasi il 70% delle pensioni ha un importo lordo sotto i 1.500 euro, in un contesto in cui l’inflazione cumulata degli ultimi anni ha eroso in modo significativo il potere d’acquisto. Ma fermarsi ai numeri delle pensioni sarebbe riduttivo. I pensionati sono diventati, nei fatti, un ammortizzatore sociale informale.

Una colonna del welfare familiare

Nella lente Istat sul welfare familiare, oltre il 38% delle famiglie italiane riceve un sostegno economico diretto o indiretto dalle pensioni, una quota che sale significativamente al Sud e nelle aree interne, dove la pensione rappresenta spesso l’unica entrata stabile del nucleo.

In Italia più del 60% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive ancora con i genitori e, per l’Istat, oltre il 30% delle famiglie con figli adulti dichiara di ricevere un aiuto economico regolare dai nonni pensionati, sotto forma di trasferimenti monetari, pagamento di spese correnti o supporto abitativo.

A questo si somma il lavoro di cura non retribuito. Oltre 7 milioni di pensionati svolgono attività di assistenza familiare continuativa, dalla cura dei nipoti all’assistenza di coniugi o parenti non autosufficienti.

I dati sulla non autosufficienza indicano che in Italia vivono circa 3,8 milioni di persone con gravi limitazioni funzionali, ma solo una quota minoritaria riceve servizi pubblici strutturati. Oltre il 70% dell’assistenza è garantita direttamente dalle famiglie, e in larga parte dai pensionati.

Un valore di 40 miliardi

Se queste attività fossero monetizzate il loro valore supererebbe i 40 miliardi di euro l’anno, una cifra comparabile a una manovra finanziaria di medio periodo. In questo vuoto tra bisogni crescenti e servizi insufficienti, il ruolo centrale dei pensionati, supplendo a carenze strutturali del welfare pubblico.

Nessun riflesso, però, nelle condizioni materiali: i dati Inps mostrano che circa il 54% dei pensionati percepisce meno di 1.000 euro netti al mese, e quasi il 70% ha un reddito pensionistico lordo inferiore ai 1.500 euro, mentre l’inflazione cumulata degli ultimi anni ha eroso in modo significativo il potere d’acquisto. Soprattutto per chi spende una quota elevata del reddito in beni essenziali come alimentari, energia e sanità.

Oltre il 28% degli over 65 vive solo e il rischio di povertà o esclusione sociale cresce con l’età, raggiungendo livelli più elevati tra le donne, che percepiscono pensioni mediamente inferiori di circa il 30% rispetto agli uomini.

Un ruolo di coesione sociale

In questo contesto, lo sciopero simbolico dei pensionati non è una protesta contro qualcuno, ma un atto di visibilità collettiva. Non una rivendicazione centrata esclusivamente sugli importi, ma una richiesta di riconoscimento di un ruolo che regge pezzi fondamentali della coesione sociale. Lo sciopero non ferma il lavoro perché il lavoro formale è già alle spalle. Mette in discussione il tempo sociale gratuito che i pensionati mettono ogni giorno a disposizione del Paese.

Se quel tempo venisse meno, anche solo simbolicamente, emergerebbe con chiarezza quanto l’equilibrio attuale sia fragile e quanto il sistema dipenda da una risorsa che non compare nei bilanci pubblici.

Questo messaggio non riguarda solo chi è già in pensione. Anticipa il futuro di un Paese che invecchia rapidamente, in cui la popolazione in età lavorativa si riduce, il mercato del lavoro resta segnato da precarietà e bassi salari e il welfare pubblico fatica a tenere il passo.

I pensionati, oggi, non chiedono solo di essere ascoltati, ma di essere riconosciuti come soggetto sociale attivo, perché senza il loro contributo quotidiano l’Italia sarebbe molto più fragile di quanto appaia.


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