SI APRE TUTTO, FUORCHÈ LA MENTE

Il Professor Francesco Fedele, 

che a Roma è Titolare della prima Cattedra di Cardiologia presso l’Università 

“La Sapienza” e Direttore DAI Malattie 

Cardiovascolari e Respiratorie presso 

il Policlinico “Umberto I”.

 

I numerosi mezzi di divulgazione come la radio, la televisione, i giornali ed internet ci tempestano ogni giorno di notizie; tutto questo è davvero straordinario ma può rivelarsi un’arma a doppio taglio: oggi siamo sicuramente più informati, ma spesso anche più confusi. Insieme all’informazione c’è anche tanta disinformazione dettata da impreparazione e da aspetti puramente commerciali.                                                                              E’ dunque fondamentale da parte dei responsabili della comunicazione dedicarsi costantemente ad una trasmissione attenta dei dati e ad un’informazione scientifica corretta ed esaustiva, soprattutto quando si parla della nostra salute. Tutto cio’ e di primaria importanza per avviare una efficace prevenzione ed intraprendere un risolutivo percorso di cura.

Sentiamo l’opinione del Professor Francesco Fedele, che a Roma è Titolare della prima Cattedra di Cardiologia presso l’Università “La Sapienza” e Direttore DAI Malattie Cardiovascolari e Respiratorie presso il Policlinico “Umberto I”.

 

Per un docente universitario ed un medico numerosi sono i mezzi di comunicazione, soprattutto per quanto riguarda l’attività didattica e di ricerca. In questo momento storico non è possibile “non sapere”.

Ritengo, che in un mondo in cui la comunicazione è caratterizzata da un numero impressionante di notizie che viaggiano sui cosiddetti “social” a velocità incalzante, l’informazione corretta e la formazione necessitino di adeguarsi a questo “iperafflusso mediatico” utilizzando la professionalità, l’esperienza ed il ragionamento critico acquisiti nel tempo per raggiungere tempestivamente e puntualmente gli studenti, gli specializzandi, i colleghi medici, specialisti e non, i politici e la popolazione tutta.

 

Prof. Fedele, parliamo del coronavirus e dell’impatto che sta avendo su tutta la popolazione. All’inizio della fase 2, in concomitanza con le aperture parziali, lei sottolineava la necessità di aprire del tutto la mente. Come vede la situazione attuale con la riapertura totale di tutte le regioni?

Certamente questa fase non sembra rispondere a criteri quantomeno di ragionevolezza e buon senso. I dati a disposizione, infatti, anche se non perfettamente precisi e completi, dimostrano differenze significative sull’entità dei contagi nelle varie regioni italiane con situazioni di criticità rappresentate dalla Lombardia, Piemonte e Liguria. Perché non posticipare la riapertura di queste tre regioni aspettando che i dati diventino più omogenei rispetto a quelli del resto d’Italia con regioni in cui si stanno osservando contagi pressoché azzerati?                                                                                                                                               Ricordiamo quello che è successo l’8-9 marzo quando prima di “Lombardizzare l’Italia” la fuga di notizie sul DPCM aveva provocato una trasmigrazione dalla Lombardia alle regioni del centro-sud provocando sicuramente una diffusione dei contagi che, grazie all’organizzazione sanitaria del centro-sud e alla responsabilizzazione dei suoi abitanti, non è sfociata in un aumento incontrollato dei contagi.

 

Le disposizioni di apertura totale a livello regionale confliggono metodologicamente con quanto invece stiamo osservando nel mondo del calcio?

Anche qui per fortuna si ricomincia ma con dei protocolli che rischiano di far richiudere tutto in tempi molto brevi. Le regole in questo settore sono molto rigide: tamponi per i giocatori ogni quattro giorni e test sierologici ogni quattordici giorni. E su questo, anche se estremamente fastidioso per i calciatori, possiamo essere d’accordo. Ma che dire della quarantena di tutto lo staff e di tutta la squadra se solo un giocatore risulta positivo? A differenza di quanto prevede il protocollo tedesco che non coinvolge nella quarantena tutta la squadra e tutto lo staff, con risultati a tre settimane dalla riapertura della Bundesliga del tutto soddisfacenti.                                                                                                   Così si rischia di riaprire per richiudere subito dopo. Spero di aver sottolineato come nelle decisioni governative ci sia una certa incoerenza e come siano difficilmente decifrabili i rapporti governo comitato tecnico-scientifico.

 

Abbiamo a disposizione molti dati relativi all’entità del contagio nelle diverse regioni e anche quelli relativi alle esperienze di protocolli sanitari impiegati con successo in altre nazioni come ad esempio Germania e Svezia. Come dovremmo comportarci in base a tutto questo?

Disponiamo di numerose informazioni e non si comprende come da una parte si applichino criteri relativamente permissivi (vedi situazione interregionale italiana) e dall’altra criteri estremamente restrittivi (vedi protocolli per la riapertura delle competizioni calcistiche).                                                       Sicuramente non sono un virologo, non sono un epidemiologo, sono soltanto un cardiologo con tanti anni di medicina alle spalle per la cura dei malati e per l’insegnamento universitario che ha sempre utilizzato oltre al rigore scientifico anche ragionevolezza e buonsenso (quest’ultimo solo un gradino al di sotto della scienza, come diceva il mio maestro). Speriamo veramente che al contagio del Covid-19 non si aggiunga il contagio dell’irrazionalità e del compromesso a tutti i costi.

Manuela Biancospino

Il Professor Francesco Fedele, 

che a Roma è Titolare della prima Cattedra di Cardiologia presso l’Università 

“La Sapienza” e Direttore DAI Malattie 

Cardiovascolari e Respiratorie presso 

il Policlinico “Umberto I”.

 

I numerosi mezzi di divulgazione come la radio, la televisione, i giornali ed internet ci tempestano ogni giorno di notizie; tutto questo è davvero straordinario ma può rivelarsi un’arma a doppio taglio: oggi siamo sicuramente più informati, ma spesso anche più confusi. Insieme all’informazione c’è anche tanta disinformazione dettata da impreparazione e da aspetti puramente commerciali.                                                                              E’ dunque fondamentale da parte dei responsabili della comunicazione dedicarsi costantemente ad una trasmissione attenta dei dati e ad un’informazione scientifica corretta ed esaustiva, soprattutto quando si parla della nostra salute. Tutto cio’ e di primaria importanza per avviare una efficace prevenzione ed intraprendere un risolutivo percorso di cura.

Sentiamo l’opinione del Professor Francesco Fedele, che a Roma è Titolare della prima Cattedra di Cardiologia presso l’Università “La Sapienza” e Direttore DAI Malattie Cardiovascolari e Respiratorie presso il Policlinico “Umberto I”.

 

Per un docente universitario ed un medico numerosi sono i mezzi di comunicazione, soprattutto per quanto riguarda l’attività didattica e di ricerca. In questo momento storico non è possibile “non sapere”.

Ritengo, che in un mondo in cui la comunicazione è caratterizzata da un numero impressionante di notizie che viaggiano sui cosiddetti “social” a velocità incalzante, l’informazione corretta e la formazione necessitino di adeguarsi a questo “iperafflusso mediatico” utilizzando la professionalità, l’esperienza ed il ragionamento critico acquisiti nel tempo per raggiungere tempestivamente e puntualmente gli studenti, gli specializzandi, i colleghi medici, specialisti e non, i politici e la popolazione tutta.

 

Prof. Fedele, parliamo del coronavirus e dell’impatto che sta avendo su tutta la popolazione. All’inizio della fase 2, in concomitanza con le aperture parziali, lei sottolineava la necessità di aprire del tutto la mente. Come vede la situazione attuale con la riapertura totale di tutte le regioni?

Certamente questa fase non sembra rispondere a criteri quantomeno di ragionevolezza e buon senso. I dati a disposizione, infatti, anche se non perfettamente precisi e completi, dimostrano differenze significative sull’entità dei contagi nelle varie regioni italiane con situazioni di criticità rappresentate dalla Lombardia, Piemonte e Liguria. Perché non posticipare la riapertura di queste tre regioni aspettando che i dati diventino più omogenei rispetto a quelli del resto d’Italia con regioni in cui si stanno osservando contagi pressoché azzerati?                                                                                                                                               Ricordiamo quello che è successo l’8-9 marzo quando prima di “Lombardizzare l’Italia” la fuga di notizie sul DPCM aveva provocato una trasmigrazione dalla Lombardia alle regioni del centro-sud provocando sicuramente una diffusione dei contagi che, grazie all’organizzazione sanitaria del centro-sud e alla responsabilizzazione dei suoi abitanti, non è sfociata in un aumento incontrollato dei contagi.

 

Le disposizioni di apertura totale a livello regionale confliggono metodologicamente con quanto invece stiamo osservando nel mondo del calcio?

Anche qui per fortuna si ricomincia ma con dei protocolli che rischiano di far richiudere tutto in tempi molto brevi. Le regole in questo settore sono molto rigide: tamponi per i giocatori ogni quattro giorni e test sierologici ogni quattordici giorni. E su questo, anche se estremamente fastidioso per i calciatori, possiamo essere d’accordo. Ma che dire della quarantena di tutto lo staff e di tutta la squadra se solo un giocatore risulta positivo? A differenza di quanto prevede il protocollo tedesco che non coinvolge nella quarantena tutta la squadra e tutto lo staff, con risultati a tre settimane dalla riapertura della Bundesliga del tutto soddisfacenti.                                                                                                   Così si rischia di riaprire per richiudere subito dopo. Spero di aver sottolineato come nelle decisioni governative ci sia una certa incoerenza e come siano difficilmente decifrabili i rapporti governo comitato tecnico-scientifico.

 

Abbiamo a disposizione molti dati relativi all’entità del contagio nelle diverse regioni e anche quelli relativi alle esperienze di protocolli sanitari impiegati con successo in altre nazioni come ad esempio Germania e Svezia. Come dovremmo comportarci in base a tutto questo?

Disponiamo di numerose informazioni e non si comprende come da una parte si applichino criteri relativamente permissivi (vedi situazione interregionale italiana) e dall’altra criteri estremamente restrittivi (vedi protocolli per la riapertura delle competizioni calcistiche).                                                       Sicuramente non sono un virologo, non sono un epidemiologo, sono soltanto un cardiologo con tanti anni di medicina alle spalle per la cura dei malati e per l’insegnamento universitario che ha sempre utilizzato oltre al rigore scientifico anche ragionevolezza e buonsenso (quest’ultimo solo un gradino al di sotto della scienza, come diceva il mio maestro). Speriamo veramente che al contagio del Covid-19 non si aggiunga il contagio dell’irrazionalità e del compromesso a tutti i costi.

Manuela Biancospino

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