Sì chef! e l’arte del dare

Se avessi letto la trama pensando alla storia scritta e diretta da un italiano, avrei tirato dritto. Gli ingredienti del secondo film culinario della mia stagione al cinema sarebbero stati in ordine: buonismo, pauperismo, boldrinismo. E non ce l’avrei potuta fare. Poi ho visto che era francese. E quando il film è francese il rischio è prevalentemente legato alla lentezza. Ma a me i film lenti, così come le cotture lente piacciono, per cui sono entrato in sala con ottime intenzioni e in effetti ne sono uscito sazio.
Cathy Marie è la protagonista. Un vero talento in cucina, una pasionaria del fornello. Con una irruenza direttamente proporzionale alla sua bravura, infiamma tutto quel che tocca. Al punto che, quando la chef del ristorante in cui lavora come sous le riprende, per pura vanità, il condimento di un piatto di sua invenzione, non si fa troppi scrupoli a mandarla a mandarcela e a lasciare la postazione sbattendo la porta, senza guardarsi indietro.
E approfitta per aprire il portone del suo sogno di sempre, ossia aprire un posto tutto suo. Ma per farlo servono soldi. Così, per racimolare il suo gruzzolo, Cathy Marie trova lavoro in quella che era pubblicizzata come “un luogo incantevole” con una “clientela esigente”, ma che in realtà è una comunità per migranti minorenni in attesa di essere regolarizzati dallo stato francese.
Cathy Marie accetta la sfida e si butta a capofitto in questa nuova, inattesa situazione domandandosi se sarà in linea con le sue abilità culinarie e col suo carattere. Facendo i conti anche con il suo stesso passato; un passato che, in un certo senso, non la vede così differente dai ragazzi che incontra nella comunità e che trasformerà nella sua brigata di cucina.
La protagonista a sua volta è stata cresciuta in un orfanotrofio, e anche lei aveva trovato nella cuoca di quella struttura lo stimolo per scrivere i capitoli golosi del suo avvenire.
I buoni sentimenti nella pellicola ci sono tutti. Il buonismo è stato lasciato a casa, deo gratia. Conflitti, incomprensioni, lente di ingrandimento sociale, sono superflui. Si leggono, si vedono, si twittano ovunque, qui c’è stato il buon gusto di darli talmente per assunti da poterne fare a meno. E per questo il film mi è andato particolarmente a genio.
Resta invece la tradizione del messaggio di speranza, e quella maniera di raccontare una storia verosimile e dei personaggi in modo sì prevedibile, ma sufficientemente umano, che se può ti commuove. Se no, di certo ti insegna qualcosa.
L’esecuzione, per restare nel gergo di brigata, è davvero ben congegnata. Sono azzeccate le scelte di inquadrature e montaggio, ottima la recitazione. E la scrittura del regista Louis-Julien Petit e dei suoi co-sceneggiatori Liza Benguigui e Sophie Bensadoun, che è in grado di amalgamare con un certo equilibrio la risata e la commozione, la capacità di raccontare un personaggio allargando lo sguardo fino a comprendere tutta la sua brigata e far affezionare a ogni singolo personaggio, dando a ognuno una sua storia, una sua dignità, un suo perché. Senza mai forzarne la dietrologia spicciola, che spesso in questi racconti un po’ si spreca. E mi piace quel filo di crudeltà che sfotte nemmeno troppo velatamente quella macedonia di produzioni televisive contemporanee tutte programmi di cucina e reality show dove tutto si fa tranne che insegnare l’arte della buona cucina e della buona tavola. E dove le chef star tutto fanno, una volta spente le luci dello studio, tranne che tornare ai propri fornelli. Troppo comodo, troppo redditizio, troppo goloso incassare dalla tv anziché dal sacrificio della ristorazione. Che invece qui viene raccontato come un insieme di gioie e dolori per i quali, in egual misura, col collante della passione, vale sempre la pena.
Di cucina, in “Sì, Chef” se ne vede assai, ed è raccontata senza troppi filtri come quello che dovrebbe essere, ossia come atto d’amore e altruismo. La realtà invece è un bel po’ romanzata. Ma solo perché siamo abituati a sapere che gli Chef di oggi sono prevalentemente imprenditori col conto economico sotto gli occhi h 24 e che nessuno di loro si butterebbe, se non per beneficenza a riflettori accesi, in un progetto simile.
Anche se sarebbe bello che quella fetta di realtà raccontata dal film, non fosse così lontana dal mondo, tale da trasformare un film verosimile in un fantasy.
Se avessi letto la trama pensando alla storia scritta e diretta da un italiano, avrei tirato dritto. Gli ingredienti del secondo film culinario della mia stagione al cinema sarebbero stati in ordine: buonismo, pauperismo, boldrinismo. E non ce l’avrei potuta fare. Poi ho visto che era francese. E quando il film è francese il rischio è prevalentemente legato alla lentezza. Ma a me i film lenti, così come le cotture lente piacciono, per cui sono entrato in sala con ottime intenzioni e in effetti ne sono uscito sazio.
Cathy Marie è la protagonista. Un vero talento in cucina, una pasionaria del fornello. Con una irruenza direttamente proporzionale alla sua bravura, infiamma tutto quel che tocca. Al punto che, quando la chef del ristorante in cui lavora come sous le riprende, per pura vanità, il condimento di un piatto di sua invenzione, non si fa troppi scrupoli a mandarla a mandarcela e a lasciare la postazione sbattendo la porta, senza guardarsi indietro.
E approfitta per aprire il portone del suo sogno di sempre, ossia aprire un posto tutto suo. Ma per farlo servono soldi. Così, per racimolare il suo gruzzolo, Cathy Marie trova lavoro in quella che era pubblicizzata come “un luogo incantevole” con una “clientela esigente”, ma che in realtà è una comunità per migranti minorenni in attesa di essere regolarizzati dallo stato francese.
Cathy Marie accetta la sfida e si butta a capofitto in questa nuova, inattesa situazione domandandosi se sarà in linea con le sue abilità culinarie e col suo carattere. Facendo i conti anche con il suo stesso passato; un passato che, in un certo senso, non la vede così differente dai ragazzi che incontra nella comunità e che trasformerà nella sua brigata di cucina.
La protagonista a sua volta è stata cresciuta in un orfanotrofio, e anche lei aveva trovato nella cuoca di quella struttura lo stimolo per scrivere i capitoli golosi del suo avvenire.
I buoni sentimenti nella pellicola ci sono tutti. Il buonismo è stato lasciato a casa, deo gratia. Conflitti, incomprensioni, lente di ingrandimento sociale, sono superflui. Si leggono, si vedono, si twittano ovunque, qui c’è stato il buon gusto di darli talmente per assunti da poterne fare a meno. E per questo il film mi è andato particolarmente a genio.
Resta invece la tradizione del messaggio di speranza, e quella maniera di raccontare una storia verosimile e dei personaggi in modo sì prevedibile, ma sufficientemente umano, che se può ti commuove. Se no, di certo ti insegna qualcosa.
L’esecuzione, per restare nel gergo di brigata, è davvero ben congegnata. Sono azzeccate le scelte di inquadrature e montaggio, ottima la recitazione. E la scrittura del regista Louis-Julien Petit e dei suoi co-sceneggiatori Liza Benguigui e Sophie Bensadoun, che è in grado di amalgamare con un certo equilibrio la risata e la commozione, la capacità di raccontare un personaggio allargando lo sguardo fino a comprendere tutta la sua brigata e far affezionare a ogni singolo personaggio, dando a ognuno una sua storia, una sua dignità, un suo perché. Senza mai forzarne la dietrologia spicciola, che spesso in questi racconti un po’ si spreca. E mi piace quel filo di crudeltà che sfotte nemmeno troppo velatamente quella macedonia di produzioni televisive contemporanee tutte programmi di cucina e reality show dove tutto si fa tranne che insegnare l’arte della buona cucina e della buona tavola. E dove le chef star tutto fanno, una volta spente le luci dello studio, tranne che tornare ai propri fornelli. Troppo comodo, troppo redditizio, troppo goloso incassare dalla tv anziché dal sacrificio della ristorazione. Che invece qui viene raccontato come un insieme di gioie e dolori per i quali, in egual misura, col collante della passione, vale sempre la pena.
Di cucina, in “Sì, Chef” se ne vede assai, ed è raccontata senza troppi filtri come quello che dovrebbe essere, ossia come atto d’amore e altruismo. La realtà invece è un bel po’ romanzata. Ma solo perché siamo abituati a sapere che gli Chef di oggi sono prevalentemente imprenditori col conto economico sotto gli occhi h 24 e che nessuno di loro si butterebbe, se non per beneficenza a riflettori accesi, in un progetto simile.
Anche se sarebbe bello che quella fetta di realtà raccontata dal film, non fosse così lontana dal mondo, tale da trasformare un film verosimile in un fantasy.
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