Serbia-Kosovo sale la tensione “Verso il punto di non ritorno”

Siamo sull’orlo di un altro conflitto, ancora più vicino. Forse anche più pericoloso di quello in atto in Ucraina. Quello tra Serbia e Kosovo. Una guerra di cui sarebbero massimamente responsabili Ue, Nato e Usa. A lanciare l’allarme è il presidente serbo Alexsandar Vucic: “La situazione sta per giungere a un punto di non ritorno”. “La situazione è stata portata sull’orlo degli scontri, del conflitto armato. Questa è una valutazione di tutti i servizi che monitorano la situazione in loco”, aggiunge la premier serba Ana Brnabic. Ovviamente, in uno scenario in tutto e per tutto pericolosamente simile a quello russo-ucraino, in Kosovo si sostiene che a soffiare sul fuoco ci si mette pure Mosca. L’operazione Kosovo, spina nel fianco di Belgrado – stiamo parlando di un territorio storicamente serbo – in questi anni si è rivelato una terra di nessuno in mano alla criminalità organizzata, con la funzione di avamposto Nato nel cuore di un alleato storico della Russia.
Le tensioni sono aumentate nelle scorse settimane nel Kosovo settentrionale, popolato da serbi, da decenni una polveriera nei Balcani occidentali. Il 10 dicembre, una granata stordente è stata lanciata contro una pattuglia di ricognizione della missione dell’Unione europea sullo stato di diritto in Kosovo. Ci sono stati anche scambi di fuoco tra la polizia locale e gruppi sconosciuti. Molti serbi del nord del Kosovo ora sono sul piede di guerra per l’arresto di un ex poliziotto serbo accusato di aver avuto un ruolo negli attacchi contro la polizia del Kosovo. Era uno dei circa 600 serbi del Kosovo che si sono dimessi dalle forze di polizia il mese scorso per protesta contro Pristina, che ha dichiarato che i membri della minoranza serba del Kosovo avrebbero dovuto cambiare le targhe serbe precedenti alla guerra con quelle del Kosovo. Come se non bastasse, il dispiegamento della polizia di etnia albanese nel Kosovo settentrionale, in mezzo ai disordini scatenati dalla “guerra delle targhe”, ha spinto molti serbi del Kosovo a creare posti di blocco a nord di Mitrovica. Anche la programmazione delle elezioni locali in quattro comuni del nord ha fatto salire la tensione. Il partito politico serbo dominante in Kosovo infatti ha deciso di boicottarle. Alla fine, il presidente del Kosovo Vjosa Osmani ha annunciato il rinvio delle elezioni ad aprile 2023.
L’alternativa alla guerra è riconoscere l’indipendenza del Kosovo, vero e proprio stato fantoccio. Belgrado è sotto pressione anche sul fronte delle sanzioni contro la Russia. La Serbia infatti non le ha sottoscritte. Ma senza sanzioni niente ingresso nella Ue, è il ricatto di Bruxelles. Altro nodo: l’adesione alla Nato, finora respinta dal governo serbo. A ciò va aggiunta la delicata situazione della Repubblica Srpska in Bosnia-Erzegovina, dove le forze nazionali e indipendenti hanno vinto le elezioni e dichiarato senza se e senza ma di essere contrarie all’ingresso nella Nato. Ribadendo l’amicizia con la Russia e la volontà di trovare un’integrazione nel progetto della nuova Via della Seta cinese. Fumo negli occhi per Ue, Nato e Usa.
L’11 dicembre si è tenuta una sessione di emergenza del Consiglio di sicurezza nazionale serbo, presieduta d Vucic, a causa delle minacce delle autorità albanesi del Kosovo di rimuovere le barricate dei serbi nel nord della provincia. “L’aggravarsi del conflitto tra il Kosovo e la Serbia va avanti da diversi mesi. Ma ora siamo al punto che Pristina sta cercando di porre fine al ’problema serbo’ nell’autoproclamato Kosovo. Nei giorni scorsi le forze dell’ordine del Kosovo hanno ingiustificatamente e illegalmente invaso il territorio della provincia serba nel nord, abitato dai serbi, mentre la comunità internazionale fa finta di non vedere”, ha fatto presente Vucic. Ma Belgrado non resterà con le mani in mano: potrebbe inviare truppe e forze di sicurezza in Kosovo. Per la prima volta dal 1999.

Ma se dovessero esserci scontri già sappiamo che la colpa verrà data alla Serbia. Ma stavolta Mosca non potrà invadere il Kosovo.

Siamo sull’orlo di un altro conflitto, ancora più vicino. Forse anche più pericoloso di quello in atto in Ucraina. Quello tra Serbia e Kosovo. Una guerra di cui sarebbero massimamente responsabili Ue, Nato e Usa. A lanciare l’allarme è il presidente serbo Alexsandar Vucic: “La situazione sta per giungere a un punto di non ritorno”. “La situazione è stata portata sull’orlo degli scontri, del conflitto armato. Questa è una valutazione di tutti i servizi che monitorano la situazione in loco”, aggiunge la premier serba Ana Brnabic. Ovviamente, in uno scenario in tutto e per tutto pericolosamente simile a quello russo-ucraino, in Kosovo si sostiene che a soffiare sul fuoco ci si mette pure Mosca. L’operazione Kosovo, spina nel fianco di Belgrado – stiamo parlando di un territorio storicamente serbo – in questi anni si è rivelato una terra di nessuno in mano alla criminalità organizzata, con la funzione di avamposto Nato nel cuore di un alleato storico della Russia.
Le tensioni sono aumentate nelle scorse settimane nel Kosovo settentrionale, popolato da serbi, da decenni una polveriera nei Balcani occidentali. Il 10 dicembre, una granata stordente è stata lanciata contro una pattuglia di ricognizione della missione dell’Unione europea sullo stato di diritto in Kosovo. Ci sono stati anche scambi di fuoco tra la polizia locale e gruppi sconosciuti. Molti serbi del nord del Kosovo ora sono sul piede di guerra per l’arresto di un ex poliziotto serbo accusato di aver avuto un ruolo negli attacchi contro la polizia del Kosovo. Era uno dei circa 600 serbi del Kosovo che si sono dimessi dalle forze di polizia il mese scorso per protesta contro Pristina, che ha dichiarato che i membri della minoranza serba del Kosovo avrebbero dovuto cambiare le targhe serbe precedenti alla guerra con quelle del Kosovo. Come se non bastasse, il dispiegamento della polizia di etnia albanese nel Kosovo settentrionale, in mezzo ai disordini scatenati dalla “guerra delle targhe”, ha spinto molti serbi del Kosovo a creare posti di blocco a nord di Mitrovica. Anche la programmazione delle elezioni locali in quattro comuni del nord ha fatto salire la tensione. Il partito politico serbo dominante in Kosovo infatti ha deciso di boicottarle. Alla fine, il presidente del Kosovo Vjosa Osmani ha annunciato il rinvio delle elezioni ad aprile 2023.
L’alternativa alla guerra è riconoscere l’indipendenza del Kosovo, vero e proprio stato fantoccio. Belgrado è sotto pressione anche sul fronte delle sanzioni contro la Russia. La Serbia infatti non le ha sottoscritte. Ma senza sanzioni niente ingresso nella Ue, è il ricatto di Bruxelles. Altro nodo: l’adesione alla Nato, finora respinta dal governo serbo. A ciò va aggiunta la delicata situazione della Repubblica Srpska in Bosnia-Erzegovina, dove le forze nazionali e indipendenti hanno vinto le elezioni e dichiarato senza se e senza ma di essere contrarie all’ingresso nella Nato. Ribadendo l’amicizia con la Russia e la volontà di trovare un’integrazione nel progetto della nuova Via della Seta cinese. Fumo negli occhi per Ue, Nato e Usa.
L’11 dicembre si è tenuta una sessione di emergenza del Consiglio di sicurezza nazionale serbo, presieduta d Vucic, a causa delle minacce delle autorità albanesi del Kosovo di rimuovere le barricate dei serbi nel nord della provincia. “L’aggravarsi del conflitto tra il Kosovo e la Serbia va avanti da diversi mesi. Ma ora siamo al punto che Pristina sta cercando di porre fine al ’problema serbo’ nell’autoproclamato Kosovo. Nei giorni scorsi le forze dell’ordine del Kosovo hanno ingiustificatamente e illegalmente invaso il territorio della provincia serba nel nord, abitato dai serbi, mentre la comunità internazionale fa finta di non vedere”, ha fatto presente Vucic. Ma Belgrado non resterà con le mani in mano: potrebbe inviare truppe e forze di sicurezza in Kosovo. Per la prima volta dal 1999.

Ma se dovessero esserci scontri già sappiamo che la colpa verrà data alla Serbia. Ma stavolta Mosca non potrà invadere il Kosovo.
Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli