Sette più sette di Mattarella e Draghi

Il magazine dell’Anfe (www.italiaincorsa.it) ha monitorato i rumors istituzionali su Facebook: dalle suppletive romane per sostituire Gualtieri eletto sindaco di Roma al toto Quirinale. Dall’inchiesta del magazine sono arrivate puntuali le conferme sul più forte partito italiano, quello della Pa (pubblica amministrazione): emerge che è l’unico partito che si reca compatto alle urne, ed ha confermato il Pd (Partito democratico) come proprio corpo intermedio e di rappresentanza nelle sedi istituzionali. Da sondaggi e test elettorale romano emerge che la vittoria è condizionata dal fatto che, chi s’oppone al Pd non riesce a mandare a votare il proprio elettorato. Il centro-destra è di fatto a capo del consenso inespresso, congelato nel popolo del non voto. Scetticismo istituzionale dell’elettorato di centrodestra o poca empatia dei candidati? Resta il fatto che, dopo la vittoria di Cecilia D’Elia (Pd) alle suppletive romane di domenica 16 gennaio, su Facebook si sono scatenati i gruppi al grido “dopo le suppletive diciamo chi vogliamo al Colle”. Sondaggio atipico ma che trova conferma nei dati apparsi su vari quotidiani ed agenzie: il partito della pubblica amministrazione gradirebbe un ulteriore settennato di Sergio Mattarella al Quirinale abbinato a sette anni di Mario Draghi a Palazzo Ghigi; per quest’ultimo sommando i due anni di fine legislatura (2022 e 2023) ad altri cinque anni alla Presidenza del Consiglio. Un sette più sette che piacerebbe ad Ue e Bce. Indiscrezioni interne al centro-destra dicono che resterebbe solo da convincere (o soddisfare) Berlusconi ad appoggiare il Mattarella bis. Secondo www.italiaincorsa.it “la leader di Fratelli d’Italia (Giorgia Meloni) ed il numero due della Lega (Giancarlo Giorgetti) non sarebbero contrari, e sappiamo come Matteo Salvini debba solo recitare la ritrosia per non scontentare l’elettorato anti-istituzionale della Lega.

Del resto la stampa ha ammesso che i veri contendenti alla presidenza della Repubblica sarebbero Mattarella, Draghi e Letta: candidato palese e rivelato Mario Draghi, gradito in blocco a magistratura, alta dirigenza di Stato, poteri europei, multinazionali ed imprenditoria, banche e finanza in generale; poi Gianni Letta, gradito trasversalmente a tutto il mondo della politica, e perché Letta sarebbe l’unico verso candidato espressione dell’intesa tra i partiti, ma Sergio Mattarella rimane il candidato che mette d’accordo istituzioni italiane, istituzioni europee ed in blocco tutti i dipendenti pubblici italiani. Certo sconcerta come nei vari dibattiti televisivi si consumi ancora il linciaggio di Berlusconi, questa volta usato come finto candidato: certi volti televisivi e del mondo giornalistico rimestano tutto il passato di Silvio Berlusconi per arrivare a sostenere che il leader di Forza Italia non deve andare al Quirinale, mentre altri parlano di elezione riparatoria a decenni di persecuzione mediatico-giudiziaria. Intanto, nei cunicoli che permettono accordi ed intese varie tra partiti, Matteo Renzi ed Enrico Letta s’intendono con Giancarlo Giorgetti per sbarrare la strada di Berlusconi al Colle, per votare tutti compatti per un Mattarella bis o per Letta, ma a patto che Draghi rimanga al Palazzo Ghigi fini al 2029. “Berlusconi forse riceverebbe l’appoggio di molti 5Stelle – spiega www.italiaincorsa.it – perché Mediaset è stata la capofila delle varie imprese che si sono impegnate a proteggere i ‘grillini’ defenestrati da Rai ed aziende varie per preciso ordine di Mario Draghi. In questi giochi Gianni Letta conta tanto, perché è il vero uomo forte di Mediaset: ha il figlio Giampaolo al vertice di Medusa Film (la più importante industria cinematografica italiana) e parenti ed amici con ruoli apicali ovunque”. Berlusconi del resto è silente, Forza Italia fa scelte vicine al Pd in molti provvedimenti: “Gianni Letta potrebbe aver spiegato al Cavaliere l’utilità d’appoggiarsi al partito retto da suo nipote Enrico” suggeriscono i beninformati. Ma incertezza nell’appoggiare al Colle Draghi o Letta zio c’è tra i lobbisti che tirano le fila della politica italiana: sanno che Draghi potrebbe essere loro più utile permanendo a Palazzo Chigi per altri cinque anni, casomai blindato dal un Mattarella bis al Colle. Del resto Gianni Letta è ascoltato in settori dove Draghi risulta politicamente indigesto.

In più di duecento studi di settore è emerso che, a livello mondiale, solo uno scarso quindici per cento fra deputati e senatori eletti (nelle democrazie occidentali) non farebbe capo ad interessi lobbististici: l’argomento è spiegato e documentato in “Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbyng nelle istituzioni politiche europee e italiane” di Maria Cristina Antonucci per Carocci editore, in “Democrazie sotto pressione. Parlamenti e lobbies nel diritto pubblico comparato” di Pier Luigi Petrillo per edizioni Giuffrè, come in “I gruppi di interesse” di Liborio Mattina per Il Mulino. L’elezione del presidente della Repubblica non può oggi prescindere da intese nazionali ed internazionali tra gruppi di pressione, e questo lo sa bene anche Silvio Berlusconi. L’elezione italiana dell’inquilino del Colle è sotto i riflettori di multinazionali chimico-farmaceutiche, petrolifere, finanziarie, immobiliari e speculative in senso lato. I lettori dovrebbero rammentare quanto i poteri internazionali tengono d’occhio l’Italia, e valgano come normalissimi esempi l’incontro di più ore tra George Sorsos e Gentiloni da presidente del Consiglio, e poi la telefonata di Bill Gates a Giuseppe Conte quand’era a Palazzo Chigi. L’Italia è attenzionata, e Vaticano, Israele e Segreteria di Stato Usa non nascondono di gradire per l’Italia una settennale garanzia per gli obiettivi Onu-Ue 2030.

Il magazine dell’Anfe (www.italiaincorsa.it) ha monitorato i rumors istituzionali su Facebook: dalle suppletive romane per sostituire Gualtieri eletto sindaco di Roma al toto Quirinale. Dall’inchiesta del magazine sono arrivate puntuali le conferme sul più forte partito italiano, quello della Pa (pubblica amministrazione): emerge che è l’unico partito che si reca compatto alle urne, ed ha confermato il Pd (Partito democratico) come proprio corpo intermedio e di rappresentanza nelle sedi istituzionali. Da sondaggi e test elettorale romano emerge che la vittoria è condizionata dal fatto che, chi s’oppone al Pd non riesce a mandare a votare il proprio elettorato. Il centro-destra è di fatto a capo del consenso inespresso, congelato nel popolo del non voto. Scetticismo istituzionale dell’elettorato di centrodestra o poca empatia dei candidati? Resta il fatto che, dopo la vittoria di Cecilia D’Elia (Pd) alle suppletive romane di domenica 16 gennaio, su Facebook si sono scatenati i gruppi al grido “dopo le suppletive diciamo chi vogliamo al Colle”. Sondaggio atipico ma che trova conferma nei dati apparsi su vari quotidiani ed agenzie: il partito della pubblica amministrazione gradirebbe un ulteriore settennato di Sergio Mattarella al Quirinale abbinato a sette anni di Mario Draghi a Palazzo Ghigi; per quest’ultimo sommando i due anni di fine legislatura (2022 e 2023) ad altri cinque anni alla Presidenza del Consiglio. Un sette più sette che piacerebbe ad Ue e Bce. Indiscrezioni interne al centro-destra dicono che resterebbe solo da convincere (o soddisfare) Berlusconi ad appoggiare il Mattarella bis. Secondo www.italiaincorsa.it “la leader di Fratelli d’Italia (Giorgia Meloni) ed il numero due della Lega (Giancarlo Giorgetti) non sarebbero contrari, e sappiamo come Matteo Salvini debba solo recitare la ritrosia per non scontentare l’elettorato anti-istituzionale della Lega.

Del resto la stampa ha ammesso che i veri contendenti alla presidenza della Repubblica sarebbero Mattarella, Draghi e Letta: candidato palese e rivelato Mario Draghi, gradito in blocco a magistratura, alta dirigenza di Stato, poteri europei, multinazionali ed imprenditoria, banche e finanza in generale; poi Gianni Letta, gradito trasversalmente a tutto il mondo della politica, e perché Letta sarebbe l’unico verso candidato espressione dell’intesa tra i partiti, ma Sergio Mattarella rimane il candidato che mette d’accordo istituzioni italiane, istituzioni europee ed in blocco tutti i dipendenti pubblici italiani. Certo sconcerta come nei vari dibattiti televisivi si consumi ancora il linciaggio di Berlusconi, questa volta usato come finto candidato: certi volti televisivi e del mondo giornalistico rimestano tutto il passato di Silvio Berlusconi per arrivare a sostenere che il leader di Forza Italia non deve andare al Quirinale, mentre altri parlano di elezione riparatoria a decenni di persecuzione mediatico-giudiziaria. Intanto, nei cunicoli che permettono accordi ed intese varie tra partiti, Matteo Renzi ed Enrico Letta s’intendono con Giancarlo Giorgetti per sbarrare la strada di Berlusconi al Colle, per votare tutti compatti per un Mattarella bis o per Letta, ma a patto che Draghi rimanga al Palazzo Ghigi fini al 2029. “Berlusconi forse riceverebbe l’appoggio di molti 5Stelle – spiega www.italiaincorsa.it – perché Mediaset è stata la capofila delle varie imprese che si sono impegnate a proteggere i ‘grillini’ defenestrati da Rai ed aziende varie per preciso ordine di Mario Draghi. In questi giochi Gianni Letta conta tanto, perché è il vero uomo forte di Mediaset: ha il figlio Giampaolo al vertice di Medusa Film (la più importante industria cinematografica italiana) e parenti ed amici con ruoli apicali ovunque”. Berlusconi del resto è silente, Forza Italia fa scelte vicine al Pd in molti provvedimenti: “Gianni Letta potrebbe aver spiegato al Cavaliere l’utilità d’appoggiarsi al partito retto da suo nipote Enrico” suggeriscono i beninformati. Ma incertezza nell’appoggiare al Colle Draghi o Letta zio c’è tra i lobbisti che tirano le fila della politica italiana: sanno che Draghi potrebbe essere loro più utile permanendo a Palazzo Chigi per altri cinque anni, casomai blindato dal un Mattarella bis al Colle. Del resto Gianni Letta è ascoltato in settori dove Draghi risulta politicamente indigesto.

In più di duecento studi di settore è emerso che, a livello mondiale, solo uno scarso quindici per cento fra deputati e senatori eletti (nelle democrazie occidentali) non farebbe capo ad interessi lobbististici: l’argomento è spiegato e documentato in “Rappresentanza degli interessi oggi. Il lobbyng nelle istituzioni politiche europee e italiane” di Maria Cristina Antonucci per Carocci editore, in “Democrazie sotto pressione. Parlamenti e lobbies nel diritto pubblico comparato” di Pier Luigi Petrillo per edizioni Giuffrè, come in “I gruppi di interesse” di Liborio Mattina per Il Mulino. L’elezione del presidente della Repubblica non può oggi prescindere da intese nazionali ed internazionali tra gruppi di pressione, e questo lo sa bene anche Silvio Berlusconi. L’elezione italiana dell’inquilino del Colle è sotto i riflettori di multinazionali chimico-farmaceutiche, petrolifere, finanziarie, immobiliari e speculative in senso lato. I lettori dovrebbero rammentare quanto i poteri internazionali tengono d’occhio l’Italia, e valgano come normalissimi esempi l’incontro di più ore tra George Sorsos e Gentiloni da presidente del Consiglio, e poi la telefonata di Bill Gates a Giuseppe Conte quand’era a Palazzo Chigi. L’Italia è attenzionata, e Vaticano, Israele e Segreteria di Stato Usa non nascondono di gradire per l’Italia una settennale garanzia per gli obiettivi Onu-Ue 2030.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli

Squalo bianco

Il lato sinistro di Giuseppi

Lega Sud

Sorpresa il partito del Nord

Il ministro Fedriga