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Giustizia

La grande balla della “separazione già esistente”

Altro che separazione delle carriere: la Riforma Cartabia è solo un trucco semantico per tenere in vita il cordone ombelicale tra PM e giudici. Finché restano "colleghi di scrivania", la giustizia in Italia rimarrà un opaco affare di famiglia

di Anna Tortora -


La narrazione strumentale e il gioco di prestigio

C’è chi continua a diffondere una narrazione strumentale per anestetizzare il dibattito: l’idea che in Italia la separazione delle carriere sia un traguardo già raggiunto. È un gioco di prestigio semantico costruito per mantenere intatto lo status quo. Chi sostiene che “esiste già” sventolando i paletti della Riforma Cartabia sta mentendo sapendo di mentire, spacciando un semplice intralcio burocratico per una riforma strutturale che non è mai nata.

La verità è che il sistema rimane monolitico. La Riforma Cartabia si è limitata a rendere difficile il passaggio di ruolo durante la vita professionale, ma ha lasciato intatto il cordone ombelicale che lega accusa e giudizio. Non esiste alcuna separazione reale finché l’accusatore e il giudice appartengono alla stessa identica “famiglia” professionale, condividendo lo stesso concorso d’ingresso, le stesse correnti sindacali e, soprattutto, lo stesso organo di governo.

L’illusione ottica e il muro mancante

È un’illusione ottica: vengono mostrate due maglie di colore diverso, ma si nasconde il fatto che i giocatori rispondono tutti allo stesso presidente e siedono nello stesso CSM. Sostenere che la separazione sia già realtà è l’ultimo rifugio di chi teme la fine di un potere corporativo senza precedenti. Finché il pubblico ministero e il giudice restano colleghi di scrivania, la terzietà dell’arbitro rimane una fiaba per cittadini creduloni. Il cittadino non ha bisogno di “limiti al passaggio di funzioni”, ha bisogno di un giudice che sia istituzionalmente diverso da chi lo accusa. La separazione o è un muro invalicabile nell’architettura dello Stato, con concorsi e organi di controllo distinti, o è solo una mano di vernice fresca su un sistema che rifiuta di evolversi.

Il Dogma dell’ipocrisia

Tutto il resto è retorica per coprire una realtà imbarazzante: in Italia l’imparzialità è ancora un’aspirazione teorica e mai una garanzia strutturale. Basta con i giochi di parole. Finché restano colleghi, la giustizia rimarrà un affare di famiglia.
E allora godetevi pure questo pietoso teatrino delle ombre, dove l’arbitro e il centravanti fanno la doccia nello stesso spogliatoio e poi pretendono che noi, dalle tribune, applaudiamo alla loro “terzietà”. La verità è che il dogma dell’unicità delle carriere serve solo a proteggere una casta che ha orrore del merito e terrore della libertà. Finché avremo giudici e accusatori che cenano alla stessa tavola correntizia, parlare di giustizia giusta sarà come recitare un sermone sulla castità in un club di scambisti: un esercizio di retorica che non incanta più nessuno, se non chi ha già deciso di restare cieco per convenienza.

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